News per Miccia corta

12 - 06 - 2006

Soweto "˜76, cosí una strage avvió la fine dell'apartheid

(La Repubblica, LUNEDáŒ, 12 GIUGNO 2006, Pagina 18 - Esteri)

Soweto "˜76, cosí una strage avvió la fine dell'apartheid

Trent'anni fa in Sudafrica la rivolta del ghetto repressa nel sangue


PIETRO VERONESE
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Sono passati trent'anni dal giugno 1976, il giorno 16 per l'esattezza, quando dal nulla esplose in Sudafrica la rivolta di Soweto, che i libri e la memoria collettiva oggi indicano come la data dell'inizio della fine dell'apartheid. Tutto era incominciato con una pacifica protesta di studenti liceali, ma la repressione senza quartiere, l'accumularsi di vittime innocenti - ragazzi su ragazzi adolescenti e inermi uccisi a fucilate dagli agenti - e lo sgomento che seguí portarono la sommossa ai quattro angoli del Paese. Il potere dei bianchi sudafricani avrebbe resistito ancora quindici anni, sempre piú sorretto da un feroce stato d'emergenza; tuttavia l'odioso regime della segregazione razziale perse quel giorno ogni eventuale pretesa di legittimitá  e apparve al mondo per quello che effettivamente era: un'abietta, assurda, sanguinosa ingiustizia. Era solo questione di tempo prima che l'incubo finisse.
Era l'epoca in cui la vita collettiva del Sudafrica era scandita da subitanee sommosse e massacri e per il resto pareva che lo scorrere della storia si fosse arrestato. Nel riferire dei fatti di Soweto le cronache dell'epoca citavano il precedente di Sharpeville, nel 1960. Anche allora una manifestazione pacifica era stata annientata nel sangue. Quella volta s'era trattato di una protesta contro i lasciapassare obbligatori, i ``passaporti interni`` necessari ai neri per spostarsi fuori dalle loro aree di residenza forzata; a Soweto invece gli studenti rifiutavano l'imposizione dell'afrikaans, la lingua dei bianchi di origine olandese, nell'insegnamento superiore. In entrambi i casi, la gente tentava di reagire all'insopportabile sistema di divieti, costrizioni, regolamenti, che ingabbiava la vita collettiva in un reticolo di norme oppressive. Uguale la risposta: pronta, disumana, assoluta. Intesa a ristabilire immediatamente il dominio degli oppressori e il silenzio degli oppressi. Tuttavia dopo Soweto, a differenza di Sharpeville, le cose non furono piú come prima.
A rievocarli oggi che il Sudafrica è da oltre dieci anni una democrazia - e che il razzismo non è piú una mostruositá  confinata in uno Stato dell'Africa australe e nel sonnolento sud degli Stati Uniti, ma una porcheria strisciante nelle nostre cittá  e nelle nostre coscienze - i fatti di Soweto appaiono davvero remoti. Gli stessi sudafricani sembrano piú attenti ad altri anniversari, magari piú lontani nel tempo ma maggiormente appartenenti alla loro storia, come la rivolta anticoloniale del 1906, nota col nome di Bhambatha, re degli Zondi, che ieri è stata rievocata nel KwaZulu Natal in presenza del capo dello Stato. Soweto "˜76 è lontana, eppure senza di essa il Sudafrica di oggi non ci sarebbe.
Accadde dunque che la mattina del 16 giugno gli studenti di Soweto disertarono le aule e si riversarono per le strade.
Ricordiamo solo due aspetti, per rimettere le cose nel loro contesto. In primo luogo la cittá  di Soweto: una delle piú grandi metropoli africane, nata come ghetto-dormitorio per i sudafricani di pelle nera chiamati a lavorare per i bianchi e servirli a Johannesburg e nelle miniere d'oro del Rand e poi ritirarsi al tramonto, giá  all'epoca dei fatti popolata da milioni di abitanti.
In secondo luogo l'African National Congress, il partito di Nelson Mandela, che oggi governa il Paese: all'epoca era sconfitto, sbandato e disperso, l'intera sua leadership in esilio o in prigione. Quello che stava per succedere tutto sarebbe stato, meno che un'azione preparata e coordinata. La rivolta avrebbe sorpreso per primi i vecchi militanti della lotta all'apartheid.
Ma l'ingiustizia genera da sé i propri anticorpi. I ragazzi della metropoli-ghetto, ansiosi come tutti i loro coetanei di sentirsi in sintonia col resto del mondo, non sopportavano l'idea di dover studiare in afrikaans, una lingua parlata da una minoranza bianca e per di piú la lingua dei loro oppressori.
Volevano l'inglese e perció protestavano. Furono accolti a fucilate. Marciavano per la via e all'altra estremitá  la videro bloccata dai blindati antisommossa, da uomini in armi, da mute di cani. Si arrestarono, esitarono, avanzarono ancora finché non si udirono i primi spari. Allora si voltarono nella fuga e fu cosí che cadde, colpito alla schiena, il ragazzino la cui foto, che lo ritraeva morente nelle braccia di un compagno in salopette, fece in pochi giorni il giro del mondo. Si chiamava Hector Petersen e aveva 13 anni. La sua tomba da allora è meta di pellegrinaggio a Soweto.
Fu questa ferocia a far divampare l'incendio, nei giorni successivi e in tutto il Paese. Il numero dei morti è rimasto imprecisato, nell'ordine tuttavia delle centinaia. Intorno alle cinquecento vittime, ragazzi-martiri che decretarono la fine dell'apartheid.
Alla fine la violenza della repressione ebbe apparentemente ragione della rivolta. L'ordine ritornó, ma fu solo apparenza. I motivi furono diversi. Migliaia di ragazzi fuggirono oltreconfine per evitare l'arresto, fornendo cosí all'African National Congress, che languiva in una diaspora esangue, una nuova leva. I ghetti dei neri erano ormai metropoli, e queste metropoli generavano una propria cultura, che non era piú quella della resistenza passiva di matrice religiosa e contadina. Era ribelle e disposta alla resistenza violenta. Produsse anche i propri campioni: il grande Steve Biko, assassinato l'anno dopo nelle carceri dell'apartheid, fu il leader di questa nuova generazione.
Il mondo, infine, stava inesorabilmente cambiando. In quel caso, non in peggio.

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