News per Miccia corta

09 - 05 - 2010

Rolling stones. Exile, la leggenda nera di un capolavoro

(la Repubblica)

 

 

 

Anno 1972, la band è disastrata: troppa droga, troppo sesso, niente soldi per l'erario Unica salvezza, fuggire. In una villa ex bunker nazista in Costa Azzurra Mick, Keith e gli altri registrano "Exile on Main Street", il loro album "piú fottutamente folle". Che oggi torna con brani inediti e un libro che racconta quella storia
Dopo l'uscita Jagger era preoccupato per la sua ispirazione: "E adesso cosa facciamo?"
Le sessioni di registrazione cominciavano la sera e andavano avanti fino al mattino, se la polizia non arrivava prima
 
ANGELO AQUARO

 


NEW YORK 
n el 1971 Mick Jagger era stanco del rock'n'roll e sognava per i suoi Rolling Stones qualcosa di diverso. Peró la band a quel tempo era cosí disastrata - troppa droga, tanto sesso, pochi soldi per l'erario - che la soluzione piú facile sembró la fuga. Cosí Mick, Charlie Watts, Bill Wyman e Mick Taylor si chiusero in una lussuosissima villa del sud della Francia che Keith Richards aveva affittato per sprofondare nei suoi ozi perversi. La villa si chiamava Nellcote e stava a Villefranche-sur-Mer vicino a Nizza. E come tutti i paradisi nascondeva una faccia di inferno: era stata un centro di smistamento nazista. Sui muri si vedeva ancora l'ombra delle svastiche e nei sotterranei spuntarono i flaconi di cianuro con cui, nel caso, i gerarchi si sarebbero dovuti uccidere: arrendersi, mai.
«Questo nuovo album è fottutamente folle», disse Mick Jagger quando, nel maggio dell'anno dopo, uscí Exile on Main Street. «Le canzoni sono una diversa dall'altra. Sí, è vero rock'n'roll, ma non volevo che suonasse cosí. Io nel gruppo sono quello piú sperimentale: lo sapete tutti che mi piace sperimentare». Eccome no. A letto lui, Keith Richards e la sua fidanzata Anita Pallenberg. A letto lui e Anita senza Keith. A letto lui e Keith senza Anita. A letto lui e David Bowie. A letto, finalmente, lui e la moglie Bianca...
Mick Jagger era cosí stanco del rock'n'roll e cosí preoccupato del suo futuro che quarant'anni dopo fa ancora quella cosa lá : rock'n'roll. E quarant'anni dopo il mondo torna a occuparsi di quel disco di allora neanche fosse un capolavoro ritrovato di Picasso. Una nuova edizione rimasterizzata con dieci brani praticamente inediti (compresa la mitica Pass the Wine dedicata a Sophia Loren). Un nuovo documentario che racconta la genesi del disco. Un libro - quello informatissimo di Bill Janovitz, giornalista e leader dei Buffalo Tom, anticipato in queste pagine - che svela la genesi del disco, del documentario e di tutte le polemiche legate alla leggenda delle registrazioni maledette.
Troppa grazia? Macché. Il prestigioso Rolling Stone, che pure alla band deve il nome, lo stroncó, ma Exile è cosí ricco e bello che gli Stones potevano anche fermarsi lí. Fu il loro apice. Mick Jagger era stanco del rock'n'roll ma dopo l'uscita di Exile era solo preoccupato per la sua ispirazione - e il suo portafoglio: «E adesso cosa facciamo?». Diceva proprio cosí quel giovanotto a capo del gruppo che aveva vinto la sfida del tempo con i Beatles appena scioltisi come un vinile al sole: «E adesso, dopo Exile, cosa facciamo?». Non è un caso che l'apice per il gruppo maledetto - il fondatore Brian Jones annegato in piscina, Marianne Faithfull quasi annegata nell'eroina, l'era dei figli dei fiori annegata nel sangue di Altamont col primo morto a un concerto rock - fosse arrivato proprio con quell'album partorito in una location che piú maledetta non si puó (la villa nazista) e per una causa che piú abietta non si puó: la fuga dall'Inghilterra (altro che "Esilio") per non pagare le tasse che il Labour aveva alzato sui redditi altissimi.
