News per Miccia corta

08 - 06 - 2006

La vicenda di D`Elia è istruttiva. Segio da ``Aprile``




(Da Aprile on line.info 8 giugno 2006)

D'Elia merita il Parlamento

Politica. Le polemiche attorno al parlamentare radicale scuotono le coscienze di molti. Restare ciechi sugli anni di piombo non aiuta a rimarginare le ferite

SERGIO SEGIO


La vicenda delle polemiche attorno a Sergio D'Elia, giá  militante di Prima Linea, che dopo aver scontato 12 anni di carcere si è votato alla militanza nei Radicali e all'azione umanitaria nell'associazione "Nessuno tocchi Caino" contro la pena di morte nel mondo e che ora è stato eletto alla Camera dei deputati, è disperante e istruttiva al tempo stesso.

Disperante, poiché ancora una volta si è dimostrato che le necessitá  del dialogo e di una riflessione non superficiale su una materia tanto delicata, che – in tutta evidenza – ancora lacera sentimenti e sensibilitá  di molti, vengono facilmente sacrificate alla strumentalitá  politica contingente. Non in modo diverso possono leggersi le esternazioni in particolare di esponenti dell'UDC. Istruttiva, perché parimenti e obiettivamente si dimostra che persiste inevasa appunto quella necessitá : finché ci si contenterá  di consegnare la materia degli anni Settanta e della lotta armata alla rimozione e alla prigione, la ferita rimarrá  aperta e diventerá  infetta. Destinata ogni volta a riaprirsi e a chiudersi malamente lasciando intatti gli animi e i giudizi e invece incrementando veleni e rancori.

Andrebbe, insomma, del tutto cambiato lo spirito e lo sguardo con il quale si ragiona su questi temi e su quei drammatici eventi. L'astio, la rivalsa, la vendetta o, all'opposto, la distrazione o indifferenza rispetto al portato irrimediabile di dolore dei parenti delle vittime, non aiutano certo a innescare dinamiche di superamento.

ሠuscito recentemente un libro di Sabina Rossa sulla storia di Guido, suo padre, ucciso dalle BR nel 1979. Nelle prime pagine riporta una lettera, da lei scritta a un ex militante, dove tra il resto dice: "Sono assolutamente convinta che gli ex brigatisti che hanno saldato il conto con lo Stato non possano essere considerati "reati" ma persone, di cui si è disposti a guardare il cambiamento". Un ragionamento che, oltre alla nobiltá  d'animo, dimostra di aver colto il cuore del problema.

Ridurre – e inchiodare per sempre – una persona al reato compiuto è la negazione dell'altrui ma anche della propria umanitá . Equivale esattamente a quella riduzione delle persone a simboli e a ruoli sociali che fu la base dell'abbaglio politico e morale che consentí allora a tanti giovani di poter pensare e accettare di sparare a qualcuno individuato come "nemico". E appunto ridotto a simbolo, a irriducibilmente altro da sé.

Oggi D'Elia – ma tanti altri come lui – viene da molti negato come persona e come presente nella necessitá  di avere un "nemico" da odiare, verso il quale rivalersi, oppure da utilizzare per proprie finalitá  politiche o di consenso. Ció che ha compreso e testimoniato – e occorre immaginare con quale fatica e coraggio – la figlia di Guido Rossa (ma lo stesso puó dirsi, ad esempio, di Olga D'Antona) non riesce a permeare il dibattito politico e neppure la massa di editoriali che tanti facitori di opinione hanno scaricato sui propri lettori, abdicando al diritto-dovere di informare e contribuire al ragionamento per superare le sole emozioni, ma anzi contribuendo a esasperarle.

Ma se proprio di simboli abbiamo bisogno, andrebbe colto quello che potentemente e inequivocabilmente rappresenta la presenza di D'Elia negli scranni parlamentari: la migliore dimostrazione della forza e superioritá  della democrazia su ogni logica violenta, la consacrazione della sconfitta delle armi.
Purché, appunto, alla democrazia si creda e la si rispetti. Cosí non è parso nei commenti di molti, anche esponenti politici o parlamentari. E allora forse sono loro, non D'Elia, a non onorare l'istituzione nella quale operano.

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