News per Miccia corta

05 - 05 - 2010

I consumi della revolucion

(il manifesto)

 

Per difendere le conquiste dal nemico «interno ed esterno», per mugugnare sulla libertá  ma soprattutto per chiedere cambiamenti economici. La tessera annonaria non basta mai, trucchi e furti si moltiplicano, e il Granma pubblica i lettori che chiedono il cambio «por lo mejor»: meno egualitarismo, piú redditi. Sono i consumi la frontiera di Cuba


Roberto Livi



L'AVANA
L'appuntamento è alle 5,30 del mattino al Barrio chino, il quartiere cinese nel cuore di Avana centro. ሠsabato primo maggio, la capitale caraibica esce dal sonno irrequieta al rumore degli autobus cinesi Yu tong, di vecchie e scassate corriere riciclate, di grossi camion che percorrono la cittá  per convogliare centinaia di migliaia di persone a piazza della Revolucion. Lo slogan è «tutti uniti, per Cuba, Fidel e Raul e contro l'interferenza degli Usa e dei loro lacché dell'Unione europea e dei mercenari interni». Una sorta di chiamata alle armi.
Il mio gruppo di tai chi quan è composto in gran parte di donne, cinquanta-sessantenni, madri e nonne, che ci tengono a partecipare alla sfilata assieme agli altri allievi e maestri della scuola di arti marziali cinesi (sulle pareti del piazzale in cui si svolgono gli allenamenti vi è la scritta vita e salute, armi della Rivoluzione). Figlie della rivoluzione, sono disposte a una levataccia e a lunghe camminate sotto il sole per sostenerla. Il primo maggio con Fidel è parte dei ricordi, dall'infanzia alla maturitá . Anche al presidente Raul non vogliono far mancare l'appoggio.
L'intenzione di difendere la Rivoluzione rimane, ma l'umore è ben diverso dal passato. Non sfileranno di fronte al palco di Raul e delle autoritá  ballando (come nel 1968 quando cantavano rivolte a Fidel somos socialistas bailantes, bailantes), ma preoccupate per il presente ancor piú che per il futuro, che si presenta comunque incerto. Sfilano assieme alle decine e decine di migliaia di persone che rappresentano il popolo dell'Avana e piú in generale di Cuba, dagli studenti e insegnanti della scuola ai lavoratori della sanitá  che testimoniano le grandi conquiste della Rivoluzione, ai rappresentanti delle brigate di medici e maestri che lavorano in molti paesi dell'America latina, dagli sportivi e artisti ai lavoratori delle varie corporazione e imprese statali, fino ai reparti ordinati e compatti delle Forze armate rivoluzionarie, gli uomini di Raul, salutati dal presidente con uno sventolio del cappello di paglia.
Dal presidente, i cubani non si attendono solo i richiami a unirsi per difendere Cuba dai nuovi tentativi di destabilizzazione provenienti dal potente vicino nordamericano che, questa volta «assieme all'Ue e ai mercenari interni», agita «strumentalmente» il tema dei diritti umani. Né le lodi alla rivoluzione. Quello che vogliono sentire da Raul sono parole che annuncino un cambio por lo mejor, misure che assicurino una vita migliore, ovvero salari che permettano di arrivare alla fine del mese, aperture al lavoro particular (privato) o a cooperative nel settore dei servizi e dell'alimentazione oltre che nell'agricoltura, la possibilitá  di andare liberamente all'estero. Nei grandi temi, il socialismo cubano - sanitá  e scuola gratuite, assistenza ai piú poveri - per loro va bene. Libertá  di espressione, di associazione politica, insomma la questione dei diritti umani, è piú materia di mugugno che di esigenze reali. Il vero, e potenzialmente pericoloso, fattore di preoccupazione e malcontento - anche fra i giovani che piú guardano agli standard occidentali - è di natura economica.
Come dar loro torto: i prezzi aumentano, i prodotti di largo consumo sempre piú difficili da trovare. La crisi economica è drammatica, le finanze statali sono al lumicino e le esigenze sono enormi, visto che Cuba importa quasi il 70% di quello che consuma. Patate e fagioli scarseggiano, una libbra (circa mezzo chilo) di riso è passata da 3,5 a 8 pesos (da 18 a 40 centesimi di euro per uno stipendio medio che si aggira sui 15-18 euro al mese), la carne di manzo è un lusso per pochi. La libreta de abastecimiento, che assicura a ogni cubano una serie di prodotti alimentari di base quasi gratuiti, non basta che per un paio di settimane al massimo. La gente lucha e inventa, ovvero si arrangia per arrivare alla fine del mese. Tutti sinonimi di appropriarsi dei beni dello stato, venderli sottobanco, corrompere e essere corrotti. Insomma vi è una grande massa di gente che si vede costretta a muoversi nell'illegalitá , a giustificare ruberie col fatto che bisogna arrangiarsi. E spesso a praticarle sono capi, ispettori e via dicendo.
