I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori

News per Miccia corta

07 - 04 - 2010

``Dagli incontri con Riina e Provenzano nacque l'abbraccio con i servizi segreti``

(la Repubblica)

 

 

 
 
ATTILIO BOLZONI


ሠun viaggio dentro una Palermo che sembrava immobile, senza tempo. Ed è il ritratto di un uomo che è stato protagonista dal dopoguerra fino ai nostri giorni di una delle piú inquietanti vicende italiane, uno che faceva paura: un diavolo. Era amico di capimafia e grandi politici, di sicari e rispettabili signori. Era l'incarnazione del potere Vito Ciancimino, forse il palermitano piú detestato e temuto, riverito e sospettato di tutta la storia moderna della Sicilia. La sua vita, pubblica e privata, è stata raccontata da un testimone che ha seguito passo dopo passo l'uomo che forse meglio di chiunque altro ha rappresentato una cittá -tribú, è l'ultimo dei suoi figli maschi. Il piú scapestrato all'apparenza, in realtá  il depositario di molti segreti. I ricordi di Massimo Ciancimino affidati alla sapienza di cose siciliane del giornalista Francesco La Licata si sono trasformati in un libro-documento (Don Vito, Serie Bianca Feltrinelli, 313 pagine, euro 18,00) che ricostruisce «quarant'anni di abbracci mortali tra mafia, politica, affari e servizi segreti».
ሠl'aria di quella Palermo degli Anni Settanta che si respira fra le pagine di questa lunga cronaca del mistero e dell'orrore, una trama che ha le sue radici in una Sicilia soffocata dai silenzi, governata da criminali ai quali tutti portavano ossequio: i mafiosi. Una carrellata di nomi (facevano tremare appena si pronunciavano allora, a Palermo) che si inseguono stagione dopo stagione fra Corleone e il resto dell'isola. Su tutti e primo fra tutti quello che Massimo conoscerá  da ragazzino come «l'ingegnere Lo Verde», quel Bernardo Provenzano che era amico di suo padre fin da quando tutti e due erano bambini nel paese incastrato sotto la Rocca Busambra. E poi l'incontro con Stefano Bontate a Salsomaggiore, i summit per decidere cosa costruire e dove costruire (il raddoppio della circonvallazione della cittá , il palazzo dei congressi, la diga foranea) insieme a Totó Riina e Masino Cannella e Nitto Santapaola, le mangiate da Nello il Pescatore a Porticello con la processione dei questuanti che – tipo scene tratte da "Il padrino" di Puzo – chiedevano favori e «cortesie» ai galantuomini di Sicilia. Massimo Ciancimino rivela a La Licata anche perché nacque Punta Raisi. L'aeroporto era previsto altrove, verso la piana di Buonfornello. Ma lo imposero lí perché «c'erano gli interessi di due boss potenti come Gaetano Badalamenti e Totó Riina. Il primo interessato, oltre che alla valorizzazione dei terreni, alla presenza di un aeroporto nel cuore del traffico internazionale degli stupefacenti. L'altro mosso dalla certezza che l'espansione edilizia verso l'aeroporto, avrebbe fatto salire alle stelle il prezzo di quelle aree su cui aveva messo le mani».
C'è un Don Vito che si destreggia fra soldi e appalti (per certe «divergenze» una sera gli fecero trovare una testa di capretto sotto casa) e aggiustamenti di processi e un altro Don Vito piú intimo, il «padre padrone» che Massimo Ciancimino ha visto da vicino, l'uomo irascibile, prepotente, un tiranno anche in famiglia. Uno che non si faceva pestare i piedi neppure da Totó Riina. «Una volta mio padre l'ha ricevuto in pigiama e sdraiato sul letto», racconta il figlio. In quell'occasione lo «zio Totó» portó in dono all'ex sindaco un lingotto d'oro.
Ci sono tanti episodi della vita quotidiana dei Ciancimino (un po' di storie le scopre anche l'altro figlio, Giovanni, che fu mandato in Canada da suo padre a riciclare denaro perché «nella sua mente si radicó la fissazione dell'avvento del comunismo e della fine della proprietá  privata») fino all'investimento di un miliardo e mezzo di vecchie lire a Milano 2, la nascente cittá  di Silvio Berlusconi. Ricorda ancora Massimo Ciancimino: «Mio padre mi raccontó che anche Stefano Bontate e Mimmo Teresi avevano investito poco piú di tre miliardi su Milano 2 e il tramite era stato Marcello Dell'Utri».
Dal braccio destro del Cavaliere – secondo il figlio il traghettatore del negoziato fra Stato e mafia dopo don Vito – alle nefandezze dei servizi di sicurezza del nostro Paese. Il famigerato «signor Franco» che per tre decenni ha accompagnato Vito Ciancimino nel suo contorto mondo della politica e dei misteri siciliani, uno degli apparati di Stato che l'ha protetto e consigliato per una vita. L'autista del «signor Franco» è stato riconosciuto qualche settimana fa da Massimo Ciancimino in una foto che gli hanno mostrato i procuratori di Palermo, poi lo stesso Massimo ha consegnato un altro ricordo a La Licata: «Quando il signor Franco mi consiglió di allontanarmi dall'Italia, alla vigilia della cattura di Provenzano, ci incontrammo a Roma. Mi diede appuntamento davanti all'ambasciata americana presso la Santa Sede da cui lo vidi uscire».
L'ultimo capitolo di Don Vito è sulla collaborazione del figlio con i magistrati. Dice Massimo: «Io ho detto a loro che sulla morte di mio padre mi restano molti dubbi. Lui stava bene in quel periodo...». Dice Massimo: «Chi mi conosce sa perfettamente quanto io sia l'opposto di quello si potrebbe definire una testa mafiosa. Penso che a uno come me la mafia non l'avrebbe mai affiliato: troppo superficiale». Dice, alla fine, Massimo Ciancimino: «Oggi ho paura».