News per Miccia corta

16 - 04 - 2010

Sos nazisti

(il manifesto)

 

Carlo Lania



Sono passati sessantasei anni, ma non si sono mai persi di vista. Sono rimasti in contatto ricordando gli anni trascorsi in Italia durante la guerra, quando insieme ai fascisti scorrazzavano per l'Appennino tosco-emiliano seminando terrore e distruzione. Nazisti allora come oggi e sempre pronti ad aiutarsi in caso di bisogno. Al punto che quando hanno scoperto di essere indagati dalla magistratura militare italiana per uno dei tanti eccidi compiuti dai tedeschi in tempo di guerra, non hanno perso tempo per organizzare la propria difesa. La polizia tedesca, che per mesi li ha intercettati per conto del pm militare Marco De Paolis, ha sentito alcuni di loro concordare le versioni da dare ai magistrati o confessare di aver mentito per nascondere le identitá  dei camerati. «Anche se avessi riconosciuto qualcuno - racconta uno di loro al telefono - lo sai com'era da noi, non avevamo sempre le mani pulite (...) non posso certo tradire i commilitoni».
Sono dodici i nazisti identificati dalla magistratura militare italiana come i responsabili della strage compiuta dai soldati della Divisione paracadutisti «Hermann Goring» e dalla Guardia nazionale repubblicana (Gnr) tra il 18 marzo e il 5 maggio del 1944. 390 tra uomini, donne e bambini trucidati dopo essere stati rastrellati in numerosi comuni di tre diverse province tra i quali Cervarolo (Reggio Emilia) Monchio (Modena) Stia Vallucciole e Mommio-Fivizzano (Massa) Monte Morello (Firenze). I numeri del procedimento in corso contro di loro a Verona, sono quelli di un maxiprocesso: 50 rogatorie internazionali, piú di 300 testimoni, 360 parti civili, piú di 40 avvocati. Alla sbarra, anche se nessuno degli imputati si presenterá  mai nel tribunale militare veronese, sono finiti ex ufficiali, sottufficiali e un soldato della Terza divisione corazzata «Hermann Goering»: Hans Georg Karl Winkler, 88 anni, all'epoca dei fatti sottotenente, Fritz Olberg, 89, sottotenente, Karl Wilhelm Stark, 90, sergente, Ferdinand Osterhaus, 93, sottotenente, Helmut Odenwald, 90, capitano, Gunther Heinroth, 85, soldato, Horst Gunther Gabriel, 85, caporale, Alfred Luhmann, 85, caporale, Karl Friedrich Mess, 89, tenente, Erich Koeppe, 91, tenente, Herbert Wilke, 92, sottotenente. Tutti sono accusati di concorso in violenza con omicidio contro privati inermi pluriaggravata e continuata. Con le aggravanti dell'articolo 61 del codice penale il reato è omicidio volontario, la cui pena comporta l'ergastolo imprescrittibile come tutti i crimini di guerra.
Quello relativo alla strage di Monchio, Cervarolo e Vallicciole è uno dei fascicoli rimasti sepolti per anni nell'«armadio della vergogna» ritrovato nel 1994 all'interno della procura militare di Roma dall'allora pm militare Antonino Intelisano. Le indagini furono riaperte nel 2005 e affidate a De Paolis che dopo aver rintracciato i testimoni della strage ancora in vita è riuscito a risalire all'identificazione dei responsabili grazie anche agli ordini di servizio sia della divisione Goring che della Gnr. Tutto materiale che adesso è agli atti del processo e che inchioda gli imputati alle loro responsabilitá . Ma che mette a nudo anche il ruolo svolto nell'eccidio dalle milizie fasciste che non solo accompagnarono i nazisti fino al paese, ma fecero loro anche i nomi delle persone da uccidere. «La strage non ci sarebbe stata se non ci fossero stati i fascisti», spiega l'avvocato Italo Rovali che a Cervarolo perse il bisnonno, il nonno e lo zio e che è stato fondamentale per la ricostruzione di quanto avvenne in quei giorni di terrore.
