News per Miccia corta

08 - 05 - 2010

Verbali, testimonianze, identikit spariti dagli atti dell'inchiesta

 

 (la Repubblica)

 

 

Si è seguita la pista passionale per ogni omicidio. E si sono "sporcate" le vittime L'armadio sequestrato doveva contenere documenti, ma sono stati rimossi

 

ATTILIO BOLZONI 

 


ROMA - Carte scomparse, verbali d'interrogatorio mai piú ritrovati, armadi svuotati, denunce insabbiate, identikit persi, depistaggi. E una pista «passionale» per ogni omicidio, un'amante segreta per ogni morto. Le indagini sull'attentato dell'Addaura sono l'annuncio delle stragi del 1992, sono le mosse che anticipano le uccisioni di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino.
Misteri. Misteri che non sono solo di mafia ma anche di Stato. L'elenco delle prove che non ci sono piú - o che non ci sono mai state perché le hanno fatte sparire prima - è la trama che racconta la vicenda di quei candelotti di dinamite destinati nel giugno del 1989 al giudice Falcone. Per arrivare a Capaci peró si deve passare da altri due croci e da altre due tombe, da due poliziotti che qualcuno ha voluto a tutti i costi «sporcare» per non farci avvicinare alla veritá . Cominciamo da Nino Agostino, cominciamo dalle indagini taroccate sul suo omicidio avvenuto il 5 agosto del 1989. Ucciso lui e uccisa sua moglie Ida. Era ancora a terra quando suo padre Vincenzo gli ha sfilato dalla tasca il portafoglio e, lí dentro, ha trovato un biglietto: «Se mi succede qualcosa andate a guardare nell'armadio della mia stanza da letto». Agli atti dell'inchiesta non c'è niente del materiale sequestrato in quell'armadio. Come non c'è il resoconto di un lungo interrogatorio del padre di Nino Agostino nell'estate del 1989, quello dove riferiva di avere visto «un uomo con la faccia da mostro che cercava mio figlio una ventina di giorni prima che fosse ucciso». Vincenzo Agostino, una mattina di ventuno anni fa, pochi giorni dopo la morte del figlio, entró alla squadra mobile di Palermo per raccontare: «Sono venuti in due a casa mia e volevano parlare con Nino, mi hanno detto che erano suoi colleghi. Uno aveva una faccia da mostro, martellata dal vaiolo e con un muso da cavallo... era biondastro». Probabilmente la stessa «faccia da mostro» segnalata negli anni successivi da piú testimoni (e anche da un mafioso informatore di un colonnello dei carabinieri) sui luoghi delle stragi in Sicilia. La testimonianza di Vincenzo Agostino è stata inghiottita nel buio: non ce n'è traccia in un solo atto della corposa inchiesta sull'uccisione del poliziotto. Tutta l'indagine sull'omicidio per anni si è sviluppata intorno a una vecchia storia d'amore, un'antica fidanzata di Nino. «Una follia», ha sempre ripetuto il padre, «una follia per potere portare avanti un depistaggio dopo l'altro».
Hanno cercato «una donna» anche per trovare un movente all'omicidio di Emanuele Piazza, il collaboratore del servizio segreto civile strangolato il 15 marzo 1990, nove mesi dopo l'attentato all'Addaura. Tre volte suo padre Giustino ha dovuto chiedere la riapertura di un'inchiesta che volevano mandare subito in archivio. E sette mesi, dalla morte di Emanuele, hanno dovuto attendere i magistrati della procura della repubblica di Palermo prima di ricevere una nota del Sisde (firmata dal direttore del Servizio Riccardo Malpica, il 22 settembre 1990) che testimoniasse la «collaborazione» del ragazzo «con i commissariati di San Lorenzo e Mondello per la ricerca dei latitanti». Nebbie che hanno avvolto fin dal principio la morte di Emanuele Piazza. Ricorda oggi il padre: «Ho denunciato la scomparsa di mio figlio il 17 marzo alla polizia, ma la polizia non ha ritenuto di avvertire i carabinieri neanche con una velina. Dopo tre mesi la notizia della scomparsa di Emanuele è stata pubblicata da Repubblica e, a casa mia, si sono precipitati i carabinieri della stazione Crispi per chiedermi conto e ragione perché non avessi presentato denuncia.. io sono rimasto sconcertato». Come è rimasto senza fiato quell'altra volta che un alto del funzionario del ministero degli Interni, davanti a un magistrato, ha ammesso «di avere conosciuto una volta Emanuele Piazza all'Hotel delle Palme di Palermo» e poi di non averlo incontrato mai piú. Ricorda ancora Giustino Piazza: «Quel funzionario telefonava ogni sabato pomeriggio a casa mia a Sferracavallo e chiedeva di Emanuele, che conosceva molto bene».
Coperti dai segreti, l'omicidio Agostino e l'omicidio Piazza, sono i due «casi» che ruotano intorno all'attentato dell'Addaura e che segnano in qualche modo il calvario che porterá  a Capaci. Le ultime indagini cercano collegamenti fra la dinamite davanti alla villa di Falcone del 1989 e la strage del 1992, c'è un filo - non solo mafioso - che parte dagli scogli dell'Addaura e finisce sull'autostrada Trapani-Palermo. ሠanche storia di identikit scomparsi e ritrovati in altri fascicoli (quelli degli assassini del giudice), di atti finiti in fascicoli diversi da quelli dove dovevano stare, di informative dimenticate in qualche cassetto. Un «disordine» perfetto.


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