News per Miccia corta

14 - 05 - 2010

Un carcere da spiegare (a tutti)

(l'Unita)

 

Qualche decennio fa, mi capitó di trascorrere sei o sette mesi in varie carceri a seguito di scontri di piazza con polizia e fascisti. Tempo dopo, i miei figli piú piccoli - non avevano ancora 10 anni - appresero incidentalmente la cosa e ne furono enormemente stupiti. Non troppo spaventati o turbati: stupiti, sí. La spiegazione loro fornita non fu brillantissima, anche se resa meno complicata (e comunque meno mortificante) dal riferimento a vicende politiche, delle quali tutto ignoravano ma di cui qualcosa andavano apprendendo. Non avevo a disposizione, come «ausilio didattico» (si dice cosí?), il libro Il carcere spiegato ai ragazzi scritto da Patrizio Gonnella e Susanna Marietti per Manifestolibri. Probabilmente le parole dei due autori sarebbero state piú adeguate di quelle da me utilizzate, anche se l'elemento della soggettivitá  paterna messa in gioco qualcosa avrá  pur significato. Ma il problema resta irrisolto e non è costituito esclusivamente dalla necessitá  di «spiegare ai piú piccini» il sistema penitenziario. La questione, piuttosto, è quella dell'esistenza del male e della necessitá  di accettarlo senza subirlo. Gonnella e Marietti fanno una scelta di veritá : non presentano ai loro lettori (direi 12-18 anni) il «carcere per ragazzi», censurato delle sue dimensioni di abiezione e violenza, ma cercano - e trovano - le parole per dire tutta la galera: dalla sua funzione sociale alle sue poche luci e alle sue moltissime ombre. Assai interessante è l'analisi della composizione della popolazione detenuta: il superamento dei luoghi comuni, in particolare quello che equipara tutti i detenuti a un pericolo sociale, consente di tracciare una mappa della popolazione detenuta che offre alcune sorprese. Oppure, a scelta, una granitica conferma di ció che risulta la piú tradizionale ed esatta interpretazione del ruolo sociale del carcere. Insomma, il carcere è oggi piú che mai ció che si è voluto che fosse due secoli fa. Lo strumento piú rapido ed efficiente di regolazione sociale e di disciplinamento culturale. Il carcere è il luogo della miseria e della spoliazione. Chi sta in carcere, in genere, è un delinquente, ma è - nella maggioranza dei casi - un delinquente povero o poverissimo, privo di risorse materiali e immateriali, destinato alla marginalitá  o all'esclusione dal sistema dei diritti di cittadinanza. Stranieri, tossicomani, senza fissa dimora, malati cronici, affetti da infermitá  mentale o da patologia fisica o psichica. Se questo è vero, è pressoché fatale che questa folla indistinta e indifesa, non garantita e non tutelata, subisca processi di abbandono, mortificazione e veri propri abusi, illegalitá , violenze. D'altra parte, il sistema penitenziario è anche un mondo sconosciuto, dotato di sui codici e di suoi linguaggi. Gonnella e Marietti ci aiutano a decifrare questi ultimi: «una lingua strana, da un lato spaccona e smaliziata e dall'altro sprovveduta e fanciullesca» «chi passa cella per cella con il carrello del cibo (...) è un "portavitto". Quando avrá  scontato la pena e sará  alla ricerca di un lavoro non sará  facile per lui poter scrivere nel curriculum di aver svolto il mestiere che ha svolto. In italiano: il cameriere».

Attenzione a quel «fanciullesca»: il carcere puó essere letto come una macchina di regressione infantile. Quando visitai l'istituto di Grosseto, anni fa, rimasi attonito di fronte a una struttura di reclusione, ricavata da un edificio del periodo granducale. Una dimensione tutta miniaturizzata: la cappella sembrava un confessionale, le celle costringevano uno come me, non particolarmente alto, a chinare il capo, i corridoi come minuscoli ambulacri di una casa di bambole. Vidi lí, plasticamente rappresentata, la tendenza del carcere a «infantilizzare» i suoi ospiti. Si pensi solo al fatto che, il fondamentale strumento di comunicazione nei confronti dell'autoritá  interna - e insieme uno degli oggetti piú citati - è chiamato, chissá  perché, «domandina». ሠil modulo attraverso il quale il detenuto formula le sue domande: di colloquio col direttore o di acquisto del cibo. Ma si tratta solo del segno piú visibile di una dimensione complessiva: la privazione della libertá  corrisponde alla dipendenza dalla libertá  (=potere) altrui: per muoversi, per decidere del proprio tempo, per comunicare con altri. Com'è proprio dei bambini (o dei gravemente invalidi). Ció è ancor piú visibile nel rapporto con l'autoritá  dove il meccanismo di premio-punizione si esercita all'interno di una relazione puntualmente configurata sul modello di quella tra adulti e minori. Se tutto ció fosse vero il seguito di questo bel libro dovrebbe essere: «il carcere spiegato ai grandi».

 

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