News per Miccia corta

25 - 04 - 2010

Padova, il lager rimosso

(il manifesto)

 


Giugno 1942, nella caserma Romagnoli viene inaugurato un campo anti-slavi, in anticipo sulle atrocitá  del nazifascismo. Una storia dimenticata dalla ricostruzione post-Resistenza

Sebastiano Canetta Ernesto Milanesi



PADOVA
Il lager del duce, nel secondo anno di guerra che è il ventesimo dell'era fascista. Un campo di concentramento «dedicato» in particolare ai prigionieri politici. Baracche di periferia dove internare soprattutto jugoslavi. Una storia «rimossa» dalle cronache, marginalizzata ed espunta perfino dalla ricostruzione post-Resistenza. E a distanza di 78 anni, forse, nessuno se ne ricorderá  nelle commemorazioni ufficiali del 25 aprile organizzate dal Comune di Padova davanti alle stesse caserme.
Chiesanuova, a due passi dal cimitero maggiore della cittá , fine giugno 1942. L'Italia di Mussolini è in trincea nella seconda guerra mondiale, che sul fronte dell'Adriatico impone una sorta di pulizia etnica nei confronti degli sloveni. Le leggi razziali sono giá  in vigore, ma la deportazione «scientifica» e lo sterminio totale degli ebrei coinvolgerá  Padova e il resto del Nord dopo l'8 settembre: fu la Repubblica Sociale ad affiancare i nazisti nell'olocausto.
Questa, invece, è la macchia peggiore sulla camicia nera del regime. In anticipo, senza sconti, politicamente marchiata, con una gestione autarchica. All'interno della caserma Romagnoli si «inaugura» il lager anti-slavo. ሠaffidato al comando del tenente colonnello Dante Caporali, che puó disporre di sei padiglioni piú altri dieci locali. Completamente recintato con un muro alto 4 metri. Difeso da sentinelle armate nelle garitte. Insomma, un campo di concentramento in piena regola.
«Ognuno dei padiglioni - sottoposto al comando di un ufficiale - costituiva un settore autonomo. Ciascun settore, a sua volta, era costituito da due "file" (o reparti), ognuna delle quali comprendeva sei cameroni, comunicanti l'uno con l'altro senza sbarramenti di sorta. Al di lá  dell'ultimo camerone vi erano le latrine e un grande lavatoio collettivo. I primi internati - 1.429, tutti di sesso maschile e originari, per la gran parte, della Provincia di Lubiana - giunsero a Chiesanuova il 14 agosto 1942 per trasferimento dal campo di Treviso (Monigo). A un mese dall'apertura del campo, il numero dei reclusi raggiungeva le 2.129 presenze; ma, tra ottobre e novembre, circa 1.500 internati venivano trasferiti nei campi di Renicci e di Arbe. Al loro posto, quindi, subentravano la maggior parte degli internati militari jugoslavi precedentemente reclusi nel "campo minore" di Gonars» ricorda Carlo Spartaco Capogreco nel libro I campi del duce. L'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943), (Einaudi, Torino 2004).
Nella caserma-lager di Padova i fascisti non vanno tanto per il sottile. Continuano a trasportare vagonate di internati: la punta massima sará  di 3.410 prigionieri per lo piú trasferiti dai campi di Zlarino, Arbe e Ustica. Una vita infernale: sul piazzale spicca il palo della gogna per punire chi non rispetta il rigido regolamento. Nei sotterranei, le celle per la detenzione. Il vitto giornaliero non supera mai le 700 calorie, ma per mesi non arrivano né pacchi dalle famiglie né generi di conforto. D'inverno, la situazione è ancora piú dura: tutti ammassati sulle brande di legno per combattere il freddo.
A Chiesanuova, insieme ai civili anche i reduci della rotta dell'esercito jugoslavo. Nel campo di concentramento si prodigano alcuni internati medici, ma nell'arco di un anno si contano almeno 70 i morti per stenti, fame e malattie. In questo contesto presta la sua opera padre Placido Cortese, che poteva contare sull'aiuto delle studentesse slovene iscritte all'Universitá . ሠl'unico contatto con il mondo esterno. Lui, da istriano, si voterá  alla «missione» di san Francesco. Pagherá  con la vita.
Il lager padovano è ancora ben presente allo scrittore Boris Pahor, che pure ne ha conosciuti parecchi: «Non bisogna dimenticare mai il fascismo. Non si parli solo di Dachau, perché la persecuzione di noi sloveni è una pagina di storia tutta italiana. A me i fascisti hanno rovinato la giovinezza. A 12 anni mi odiavano e mi impedivano di parlare sloveno. Peggio del crematorio che ho vissuto dopo. A Chiesanuova, come negli altri campi del duce, furono deportate intere famiglie. E' uno scheletro nell'armadio. Scoperto solo da poco, si fatica a raccogliere documenti». In tempi di memoria condivisa, non esita a scandire un punto di vista cronologico: «Nel 1942 a Gorizia Mussolini era fuori di sé e pretendeva l'eliminazione fisica di tutti i maschi sloveni, "genía maledetta". Nei rapporti che riceveva a palazzo Venezia annotava che ne erano stati ammazzati troppo pochi». Nel suo recente incontro con gli studenti nell'aula Nievo del Bo, Pahor non ha risparmiato critiche alla sinistra del dopoguerra troppo spesso complice nei silenzi e nelle rimozioni. E' l'identitá  mista di Trieste «infoibata» dalla politica, ieri come oggi. Ma anche la veritá  sugli istriani dell'epoca tutt'altro che irreggimentati dal fascismo, come invece gli sloveni dell'entroterra.
Con Pahor, il lager di Chiesanuova permette di rileggere in controluce vicende ed episodi rimasti sepolti negli archivi. Senza piú i vincoli della fedeltá  ideologica su Tito o sull'esodo giuliano-dalmata. Ma tenendo ben fermi i fatti, proprio per salvaguardare la storia. A Padova, prima del passaggio dei treni piombati diretti ai forni crematori c'erano le baracche del campo di concentramento del duce. Cosí come fra i caduti della resistenza nel 1944 c'era anche Clemente Pino Lampioni, rapinatore e fuorilegge prima di diventare "bandito" con i partigiani in montagna.
Dal giugno 1942, il fascismo ha lo stesso metodo delle SS naziste. Per un anno intero, la caserma Romagnoli sperimenta l'angolo buio del lager in camicia nera. In cittá , resistono alcuni religiosi e un drappello di professori antifascisti. Dentro il perimetro, migliaia di perseguitati slavi che cercano di sopravvivere. Si organizza l'assistenza e la cura, ma nella primavera 1943 fiorisce perfino il mercato nero: 20 lire per una pagnotta, 4 per una sigaretta. Fra baracche, tende e celle spunta addirittura una specie di giornale interno: La giusta veritá  per gli internati , testata a sfregio della propaganda fascista nella «Provincia di Lubiana». Ad un certo punto si materializza, pezzo dopo pezzo, un transistor: nel lager di Chiesanuova riecheggia cosí, clandestinamente, la voce di Radio Londra.
I documenti certificano la durata del campo di concentramento padovano fino al 10 settembre 1943, due giorni dopo la caduta di Mussolini e la firma dell'armistizio. Non riesce la rivolta dei prigionieri ai danni dei militari fascisti rimasti nel limbo. Anche a Chiesanuova arrivano i nazisti che prendono possesso dell'intero complesso, lager compreso. E ai tedeschi basteranno due convogli ferroviari al vicino Campo di Marte per trasferire gli oltre 3 mila prigionieri fino in Croazia. L'ultima tradotta è instradata via Brennero, linea controllata dai tedeschi, verso Vienna e Zagabria.

