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News per Miccia corta

05 - 05 - 2010

Ballare al tempo dei lager

(la Repubblica)

 

 
 
HERTA MüLLER


Anticipiamo l'ultimo capitolo del romanzo "L'altalena del respiro" di . L'autrice, che ha vinto il Nobel, sará  in giugno a Roma, al Festival Letterature di Massenzio.
Piccoli tesori sono quelli su cui è scritto: Qui io sono. Tesori piú grandi sono quelli su cui è scritto: Ricordi ancora.
Ma i tesori piú belli sono quelli su cui sará  scritto: Lá  ero.
LဠERO dovrebbe stare scritto sui tesori, sosteneva Tur Prikulitsch. La laringe mi andava su e giú sotto il mento, come se avessi inghiottito il mio stesso gomito. Il barbiere disse: Intanto siamo ancora qui. Il cinque viene dopo il nove.
A quel tempo, nella stanza del barbiere credevo ancora che se non fossimo morti qui sarebbe stato in seguito, in un dopo. Si è fuori dal Lager, liberi, magari addirittura nuovamente a casa. Allora si puó dire: LဠERO. Ma il cinque viene dopo il nove, abbiamo avuto un po' di balamuc, e cioè una felicitá  confusa, e bisogna dire anche dove e come. E perché mai uno come Tur Prikulitsch doveva affermare spontaneamente in seguito, a casa, che lui non aveva affatto bisogno della felicitá .
Forse giá  allora qualcuno del Lager aveva deciso di ammazzare Tur Prikulitsch, dopo il Lager. Uno che vagava insieme all'angelo della fame mentre Tur Prikulitsch posava le scarpe sul corso del Lager come se fossero borsette di vernice. All'epoca-di-pelle-e-ossa forse qualcuno all'appello o in carcere si è esercitato infinite volte nella mente a spaccare a metá  la fronte di Tur Prikulitsch. Oppure quel qualcuno stava allora sepolto fino al collo nella neve spazzata dal vento, lungo un tratto di ferrovia, o nella jama, immerso nel carbone fino al collo, o nella sabbia della kar'er o nella torre del cemento. O sdraiato insonne sulla branda, nella luce gialla della baracca, quando ha giurato vendetta. Forse ha progettato l'omicidio addirittura il giorno stesso in cui con sguardo untuoso Tur ha parlato dei tesori. O nel momento in cui Tur mi ha chiesto nello specchio: E allora, com'è da voi in cantina. Forse addirittura nell'istante in cui ho risposto: Piacevole, ogni turno è un'opera d'arte. Presumibilmente anche un assassinio con la cravatta nella bocca e l'ascia sulla pancia è un'opera d'arte procrastinata.
So nel frattempo che sui miei tesori c'è scritto LဠRESTO. Che il Lager mi ha lasciato tornare a casa per stabilire la distanza di cui ha bisogno per ingrandirsi nella mente. Dal mio ritorno, sui miei tesori non c'è piú scritto QUI IO SONO, ma neppure LဠERO. Sui miei tesori c'è scritto: DI LဠNON VENGO VIA. Sempre piú il Lager si estende dal lobo temporale sinistro a quello destro. Perció devo parlare del mio intero teschio come di un territorio, del territorio di un Lager. Impossibile proteggersi, né con il silenzio né con il racconto. Si esagera nell'uno come nell'altro, ma un LဠERO non c'è in nessuno dei due. E non c'è neppure una giusta misura.
Ma i tesori ci sono, qui Tur Prikulitsch aveva ragione. Il mio ritorno a casa è una felicitá  storpiata, sempre riconoscente, una trottola della sopravvivenza che a ogni sciocchezza si mette a girare. Mi ha nelle sue mani, cosí come ha tutti i miei tesori che non posso sopportare né abbandonare. Adopero i miei tesori da piú di sessant'anni. Sono vacillanti e importuni, intimi e ripugnanti, smemorati e rancorosi, consumati e nuovi. Sono la dote di Tur Prikulitsch e non si distinguono da me. Quando li elenco, inciampo.
La mia sottomissione orgogliosa.
I miei desideri di angoscia, dettati dal rimprovero.
La mia indispettita fretta, il mio saltare subito dallo zero al tutto.
La mia cocciuta acquiescenza, per cui do ragione a ognuno per poterglielo poi rinfacciare.
Il mio opportunismo mancato.
La mia cortese avarizia.
La mia invidia fiacca delle aspirazioni, quando la gente sa cosa vuole dalla vita. Una sensazione come di lana infeltrita, fredda e stopposa.
Il mio vuoto scosceso, scavato a cucchiaiate in me, il mio essere pressato dall'esterno e intimamente cavo da quando non devo piú soffrire la fame.
Il mio profilo trasparente, cosí che camminando in me raccolto mi dissolvo.
I miei pomeriggi grevi, lento il tempo sdrucciola con me tra i mobili.
Il mio radicale piantare-in-asso. Ho bisogno di molta vicinanza, ma non mi concedo. Domino il sorriso di seta nel ritrarmi. Dopo l'angelo della fame non permetto a nessuno di possedermi.
Il piú pesante dei miei tesori è la mia coercizione al lavoro. ሠl'altra faccia del lavoro coatto e un salvifico scambio. In me si annida il tiranno della grazia, un parente dell'angelo della fame. Sa come si addestrano tutti gli altri tesori. Mi sale nel cervello, mi spinge nella malia della coercizione, perché ho paura di essere libero.
Dalla mia finestra si vede la torre dell'orologio dello Schlossberg di Graz. Alla finestra c'è un grande tavolo da disegno. Sulla scrivania c'è il mio ultimo progetto, come una tovaglia crivellata di spari. ሠpolveroso come l'estate lá  fuori sulle strade. Quando lo guardo, non sa ricordarsi di me. Dalla primavera, davanti a casa mia, un uomo passeggia tutti i giorni con un cane bianco a pelo corto e un sottilissimo bastone nero che al posto del manico ha soltanto una lieve incurvatura, come una stecca di vaniglia ingrandita. Se volessi potrei salutare l'uomo e dirgli che il suo cane assomiglia a un maiale bianco in groppa al quale la nostalgia poteva cavalcare un tempo nel cielo. In sostanza vorrei parlare una volta con il cane. Sarebbe buona cosa se una volta il cane fosse in giro da solo o con la stecca di vaniglia, senza l'uomo. Forse un giorno accadrá . Io comunque continuo ad abitare qui, e anche la strada rimane dov'è, e l'estate è ancora lunga. Ho tempo e aspetto.
Amo soprattutto sedere al mio tavolino di formica bianca, lungo e largo un metro, un quadrato. Quando la torre dell'orologio batte le due e mezzo, il sole entra nella stanza. L'ombra del tavolino sul pavimento è una valigia grammofono. Mi suona la canzone del narciso, o la Paloma che si balla plissé. Prendo il cuscino dal divano e ballo nel mio pomeriggio greve.
Ci sono anche altri compagni.
Mi è capitato di ballare persino con la teiera.
Con la zuccheriera.
Con la scatola dei biscotti.
Con il telefono.
Con la sveglia.
Con il portacenere.
Con la chiave di casa.
Il mio compagno piú piccolo è un bottone strappato via da un cappotto.
Non è vero.
Una volta, sotto il tavolino bianco di formica, c'era un'uvetta impolverata. E ho ballato pure con lei. Poi l'ho mangiata. Poi c'era una specie di lontananza in me.


© 2009 Carl Hanser Verlag München. Published by arrangement with Marco Vigevani Literary Agency. © 2010 Giangiacomo Feltrinelli Editore
Traduzione di Margherita Carbonaro