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News per Miccia corta

19 - 04 - 2010

Varsavia. Nel ghetto di Edelmann

(la Repubblica)

 

 
 
 
 

Un resoconto vivo, senza retorica o concessioni leggendarie dell'insurrezione, di cui oggi ricorre il sessantasettesimo anniversario
Il racconto è permeato di un sarcasmo polacco, l'esatto contrario del cinismo
Negli ultimi anni subí gli attacchi antieuropei e antisemiti di "Radio Maria"

 

 
GAD LERNER


Anticipiamo parte della prefazione di ad Arrivare prima del Signore Iddio, un libro intervista a Marek Edelmann curato da Hanna Krall (La Giuntina, pagg. 136, euro 12). Oggi, 19 aprile, ricorre il sessantasettesimo anniversario dell'inizio della rivolta nel ghetto di Varsavia.

 


Arrivare prima del Signore Iddio non è solo il resoconto piú vivo della rivolta del ghetto di Varsavia, scaturito dalla testimonianza del vicecomandante dell'Organizzazione ebraica di combattimento (ZOB) scampato miracolosamente alla morte. ሠmolto di piú. Hanna Krall, l'autrice, si scontra pagina dopo pagina con la reticenza di Marek Edelman, il testimone. Egli teme che il suo ricordo venga snaturato, ridotto a leggenda inautentica. Ricordare per lui significa anche smitizzare, sottrarsi all'agiografia. Solo cosí riesce a dare un senso ai decenni successivi in cui esercitó la professione di medico cardiologo all'ospedale di Lodz: collocato di nuovo molteplici volte su quell'esile confine tra la vita e la morte che aveva visto oltrepassare da centinaia di migliaia di persone sull'Umschlagplatz mentre salivano sui vagoni stracolmi diretti a Treblinka, con l'ultima pagnotta messa loro tra le mani dai nazisti allo scopo di garantirsi un flusso di smaltimento ordinato.
Li ho visti morire tutti quanti, ripete Edelman. Poi all'improvviso si rivolta contro la Krall: cosa mi domandi? Potrei dirti dieci volte di piú sui miei malati. Ci tiene a precisare che lui è rimasto al cancello dell'Umschlagplatz tutta la vita. Sí, anche dopo. Anche in ospedale: «Stavo al cancello e tiravo fuori degli individui da una folla di condannati».
Il libro è permeato di un sarcasmo polacco che è l'esatto contrario del cinismo. Grazie ad esso apprendiamo che Marek Edelman è certamente un temerario – la sua singolare caratteristica è di apparire un uomo del tutto esente dalla paura - ma non è un soldato. Lo si capisce subito, quando gli insorti s'imbattono il 19 aprile 1943 nel primo manipolo di tedeschi ignari del fatto che ci fossero degli ebrei armati. Potevano sparargli, a dire il vero andavano ammazzati: «Avremmo dovuto, ma non eravamo ancora abituati a uccidere». Che senso poteva avere, del resto, usare le poche e malandate armi pervenute nel ghetto dalla parte ariana della cittá ? «Gli uomini hanno sempre creduto che sparare è il massimo dell'eroismo. Allora abbiamo sparato». E ancora: «Visto che l'umanitá  si è accordata che morire con le armi in pugno è piú bello che senza, allora ci siamo sottomessi a questa convenzione». Purché sia chiaro, si preoccupa di ricordarci Edelman attraverso innumerevoli esempi, che il coraggio non fu certo una virtú esclusiva dei combattenti. La funzione di questi ultimi era limitata: bisognava morire pubblicamente, sotto gli occhi del mondo.
Non stupisce quindi la diminuzione sistematica con cui contraddice l'epopea raccontata da chi non c'era: cinquecento i membri attivi del ZOB? Macché, eravamo molti meno. Mordechaj Anielewitcz, il suo comandante, figura immacolata? Certo, ma che male c'è a ricordare che era figlio di una pescivendola e che al mercato non esitava a tingere con vernice rossa le branchie delle carpe per farle sembrare piú fresche? Anche il cielo si è tinto di rosso nell'incendio del ghetto di Varsavia, cosa volete che sia un po' di vernice scarlatta. Per sé e i suoi compagni, il nostro testimone rivendica che gli concediamo se non altro il beneficio della normalitá .