La strage nasce dalla volontá  dei tedeschi di fare terra bruciata intorno alle neonate formazioni patigiane e viene compiuta dai nazisti dal 13 marzo al 5 maggio del 1944. L'elenco delle vittime, rastrellate nei vari paesi presi di mira dai nazisti con l'aiuto dei fascisti, è lungo: 200 tra le zone intorno al Monte Falterona, 56 in cinque comuni del modenese e del reggiano, 14 nella zona di Monte Morello, in provincia di firenze e altre 20 tra Mommio e Fivizziano, in provincia di Massa Cararra.
A Cervarolo la strage comincia con una trappola. I soldati tedeschi e tre compagnie della Gnr arrivano infatti in paese il 19 marzo per mettere in atto un rastrellamento, ma vi trovano solo donne bambini. Per sfuggire alla cattura infatti, avvertiti dai partigiani, tutti gli uomini si erano rifugiati nei boschi. Alle donne, i fascisti dicono di farli rientrare nelle case, altrimenti avrebbero dovuto considerarli partigiani e se trovbati, passati per le armi. Si tratta di una bugia, ma basta per far tornare in paese tutti gli uomini. La trappola scatta all'alba del 20 marzo. Una divisione della Goring e duecento camice nere dalla Gnr circondano Cervarolo. In mano ai tedeschi c'è un foglio in cui i fascisti hanno scritto i nomi e gli indirizzi delle persone da uccidere. Il rastrellamento comincia mentre i miliziani della Gnr controllano tutte le vie di uscita. 27 persone vengono trascinate dai tedeschi nell'aia del paese dove la sera verrano trucidate. Tra loro non ci sono partigiani. Per la maggior parte si tratta di contadini e anziani, insieme a donne e bambini. Non c'è nessun motivo di ucciderli se non quello di seminare il terrore. Tra le vittime c'è anche don Giovanni Battista Pigozzi, il parroco di Cervarolo. I tedeschi lo prelevano dalla chiesa ordinandogli di firmare un foglio in cui dichiarava che tutte le persone fatte prigioniere appartengono a formazioni partigiane. Un falso, utile peró a dare una parvenza di giustificazione al massacro messo in atto qualche ora piú tardi. Don Giovanni si rifiuta di obbedire e per questo viene denudato e umiliato prima di essere trascinato insieme a tutti gli altri nell'aia di Cervarolo.
Sessantasei anni dopo i protagonisti di quella strage sono ancora a piede libero. Alcuni di loro, come Luhmann, in passato sono venuti in Italia per tascorrele vacanze e con l'occasione sono tornati sul luoghi della strage. Altri, come Hans Georg Karl Winkler hanno fatto carriera fino a diventare primario ospedaliero. Ma sempre Luhmann ha messo nero su bianco le atrocitá  di quei giorni. In casa sua la polizia tedesca ha infatti ritrovato un diario di guerra in cui l'allora caporale della Goring ha preso nota scrupolosamente del ruolo svolto dalle compagnie tedesche negli eccidi. Il sequestro del materiale fa infuriare i suoi ex commilitoni, preoccupati per le possibili conseguenze. «Mai sei matto? Glielo hai fatto vedere! - gli grida al telefono Horst Gabriel - Io ho sempre detto 'non lo conosco, mai visto', anche se c'erano alcuni volti conosciuti. Ma io ho sempre negato». Negare, negare sempre ogni responsabilitá . Come fa Luhman che, conversando con Horst, ricorda di aver mentito al procuratore che lo ha interrogato, negando di ricordarsi di un ufficiale che sparava in testa alle donne. Mentre Horst ricorda un altro rastrellamento con esecuzione di massa «in cui alcuni bambini sono sopravvissuti». «Certo che lí ci abbiamo dato dentro - è la risposta di Luhmann - ma se vengo interrogato diró che non ricordo nulla». Il 19 aprile il processo riprenderá  a Verona. E in quell'occasione i difensori delle parti civili chiederanno la chiamata in causa della Germania quale responsabile civile di quelle morti.

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