News per Miccia corta

11 - 05 - 2010

Un carabiniere: «Disse di essere stato picchiato»

(il manifesto)

 

 



Cinzia Gubbini



ROMA
Ci sono nuovi, scottanti particolari, negli interrogatori dei carabinieri che hanno partecipato al fermo di Stefano Cucchi, il 31enne morto il 22 ottobre scorso. Arrestato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, Stefano muore dopo quattro giorni di ricovero nel reparto di medicina protetta dell'ospedale Pertini: aveva fratture alle vertebre, ematomi sul viso, segni che potrebbero essere di percosse sul corpo. La Procura di Roma ha chiuso le indagini e ha chiesto il rinvio a giudizio per cinque medici del Pertini con la gravissima accusa di abbandono di incapace. Tre agenti della polizia penitenziaria in servizio presso le celle di sicurezza del Tribunale di Roma dovranno invece rispondere di lesioni personali gravi. In pratica secondo i pm che hanno seguito l'inchiesta, Vincenzo Barba e Francesca Loy, Stefano subí qualche calcio la mattina del 16 ottobre in tribunale, e poi l'imperizia dei medici ha fatto il resto. Ora, peró, si scopre che nelle mani dei pm ci sono anche dichiarazioni piuttosto interessanti dei carabinieri che eseguirono il fermo e che si occuparono di Stefano prima della convalida del suo arresto. Si apre uno spiraglio di luce sulla notte trascorsa in caserma. E si riaccendono i dubbi che il ragazzo possa aver subito qualche tipo di maltrattamento. Nulla di certo, è evidente. Peró lascia stupiti che di fronte a certe dichiarazioni i pm non abbiano deciso di approfondire, tanto che nessun militare coinvolto in questa vicenda ha mai ricevuto un avviso di garanzia. Eppure sono le parole di un carabiniere a cambiare la prospettiva. Si tratta del militare della stazione Roma Casilina che la mattina del 16 ottobre va a prendere Stefano nella caserma di Tor Sapienza dove ha passato la notte: «Mentre si alzava con fatica dalla branda - dice - ho avuto modo di osservare che sul viso aveva due ematomi. A questo punto gli ho chiesto cosa gli fosse capitato e lui ha risposto "mi hanno menato gli amici miei", allorché gli chiedevo quando fosse accaduto, e lui rispondeva "ieri pomeriggio"». Con il carabiniere Stefano lamenta dolori alla testa e a una gamba. Ma le testimonianze dei carabinieri che lo fermano la sera nei pressi del parco degli Acquedotti, quella dei carabinieri che lo accompagnano a casa per la perquisizione, assicurano che Stefano stava bene: «Non presentava particolari segni di sofferenza», dice il militare che lo dovrebbe fotosegnalare nella stazione di Roma Appia (ma non lo fa perché «il Cucchi era poco collaborativo»). Le cose cambiano giá  quando alle 3.50 il ragazzo arriva alla stazione di Tor Sapienza. Gli chiedono di togliersi la cinta e lui risponde in modo strano: «che me devo toglie la cinta che manno rotto?». La cinta non è mai stata riconsegnata alla famiglia. Chi gliel'aveva rotta e perché? Dopo venti minuti Stefano chiede di chiamare un'ambulanza, dicendo di avere male alla testa, e allo stomaco. E anche qui c'è un altro particolare che non torna: i sanitari del 118 hanno sempre detto di no averlo visto in viso perché era completamente avvolto da una coperta e non volle farsi visitare. Il carabiniere invece dice di essere stato presente durante la breve visita, che Stefano non voleva scoprirsi ma che alla fine rimase senza coperta di fronte ai due infermieri. Chi abbia ragione è difficile capirlo, ma certamente qualcuno mente.

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