Come tutte le leggende naturalmente anche quella del disco maledetto coglie la sostanza ma non è "la" veritá . Exile non è quel disco nato dal caos creativo che piaceva a un altro finto maledetto, un certo Friedrich Nietzsche, e che i cantori del purismo rock vorrebbero farci credere. ሠvero che è il disco piú rock degli Stones. ሠvero che è il disco che piú assomiglia a Keith Richards che qui si muove letteralmente da padrone (a partire da padrone di casa: dettando i tempi impossibili di quelle session che cominciavano la sera e andavano avanti fino al mattino se la polizia non arrivava prima). ሠvero che lo stesso Richards cominció allora il suo periodo piú nero tossicologicamente parlando. Ma tutta quella creativitá  sarebbe rimasta ruspante se Mick Jagger non avesse riorganizzato in un superstudio di Los Angeles la massa di suono grezza registrata in diretta in Francia.
Cosí il disco che la leggenda vuole di Richards torna sotto l'egida del capo Jagger. E in quanto alla droga di Keith... Beh, è lui stesso a vendicarsi quarant'anni dopo: «Non ero mica il solo. A quel tempo Mick prendeva di tutto e Charlie si faceva di brandy come non so cosa. L'ultima delle nostre preoccupazioni era quello che ingurgitavamo». La prima preoccupazione di Richards - sará  anche retorico dirlo - era quella: la musica. Anche per questo, e non solo per avere un compagno di eroina, si trascinó fino alla Costa Azzurra Gram Parsons. Gram è il visionario bianco che provó a miscelare la tradizione country con l'innovazione rock e la chiamó "Cosmic American Music". La definizione era una follia ma la sintesi geniale: dai (suoi) Byrds agli Eagles ci hanno campato in molti. Lui no. Lui morí di overdose a ventisette anni prima di diventare una rockstar vera. Keith si innamoró musicalmente di Gram e Mick era cosí geloso che con la scusa dei suoi vizi da tossicomane (figuriamoci: fosse stato il solo) lo fece cacciare dalla villa dove gli ospiti maledetti in veritá  abbondavano: da William Burroughs a John Lennon. 
Peró lo spirito countryrock di Parsons pervade comunque mezzo Exile anche se nessuno è mai riuscito a dimostrare davvero che Jagger & Richards gli avessero scippato Sweet Virginia. Altra leggenda. Come quella che Casino Boogie nascondesse riferimenti alla bisessualitá  di Mick e Soul Survivor una pugnalata a Keith che tra droga e altre follie stava trasformando il lavoro di quel disco in un inferno.
La veritá  è che la leggenda nera di Villa Nellcote è stata ingigantita dallo stillicidio di memorie dei testimoni minori di quella grande stagione. Compreso quel giornalista, Robert Greenfield, che dopo essere stato generosamente ammesso a corte spifferó la faccia sporca degli Stones in un libro poco prosaicamente intitolato Una stagione all'inferno con gli Stones. Ma anche la storia di quel gruppo di hippies miliardari che ne facevano di tutti i colori e tutti insieme, da mane a sera, andrebbe ridimensionata. Mick e Bianca preferivano svernare a Saint-Tropez. Charlie Watts se ne stava come un papa ad Avignone. Il piú felice lí in villa era l'affittuario, Keith: cosí tossicamente felice che Happy intitoló il singolo in cui per la prima volta oltre a "riffare" con la sua chitarra cantava pure la parte principale. 
Proprio la genesi di Happy è la cifra di tutto il disco: «Io ero stranamente in anticipo alle prove e gli altri naturalmente in ritardo. Cominciammo a registrare e venne tutto cosí naturale». Come insegna la storia dell'estetica, naturale in arte tutto è tranne che naturale davvero. Una legge che vale anche per i fuorilegge Stones. A partire dalle foto di copertina di Exile che sembrano rubate in strada e invece sono firmate da un maestro della fotografia che si chiama Robert Frank, «uno che si faceva le canne con Ginsberg», come dicevano allora questi teppistelli, un signore che quando negli anni Cinquanta decise di fotografare The Americans si fece scrivere l'introduzione da Jack Kerouac. Frank portó i giro il gruppo per i bassifondi di Los Angeles, cioè Main Street, e cosí l'Esilio in Costa Azzurra - titolo improponibile per la band che aveva venduto l'anima al diavolo - diventó Exile on Main Street. Nel 1971 Mick Jagger era cosí stanco del rock'n'roll che decise di finirlo per sempre. Assassinandolo con il suo disco piú bello.

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