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IL TESTIMONE
Padre Cortese, il frate istriano dalla parte dei perseguitati


Martire francescano dell'opposizione ai nazifascisti. Figura rimasta nelle pieghe della storiografia anche locale. Padre Placido Cortese (1907-1944) è stato il religioso piú presente all'interno del lager di Chiesanuova, verificando di persona le condizioni dei detenuti e dei prigionieri politici.
Nato a Cherso in Istria il 7 marzo 1907, era stato battezzato con il nome di Nicoló. Entra da giovane nel seminario antoniano di Camposampiero (Padova) e quindi diventa novizio in Basilica, dove il 4 ottobre 1924 prende il nome di fra' Placido. Studia teologia a Roma e viene ordinato sacerdote il 6 luglio 1930. Ha un incarico come parroco a Milano, prima di tornare al Santo a Padova.
Nel febbraio 1937 viene nominato direttore del Messaggero di Sant'Antonio, realizzando la nuova tipografia. Poi riceve il compito di assistere ebrei, slavi, prigionieri rinchiusi nel campo di concentramento nella periferia della cittá .
L'8 ottobre 1944 cade in un'imboscata: due sconosciuti lo rapiscono. Se ne perdono le tracce. Si accerta in seguito che padre Cortese era stato trasferito a Trieste nella sede della Gestapo e torturato a morte.
I Frati minori conventuali hanno avanzato formale richiesta affinché sia iniziato il processo di canonizzazione. Le testimonianze (anche oculari) non mancano e indicano in particolare il coraggio e l'abnegazione di questo frate istriano, incapace di rinunciare alla lingua slovena e pronto a stare dalla parte dei «fratelli perseguitati».

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