News per Miccia corta

05 - 05 - 2010

Pestaggio a Secondigliano

(il manifesto)

 



Adriana Pollice


NAPOLI
Un colloquio premio al carcere di Secondigliano, periferia di Napoli. La signora A. L. arriva alle 9 di mattina del 23 aprile scorso per stare con suo figlio R. R., con lei il fratello piú piccolo di otto anni e la sorella incinta di sette mesi. Di solito si tratta di aspettare una decina di minuti prima di accedere alla sala comune ma quel venerdí l'attesa si prolunga fino alle 13 prima di essere ammessi in una stanza vuota. R. non riconosce la madre, sembra stordito, ha lividi sulle mani, sulle braccia, sulle gambe, segni sul collo, un ematoma sul capo, dolori forti alla schiena che gli impediscono di muoversi, le dita coperte da croste di sangue, segni di difesa. «Ieri notte mi hanno vattuto (mi hanno picchiato, ndr)», racconta e, indicando la guardia carceraria, «fai venire l'avvocato, mi stavano accerenn'' (mi stavano uccidendo, ndr)», spiega.
R. R. è un ragazzo del centro storico, cresciuto nelle rete di vicoli a ridosso di via Toledo. Classe '85, quarto di sette figli, il padre è impiegato comunale e, per portare avanti la famiglia, il pomeriggio arrotonda vendendo cd sulla bancarella, non quelli piratati, sottolinea la moglie, quelli veri presi da edicole e negozi che si liberano dall'invenduto. I figli piú piccoli frequentano l'associazione Quartieri spagnoli, doposcuola e attivitá  creative per cercare di tenere i ragazzi lontano dalla delinquenza. A scuola fino alla terza media, poi il richiamo della strada e della droga a pochi soldi, R. comincia a sedici anni con la cocaina e poi passa al buco, fino a contrarre l'Hiv, una malattia che lo debilita da otto anni, per la quale gli è stata riconosciuta l'invaliditá  al 100%. «Ho fatto di tutto per toglierlo da questa situazione - spiega la mamma - ma non c'è stato niente da fare. Per questo maledetto vizio ha cominciato a rubare, ero incinta e lo andavo a trovare al carcere minorile di Nisida, non l'abbiamo mai abbandonato». Non è un ladro professionista, non è uno di quelli che cercano lo sballo per aumentare il coraggio in modo da scalare piú in fretta i vertici della camorra, è solo un ragazzino che deruba ragazzini piú piccoli di lui per racimolare i soldi della dose. Furti da cinque, dieci euro, il cellulare, fatti in pieno giorno e senza alcuna precauzione, con la fretta addosso per correre dallo spacciatore. Entra ed esce dal carcere, l'ultima volta nel penitenziario di Cosenza, prima di finire a Secondigliano ad aprile 2009, l'hanno liberato perché la sua situazione sanitaria era incompatibile con la reclusione.
R. ha le difese immunitarie debolissime e i linfociti bassi, al Cotugno lo tengono sotto controllo ma in ospedale non resiste. I medici peró sono stati chiari: il suo fisico non è in grado di sopportare oltre, con la droga la deve smettere. Cosí quando lo prendono, dopo l'ennesimo furto da pochi spiccioli a via Toledo, alle analisi risulta pulito. La cartella clinica, peró, parla chiaro e allora finisce al padiglione Cdi, l'infermeria del carcere. ሠdifficile resistere senza supporto psicologico, i detenuti seguiti dal Sert gli passano il metadone fino a provocargli una nuova assuefazione. R. chiede di essere ammesso alla somministrazione controllata ma gliela negano, non è stato registrato come tossicodipendente, il bisogno aumenta fino a spingerlo all'esasperazione, le proteste si fanno piú forti e l'istituzione reagisce. Il pomeriggio del 22 aprile lo spostano nel padiglione T2, quello dei reclusi ordinari, per metterlo in isolamento. Dopo tre ore, scrive R. nella denuncia, in cinque fanno irruzione, divisa della polizia penitenziaria addosso e passamontagna nero per nascondere l'identitá , in mano hanno dei tubi: «Con le cannole - spiega - mi hanno picchiato selvaggiamente fino a che ho perso conoscenza dai forti dolori, dovuti alle continue percosse. Ho chiesto di essere portato a visita medica ma mi è stata rifiutata, ho chiesto di parlare con il direttore ma mi è stato impedito». La sera dopo torna al reparto medico ma nessuno lo visita nonostante i lividi evidenti su tutto il corpo e la notte passata a vomitare: «Giá  normalmente la cura per l'Hiv non me la danno sempre e nemmeno il cibo mi danno regolarmente» racconta sotto stretto controllo del piantone.
«Ho raccolto due denunce - spiega l'avvocato Luciano Santoianni, che segue il caso da anni - quella di R. e quella della madre, testimone delle condizioni del figlio. Abbiamo chiesto al piú presto una perizia medica, prima che le tracce scompaiano del tutto, e il sequestro della cartella clinica. Se la madre non avesse avuto diritto al colloqui premio il fatto sarebbe venuto alla luce con quasi una settimana di ritardo. Non sono certo, ma potrebbero avergli notificato un provvedimento per tentata aggressione alle guardie, di solito in queste situazioni succede».
Un tentativo di aggressione a mani nude contro guardie armate da parte di un ragazzo che non arriva al metro e sessanta, nel 2004 pesava 55 chili ma adesso presumibilmente ne pesa molti di meno. La madre mostra la foto, un viso allegro con un espressione aperta, capelli e occhi scuri da scugnizzo, e non sa rassegnarsi: «Qualsiasi cosa ha fatto, non me lo possono uccidere, non puó fare la fine del povero Cucchi. Mia figlia e mio foglio quando l'hanno visto in quello stato si sono sentiti male, piangevano, R. piangeva, ho dovuto calmarli perché avevo paura per la ragazza al settimo mese. Quando ho chiesto se potevo vedere il direttore mi hanno risposto "non potete parlare con nessuno, ve ne dovete solo andare"».

 


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