Detesta la retorica dei superuomini. Ma nello stesso tempo detesta gli uomini che delegano a Dio le responsabilitá  che spetta loro assumere. ሠquesto l'unico frangente in cui il dottor Edelman, chiamato a prendere decisioni temerarie di fronte a casi clinici disperati, ama esibire superbia. Lui, il Signore, non è tanto giusto. Talvolta è piacevole raggirarlo, approfittare di un Suo momento di distrazione e proteggere la fiamma che Iddio era giá  lí pronto a spegnere. Una bestemmia? Certo che no: i rivoltosi del ghetto di Varsavia sono interpreti dell'autonomia dell'umano senza cui neppure la Legge sarebbe in grado di fondare una morale di civiltá .
Tentare sempre di sopravvivere con dignitá : pur di trasmetterci questo insegnamento Edelman non esita a criticare la scelta del suicidio messa in atto nel bunker di via Mila 18 dal comandante Anielewitcz insieme agli ultimi resistenti. Del resto avevano dissentito insieme, il 23 luglio 1942, quando a togliersi la vita era stato il presidente del Consiglio ebraico, Adam Czerniakov, non appena aveva appreso che i tedeschi avevano deciso la liquidazione del ghetto. Riconoscevano la rettitudine di Czerniakov, ma gli imputavano di non avere indicato per primo la via obbligata dell'insurrezione.
Ció naturalmente non gli ha impedito, nel dopoguerra, fino all'ultima celebrazione dell'anniversario della rivolta cui ha partecipato nell'aprile 2009, di sostare in raccoglimento di fronte alla lapide che ricorda Szmul Zygielbojm, il rappresentante del Bund nel governo polacco in esilio che il 12 maggio 1943 si suicidó a Londra per protesta contro l'indifferenza dei governi alleati. Il cerimoniale da lui predisposto contemplava che a quel punto dell'itinerario, prima di proseguire verso l'Umschlagplatz e il bunker di via Mila 18, un coro di ragazzi intonasse piano l'inno del Bund, il "suo" partito operaio ebraico contrario al progetto di emigrazione sionista in Palestina.
Marek Edelman rimarrá  fino all'ultimo dei suoi giorni, il 2 ottobre 2009, quando si spense serenamente a Varsavia nella casa dell'amica Paula Sawicka, un militante del Bund. Ovvero della nobile idea democratica secondo cui un ebreo deve poter vivere libero e alla pari con i suoi concittadini lá  dove nasce. Se poi volesse andare a vivere in Israele per sua libera scelta –aggiungiamo noi - lo faccia. Ma non piú, mai piú, come via di fuga. Come è noto questo ideale di Edelman gli procuró l'inimicizia dei sionisti e il sospetto dello Stato d'Israele. Ma per fortuna non ha potuto impedire che la sua fotografia venisse collocata quando era ancora vivo nella galleria degli eroi della rivolta del ghetto allo Yad Vashem di Gerusalemme. Il principio dell'uguaglianza e della cittadinanza ebraica in qualsiasi paese della terra è un'ereditá  che il Bund consegna attraverso di lui alle generazioni successive. (...)
Nel maggio del 2008, quando andai a intervistarlo nel modesto villino di Lodz insieme al mio primogenito Giuseppe, lo trovai alle undici del mattino seduto in cucina che fumava sorseggiando vodka. Gli avevo portato in dono del vino piemontese che disdegnó come bevanda per signorine. Per fortuna in aeroporto avevo comprato pure una bottiglia di whisky che lo rimise di buonumore e subito stappó, proponendoci un brindisi. Accendeva una nuova sigaretta senza filtro con il mozzicone della precedente. Niente male per un medico cardiologo affezionato alla vita (degli altri)! Da poco aveva subito gli attacchi di "Radio Maria", emittente del cattolicesimo polacco piú reazionario, dopo che ne aveva denunciato la propaganda antieuropea e antisemita. Gli chiesi il perché dell'ostinazione con cui era rimasto a fare il guardiano delle tombe del suo popolo. «Perché qualcuno provi dispiacere quando lo guardo negli occhi. Voglio dispiacere a quelli che sono contenti che gli ebrei siano morti in Polonia. Hanno vergogna di guardarmi negli occhi, hanno paura di me. E questo mi fa piacere perché non hanno paura di me, ma della democrazia». Puntava uno sguardo di fuoco sull'obbiettivo della telecamera. Poi mi congedó piuttosto bruscamente