News per Miccia corta

19 - 04 - 2010

Ritorno a Ravensbrück, il lager delle donne

(Rassegna.it)

 

 

di Riccardo Valsecchi

 (immagini di riccardo valsecchi)
BERLINO - Fürstenberg è una piccola e graziosa cittadina a una settantina di chilometri da Berlino. Immersa nel verde forestale del parco Nazionale di Stechlin-Ruppiner, bagnata dai laghi di Schwedt e Baalen, la localitá  è rinomata per il turismo sportivo e idrico, ma non solo. A pochi chilometri, sulla sponda opposta del lago, si trova il campo di concentramento nazista di Ravensbrück. Oggi, 18 aprile 2010, si commemora il 65° anniversario della sua liberazione.

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Ravensbrück era il piú grande lager femminile in territorio tedesco. Qui, sono state detenute, tra il maggio del 1939 e l'aprile del 1945, circa 130 mila donne. Di queste 90 mila non sopravvissero. Il museo, allestito in quella che una volta era la sede del Commando SS, racconta la vita del campo. Una volta internate, le prigioniere erano rasate e dovevano indossare il Winkel, un triangolo di stoffa colorato che indicava il motivo della detenzione: triangolo giallo per gli ebrei, rosso per le deportate politiche, verde per le criminali comuni, viola per le Testimoni di Geova, nero per zingare e asociali, tra cui prostitute e lesbiche.

"Mia madre, Maria Arata, venne internata nel campo di Ravensbrück nell'ottobre del 1944 per motivi politici," racconta Giovanna Massariello, vicepresidentessa dell'Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti. "Era un'antifascista e per questo fu arrestata e consegnata alle SS tedesche. Una volta arrivata qui divenne la detenuta n.77314."

Le donne che giungevano al campo in stato di gravidanza dovevano abortire; a volte invece il neonato veniva fatto nascere e portato via; altre volte ucciso di fronte al genitore stesso.

Particolarmente efficiente in questo compito era Frau Braunsteiner, la sovrintendente del campo che i sopravvissuti ricordano come "pallida, alta, magra, con due crudeli occhi azzurri". La chiamavano "cavalla scalciante", per l'attitudine a picchiare, massacrare, uccidere bambini e vecchie indifese prendendole a calci di fronte alle altre prigioniere. Alla fine della guerra Frau Braunsteiner riuscí a far perdere le tracce di sé. Sposó un ricco magnate americano e si trasferí negli Stati Uniti. Scoperta, fu estradata e, nel 1981, la corte tedesca la condannó all'ergastolo per omicidio di 80 adulti, 102 bambini e complicitá  nell'eliminazione di altre 1000 persone.

Le attivitá  lavorative del campo erano soprattutto legate alla produzione tessile, alla costruzione di componenti elettronici, ma anche di missili V2 presso un capannone interno gestito dall'azienda Siemens. Se una prigioniera era troppo anziana o troppo debole per lavorare, veniva eliminata. Oltre il muro di cinta, accanto al forno crematorio costruito poi per velocizzare l'eliminazione dei corpi delle vittime, si trova ora un monumento in memoria degli spari che le prigioniere udivano subito dopo che una di loro veniva scartata e portata via.

Il lager di Ravenbrück non era solo destinato ai lavori forzati: qui i migliori ricercatori e medici nazisti, tra cui Ludwig Stumpfegger, medico personale di Hitler, conducevano esperimenti su pazienti umani, al fine di testare nuovi farmaci. Alle cavie venivano appositamente iniettati virus, oppure spezzate le ossa, lacerati i muscoli, talvolta amputati gli arti, giusto cosí, per vedere se poi era possibile ricostruirli. Per accelerare lo sviluppo della cancrena, nelle ferite venivano inseriti pezzi di stoffa, di legno, terra, cocci di vetro. Nel gennaio del 1945, pochi mesi prima della liberazione, il programma medico era ancora attivo e prevedeva esperimenti di sterilizzazione tramite l'impiego dei raggi X.

Per ordine dello stesso Himmler, il famigerato capo delle SS, dal 1943 ministro dell'Interno del Reich, le donne piú carine e sane di Ravensbrück erano inviate negli altri campi di sterminio e utilizzate come prostitute per soddisfare le voglie sessuali delle guardie e dei prigionieri di razza ariana. La giustificazione: "Tengono alto il morale, di conseguenza fanno aumentare la produttivitá  dei lavoratori."

Alcune delle donne sopravvissute erano presenti oggi alla celebrazione: giunte dalla Polonia, dall'Ucraina, dal Kazakistan dalla Bielorussia, dalla Norvegia, dalla Francia, dalla Slovacchia, non sono state fermate nemmeno dal blocco dei voli di questi giorni. Sono le eroine di questa storia. Mano nella mano, a braccetto, si guardano, scherzano, si commuovono, fanno commuovere i ragazzini che le circondano, raccontando ció che le salvó: non la rabbia, che la debolezza aveva smorzato; non il desiderio di vita, che si era perso con la speranza; non la violenza, che era impossibile di fronte alla prepotenza dei piú forti, bensí la solidarietá .

Debilitate, distrutte, depauperate di qualsiasi dignitá  umana, queste donne trovarono la forza di riunirsi e organizzarsi per sopravvivere all'interno del campo: istituirono corsi scolastici segreti, nel buio della notte, quando le guardie non potevano ascoltare; elaborarono una rete di aiuti e coperture per le piú deboli, in special modo per le vittime degli esperimenti medici che, debilitate, non avrebbero altrimenti potuto sopravvivere; si tennero vive l'una con l'altra, fianco a fianco, benché venissero da paesi lontani, da culture diverse, a volte anche in contrasto.

Annette Chalut, francese, classe 1924, presidentessa del Comitato Internazionale Ravensbrück, è una di queste donne e ammonisce: "La memoria di quello che successe qui non puó, non deve morire una volta che non ci saremo piú noi, le deportate di Ravensbrück".

"La storia delle nostre madri," conclude Massariello," è soprattutto una storia di scelte, di libertá  e di coraggio, che oggi assume un valore particolare, perché insegna che la libertá  non va solo protetta, ma è il frutto di una conquista che bisogna desiderare."

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