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News per Miccia corta

29 - 04 - 2010

Se il Primo maggio diventa la festa del consumo

(la Repubblica)

 

ADRIANO SOFRI

 


Accapigliarsi a Firenze, è una onesta tradizione. Anche il Primo maggio è una mirabile tradizione. Di accapigliarsi, e proprio a Firenze, per il Primo maggio, non si sentiva il bisogno. Ne scrivo – la disputa avviene anche in altre cittá , e la posta riguarda tutti – rallegrandomi di stare dalla parte dell'attaccamento al passato. Centovent'anni piú o meno, non è un passato vetusto, in un Paese di antichitá  come il nostro, ma è quello comune al resto del mondo, e di cui andare fieri. ሠil giorno in cui non si lavora per far festa alle otto ore e alla dignitá  del lavoro.
Dopo che sono crollati gli argini delle feste comandate, sabati e domeniche comprese, a servizio dei quali è stato rifatto l'uomo e anche la donna, una legge toscana ha stabilito che quattro feste siano inderogabili, salvi i servizi necessari alla sicurezza pubblica e alla tutela dei cittadini: il 25 e il 26 dicembre, Capodanno, e il Primo maggio.
L'intenzione sottintesa è di preservare qualche cerchietto rosso nel calendario, rosso di Natale o di scioperi: neanche le dita di una mano. L'intenzione ragionata è di consentire ai membri di una comunitá , dalla famiglia in su, di avere almeno in quei giorni di gala un riposo e una festa comune. La legge prevede bensí deroghe "concertate" quando ci siano necessitá  speciali o eventi straordinari. Si capisce che a Torino durante l'esposizione della Sindone la deroga sia venuta in modo concertato.

A Firenze il sindaco Renzi aveva tempestivamente provveduto con un'ordinanza dello scorso dicembre ad annunciare la chiusura dei negozi per il Primo maggio. Alla cui vigilia peró, cedendo alle pressioni della Confesercenti, ha annunciato di voler autorizzare l'apertura. Ció che è avvenuto ieri d'autoritá , come a Milano e in parecchie altre cittá . La motivazione offerta è la crisi economica: poco persuasiva, non perché la crisi non ci sia, ma perché c'era giá  a dicembre, e non le gioverebbe molto un giorno in piú di apertura. A Firenze venerdí 30 è anche in programma la notte bianca, e si è sostenuto che i reduci dalla moltitudine attesa per la notte avrebbero popolato la cittá  anche il giorno dopo: una sindacalista ha commentato che gli avventori del giorno dopo avrebbero trovato bar chioschi e ristoranti aperti, ma avrebbero potuto fare a meno di comprarsi il golfino. L'effetto paradossale sarebbe di far lavorare le persone nel commercio, alcune decine di migliaia, la notte "bianca" e la giornata dopo, festa del lavoro. Che la notte bianca sia un pretesto è provato dalla quantitá  di altre cittá , in Toscana e fuori, in cui si vuole aprire il Primo maggio.
La discussione ha affrontato un tema interessante come la riduzione della convivenza e della "modernitá " al consumismo, cui il Primo maggio festivo si opporrebbe come un'anticaglia. Dopo i sindacati, anche tutte le associazioni di consumatori hanno indetto lo sciopero degli acquisti, avvertendo che il Primo maggio è la festa del lavoro e non del consumo. L'economicismo dei fautori dell'apertura, sia detto con tutto il rispetto che i soldi pretendono, ha ispirato qua e lá  un'inavvertita premura da borseggiatori: «Il punto è – cosí il responsabile di Confesercenti a Milano – che si tratta di un sabato d'inizio mese, la gente ha lo stipendio in tasca e puó spendere». Il punto, si obietta peraltro, è che molta gente ha le tasche vuote e i famosi outlet sono sempre di piú luoghi domenicali in cui si va con la famiglia a guardare quanto costano le cose e mangiare un gelato. Il presidente di Unicoop toscana, Turiddo Campaini, cui si accredita o si addebita una personale sobrietá  vicina all'ascetismo, ha escluso di aprire i suoi mercati, e va facendo discorsi interessanti – e non di beneficenza – sulla crescente inadeguatezza del gigantismo degli ipermercati. Ma tutto questo è secondario. Devono esserci giorni in cui i soldi sono secondari, in cui il tempo non sia denaro. Feste di liberazione. Giorni – pochissimi, abbiamo visto – in cui si sospenda d'essere uomini d'affari, e si sia semplicemente uomini, e donne e bambini. Chi lavora in un esercizio commerciale, grande o piccolo, assunto o precario, con orari che fanno sorridere o piangere, come preferite, al ricordo della conquista eroica delle otto ore, non è affatto "libero" di accettare o no la richiesta del suo datore di lavoro. Non c'è paritá  fra padrone e dipendente, né ci si puó appellare al padrone buono e comprensivo. I commessi che abbiano prenotato il weekend con famiglia da qualche parte, o abbiano deciso di partecipare a qualche manifestazione del primo maggio, o di starsene in casa in poltrona, metteranno a repentaglio il proprio posto o anche solo la propria serenitá  per dire: «Preferirei di no, grazie». Piuttosto che chinare la testa e ascoltare in cuffia il concerto di Piazza San Giovanni mentre infilano l'ennesima scarpa col tacco alto a una signora di Parigi o a un signore di Milano. I sindacati che hanno proclamato lo sciopero – bel paradosso, scioperare il Primo maggio, la storia a ritroso – non si propongono tanto la bellezza della lotta quanto una minima misura di tutela dei lavoratori dalle ritorsioni. A Firenze la disputa oppone il Comune ai sindacati e probabilmente anche alla Regione, che si propone di rivedere la licenziositá  di aperture domenicali e festive: disputa in famiglia, per cosí dire. Come nella tradizione. Costarono care, le dispute in famiglia. Mi dispiace che il Comune di Matteo Renzi, giustamente fiero di aver restituito a fiorentini e viaggiatori lo spazio sociale del Duomo, la piazza bella piazza, figuri questa volta come liquidatore del tempo liberato del Primo maggio, e di una bella memoria. «In Comune lo sanno che noi lavoriamo giá  tutte le domeniche?», si è domandata una commessa del centro. Invece, un negoziante: «Ma in che mondo vivono i sindacati?». Ecco, a me è ora sembrato un gran complimento. In un altro mondo.