Non si tratta di una denuncia fatta dall'opposizione, per altro assai ridotta e fortemente condizionata economicamente da enti governativi nordamericani. Il quadro sopra esposto appare ogni venerdí nelle pagine dedicate alle lettere al direttore di Granma, l'organo del partito comunista. E con altrettanta frequenza nelle lettere a Juventud rebelde.
Ne citiamo alcune: «Dinamizzare il modello economico per salvare il modello (socialista, ndr) sociale», scrive A. Orama Munero (Granma del 16 aprile). «Lo Stato deve stimolare le forze produttive, liberarsi dei carichi eccessivi che non puó controllare, soprattutto l'egualitarismo (salariale, ndr)» che «frena le forze produttive». «La Rivoluzione ha convertito la maggioranza dei mezzi di produzione in proprietá  sociale. Cambiare questa situazione sarebbe un errore», afferma M.C. Aledo Roller (Granma del 9 aprile). Peró «se vi fossero molti piú calzolai, muratori, carpentieri tassisti, e la lista puó essere infinita, che lavorano per se stessi e producono beni e servizi senza sfruttare ed essere sfruttati.. questo non significherebbe che stiamo tornando al capitalismo» . «I cambi creano resistenza» nella burocrazia del partito-stato: «áˆ necessario un cambio nella sfera economica, di questo nessuno dubita. Soprattutto nella produzione di alimenti il popolo chiede risultati, cibo. Raul Castro l'ha detto chiaro che si tratta di una questione di sicurezza nazionale: mettiamo fine alla corruzione, all'assenteismo, alla burocrazia... affrontiamo i nostri problemi e il nostro Socialismo continuerá  a essere un esempio per tutto il mondo» (R. Garcia Macía, Granma del 30 aprile).
Fin dalla sua nomina a nuovo presidente, il 24 febbraio 2008, Raul Castro ha dimostrato che il suo stile di governo è improntato al pragmatismo. Ha eliminato proibizioni assurde (possesso di cellulari e computer, affitto di auto, possibilitá  di ospitarsi in alberghi, di gestire taxi privati..), ha criticato l'egualitarismo, affermando che non vi sarebbe stata uguaglianza di salari, ma uguaglianza di opportunitá , e ha avviato una grande redistribuzione delle terre incolte dello Stato, della quale hanno beneficiato centomila famiglie.
Poco a poco è iniziata a emergere la Cuba reale, al di lá  della propaganda. E il quadro era critico, come quello esposto dalle lettere al Granma. Per affrontarla, il nuovo presidente sembra volersi muovere sulla base di riforme che riducano i «benefici per tutti» (la libreta de abastecimiento, i comedores obreros) e aumentino il reddito a chi produce (eliminazione del tetto salariale, possibilitá  di un secondo lavoro, distribuzione di terre). Solo che si tratta di un progetto non completamente (e chiaramente) delineato e che incontra difficoltá  (se non opposizione) nell'elefantesca burocrazia, nell'abitudine al lavoro garantito (mentre Raul ha affermato che vi è un milione di posti di lavoro improduttivi). In questo modo i tagli avanzano piú in fretta della crescita dei salari, secondo il sindacalista Salvador Valdés. La crisi economica globale e la scarsitá  di liquiditá  finanziaria dello Stato ha poi reso necessaria una sorta di congelamento dei debiti esteri (alla fine dell'anno scorso era stato saldato un terzo del debito estero) con conseguenti tagli negli investimenti esteri nel Paese e nell'importazione di beni.
Dunque le riforme vi sono state. Ma la percezione della gran parte dei cubani è che non siano sufficienti. Che il piú resti da fare. La gran parte dei cubani chiede «cambiamenti attuati con urgenza», ha ribadito giorni fa anche la massima autoritá  della chiesa cubana, il cardinale Jaime Ortega. Per l'arcivescovo dell'Avana, a Cuba esiste un «consenso nazionale» sulla necessitá  di cambiamenti. E il fatto che si ritardino «produce impazienza e malessere nella popolazione».
Le mie compagne di tai chi, come la gran parte dei manifestanti, dopo la lunga attesa e la sfilata ritornano a casa sudate e stanche, ma anche piú allegre. Alle richieste di Raul e della Rivoluzione hanno risposto ancora una volta: presente! Senza la retorica che troppo di frequente abita nei media ufficiali hanno dimostrato di voler difendere «le conquiste del socialismo», il fatto che i loro figli «sono diventati medici senza spendere un centesimo», che possono dirsi orgogliose di abitare un paese che non si piega, «non si mette in ginocchio di fronte alle pressioni esterne», come recitavano gli slogan in piazza della Rivoluzione. Ora peró chiedono a Raul di ascoltare la loro voce, le loro speranze ed esigenze di cambiamenti.

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