News per Miccia corta

10 - 05 - 2010

Mafia e politica, il lungo inganno

(la Repubblica)

 

 

 

"Quando uscí la prima volta, Cosa Nostra sembrava sconfitta. Non avevo capito niente"
"Oggi è una voce importante del Pil e alle sue dipendenze lavora oltre il 20 % di italiani"
 
SIMONETTA FIORI

 «Non avevo capito niente. Le spudorate trame, i patti segreti tra gangster e carabinieri, le mafie ufficialmente entrate nell'establishment italiano. Allora chi poteva immaginarselo? Non io, sicuramente». Nel riprendere in mano il suo vecchio Raccolto rosso, il saggio che raccontava vent'anni di guerra civile con diecimila morti ammazzati, Enrico Deaglio confida l'inganno di cui è stato vittima nei confronti della mafia. Lui e moltissimi italiani.
«Quando il libro uscí la prima volta nel 1993 da Feltrinelli», racconta Deaglio, «Cosa nostra sembrava sconfitta, il suo esercito decimato. Perfino la irredimibile Palermo, come la chiama Sciascia, scendeva in piazza contro la mafia». C'erano motivi per essere soddisfatti. «Se la precedente generazione aveva battuto il fascismo, noi potevamo dire di aver battuto la mafia». E invece? «Dopo è accaduto l'impensabile. Ho provato a raccontarlo mettendo insieme gli atti giudiziari ma anche la mia esperienza di cronista sul campo. ሠvenuto fuori un "secondo tempo" molto diverso dal primo, in cui non erano immaginabili l'industriale brianzolo presidente del Consiglio, il suo taciturno fattore palermitano e il "consigliori" raffinato bibliofilo, condannato in primo grado quale ambasciatore delle richieste di Cosa Nostra a Milano». E come in un film in cui l'epilogo è ancora piú spaventoso delle sue premesse, primo e secondo tempo sono stati raccolti in un nuovo Il raccolto rosso (1982-2010). Cronaca di una guerra di mafia e delle sue tristissime conseguenze, pubblicato ora dal Saggiatore con una documentata appendice - "i titoli di coda" - a cura di Andrea Gentile (pagg. 384, euro 17; il libró sará  presentato domenica al salone di Torino con Antonio Ingroia).
Una volta la mafia era vergogna nazionale, oggi rappresenta una voce importante della nostra economia. Il suo brand è conosciuto in tutto il mondo. «Oltre il venti per cento degli italiani lavora alle sue dipendenze, con un fatturato annuo - tra edilizia, grande distribuzione e centri medici di eccellenza - che occupa una parte cospicua del Pil. Per la sola "˜ndragheta, se consideriamo anche il "core business" della cocaina, siamo oltre il 55 per cento in piú del ricavo annuo di Finmeccanica. Uno dei pochi settori che non conosca crisi».
Il racconto di Deaglio appartiene a quel genere di letture biasimato dal nostro presidente del consiglio, che ripetutamente - fin dalla sua discesa in campo nel 1994 - lamenta il danno prodotto all'immagine dell'Italia da fiction e saggi sulla mafia. In effetti, protagonisti, comparse e paesaggio di Raccolto Rosso tratteggiano un paese perduto, fuori tempo massimo. Ma risulta difficile attribuirne la responsabilitá  alla scarsa vocazione patriottica di Deaglio, il quale alla sua maniera si astiene da toni apocalittici, ma mette insieme pervicacemente delitti, attentati, sparizioni, misteri, ricatti, accordi segreti e fortune politiche tali da disegnare una storia d'Italia dai tratti sconfortanti e difficilmente contestabili. O meglio - come lui felicemente sintetizza - la storia che non siamo noi. «Immaginate di essere un pittore che deve dipingere un grande quadro. Ci mette il popolo che si ribella alla corruzione, due magistrati che sacrificano la propria vita, un industriale che porta vento nuovo, i carabinieri che contrastano i gangster e li arrestano. E poi dovete rifare il quadro perché non va piú bene. Dovreste mettere i carabinieri un po' troppo vicino ai gangster, anche gli industriali un po' troppo vicini ai gangster. E poi lo dovere rifare ancora perché non è piú per niente chiaro per quale motivo siano stati uccisi quei due magistrati». ሠla storia di un paese che non si scandalizza piú, che confonde mafia e antimafia in una geremiade indistinta - cosí l'ha abituato la grancassa della Tv - e nel quale gli intrecci tra potere politico e potere criminale acquistano dimensioni tali da far evocare «il bacio tra Andreotti e Riina come una galanteria da prima Repubblica».
Come spesso accade con i libri di Deaglio, si legge la storia italiana con la stessa ansietá  con cui ci si affretta alla fine di un giallo, catturati da dettagli impensabili che inducono a chiedersi: ma è possibile? Possibile che Borsellino due mesi prima di morire avesse ricostruito in un'intervista televisiva la filiera dei soldi della mafia impiegati nelle industrie del Nord - grazie il tramite di Mangano, lo stalliere di Arcore - e questa intervista non sia stata mai trasmessa prima delle elezioni che incoronarono Berlusconi? Possibile che Cosa Nostra sia capace di condizionare i palinsesti della Tv commerciale? Possibile che fosse tutto pronto per la cattura di Bernardo Provenzano, ma un generale dei carabinieri abbia fermato i propri uomini? Possibile che sia stato Totó Riina detto "o' curto", la belva di Corleone, a porre le condizioni allo Stato italiano per far cessare le stragi? Possibile che la mafia si quoti in borsa grazie alla Calcestruzzi di Gardini e poi continui a produrre cemento depotenziato, pronto a sbriciolarsi alla prima scossa? ሠl'Italia dell'inverosimile, quella narrata da Deaglio, il quale per restituire il grottesco dell'ultimo quindicennio si rifugia nella forma del musical, tra stallieri e cavalline storne. «Alla vigilia delle celebrazioni per l'Unitá  di Italia, ecco un risultato che nessuno dei nostri padri fondatori aveva previsto».
L'idea che attraversa il libro è che siamo stati tutti vittima di un lungo inganno. «Ci hanno fatto credere cose che non erano. Falcone e Borsellino l'avevano capito, per questo sono stati eliminati». Sfogliando i suoi taccuini, Deaglio torna ai giorni dell'arresto di Riina, nel gennaio del 1993. «Ero lí a Palermo con altri colleghi e fummo depistati. Non si sapeva da dove fosse uscito Riina. L'indirizzo giusto ce lo diedero solo due giorni dopo». Loro si aspettavano la tana della belva e trovarono una casetta linda e pittata di fresco. «E noi che pensavamo a persone superspecializzate al lavoro per analizzare frammenti, dna, carte e pizzini. E invece non andó affatto cosí». Un'impresa di pulizia era riuscita a cancellare ogni indizio, con la benedizione di chi doveva sorvegliare. Tra i tanti paradossi c'è anche la storia di una casina illuminata. Sta su in collina, ben visibile dalla strada che conduce all'aeroporto di Punta Raisi, oggi intitolato a Falcone. ሠil casotto dell'Enel da cui gli assassini del magistrato azionarono il telecomando. Oggi è illuminata da potenti fari, come un cimelio nazionale. Ma qual è il vanto patrio di quel luogo?, si domanda Deaglio. Un monumento alla mafia, per ricordare la legge del piú forte.

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori