Per un lungo momento di follia, sembrava che avessimo imparato ad "amare la Bomba" e ad abbracciarla. Quella fra gli Stati Uniti e l'arma della fine del mondo è stata la storia di un amore terribile, divenuto un'intossicazione dalla quale lentamente ora l'America cerca di liberarsi. Dal giorno di luglio del 1945, quando i Manhattan Boys illuminarono la notte del New Mexico con l'esplosione di Trinity e Robert Oppenheimer rabbrividí sentendosi il «distruttore di mondi», alla firma del nuovo trattato fra Usa e Russia a Praga sulla riduzione delle armi nucleari, sono stati sessantacinque anni di terrore e di attrazione fatale. Di dosi sempre piú alte di tossico fino al lento, amaro distacco dal "fungo" micidiale.
Non c'è stata passione piú divorante, né paura piú grande, nella storia dell'umanitá , di quella che l'esplosione di Alamogordo scatenó.

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News per Miccia corta

07 - 04 - 2010

Quando il mondo viveva con la bomba

(la Repubblica)

 

 

VITTORIO ZUCCONI


La bomba che annientó Hiroshima e poi Nagasaki, meno di un mese dopo il test di Trinity, sembró dare ai governi, ai generali, ai fisici piú intossicati dal sogno della onnipotenza come Eduard Teller, il padre della "superbomba" all'idrogeno, la chiave e il catenaccio insieme dello strapotere, quella che avrebbe spalancato per gli Stati Uniti la carena della supremazia militare assoluta rendendoli insieme invulnerabili e inattaccabili. Fu una magnifica, inebriante illusione che resse appena quattro anni, fino a quando la prima bomba sovietica, Piervaya Molnya, il "Primo Fulmine", ribattezzata dagli americani Joey-1, dal nomignolo americano per "Joe" Stalin, esplose nella localitá  segreta di Aramaz-16. Fu quel lampo a squarciare la notte dei sogni e a precipitare insieme, a braccetto, Stati Uniti e Unione Sovietica, con il corteo delle (forse) venti nazioni che hanno voluto imbottigliare quel fulmine, a portare il mondo dove ancora è. Sulla soglia dell'annientamento della vita, esclusi forse soltanto i leggendari scarafaggi, capaci di sopravvivere a tutto.
Fu, esattamente come nel ventre delle bombe, una reazione a catena, che apparve all'inizio inarrestabile. La angosciata previsione di alcuni fra i Manhattan Boys, che l'esplosione atomica sarebbe stata inarrestabile e avrebbe consumato tutta l'atmosfera del nostro pianeta, sembró realizzarsi non nella natura, ma nella politica e negli arsenali delle due potenze. Dai primi ordigni esplosi fra il 1945 e il 1949, la corsa impossibile verso l'arma finale, la "superbomba" guidata da Ed Teller negli Usa e da Andrej Sakharov in Urss, generó una metastasi di testate grandi e piccole, che negli anni "˜60 superó complessivamente il totale di 60 mila pezzi, 25 mila per gli Usa, 35 mila per i Russi, adattabili a ogni tipo di lanciatore, di missile, di autocarro, di affusto di cannone. E sempre piú facili da impiegare. Non piú quei mostri addomesticati da esperti con la cura di un chirurgo che il B29 di Tibbet, l'Enola Gay, sganció su Hirosima, secondo l'equazione "un aereo una bomba", ma mostriciattoli "a prova di G. I.", dicevano, di soldato semplice che il piú stolido e inetto dei marmittoni avrebbe potuto maneggiare e tirare.
Era nata, inevitabilmente, una nuova "cultura della Bomba" che impregnava, penetrava e sconvolgeva, ma anche affascinava. Mentre McCarthy inseguiva le spie comuniste nella sua inquisizione costruita sulla certezza che da soli i "rossi" non avrebbero mai potuto, zotici e oppressi, eguagliare l'America e produrre la loro arma, ai bambini degli asili e delle elementari venivano mostrati rassicuranti filmini governativi su come proteggersi da un'esplosione atomica, accovacciandosi sotto i banchetti di formica e truciolato. Sugli edifici pubblici compariva il simbolo dei tre triangoli iscritti nel cerchio per segnalare rifugi anti-nucleari in cantina, senza porsi il problema di quale cittá  avrebbero trovato i disgraziati superstiti uscendone. «I piú fortunati - spiegavano i pochi scettici - saranno coloro che moriranno per primi», ma i padri di famiglia in ansia investivano fortune per scavarsi bunker privati in cortile.
L'amore strano, l'amore tragico sarebbe cresciuto fino ai giorni dell'ottobre 1963. Fino allo shock tremendo e benefico dell'alcolizzato che si sveglia su un marciapiedi senza sapere dov'è. Cuba. Nelle notti in cui ai dipendenti della Casa Bianca, come racconterá  l'addetto stampa Pierre Salinger, venivano distribuiti i pass per accedere ai rifugi segreti per gli alti funzionari, i generali, i massimi scienziati e le loro famiglia, l'America, e la Russia di Krusciov guardarono negli occhi il mostro che avevano creato. E compirono il primo, timido, passo indietro. «Se voi e noi continueremo a tirare i capi opposti della fune - scrisse Krusciov a Kennedy - il nodo nel mezzo diventerá  sempre piú stretto e non ci resterá  che tagliarlo, con le conseguenze che lei e io conosciamo».
La dottrina della "Distruzione Reciproca Assicurata", con il malizioso acronimo di "Mad", folle, aveva toccato l'apice e da allora sarebbe cominciata la lentissima risalita dalla follia che sembrava avere garantito la pace, quando era soltanto il terrore forzoso dei rocciatori agganciati allo stesso chiodo sull'abisso. Prima il bando ai test nell'atmosfera, alle bombe da 50, 100 megatoni che in Urss producevano ustioni di terzo grado fino a 100 chilometri dal Ground Zero, il luogo della deflagrazione. Poi gli accordi sui missili anti-missile, da vietare, perché avrebbero annullato la possibilitá  di rappresaglia, quindi il deterrente alla tentazione del "primo colpo" a sopresa. I B52 del generale Curtis LeMay incrociavano in volo 24 ore su 24 pronti a scattare in territorio russo, ma poi vennero Nixon con Breznev, Ford con lo stesso Breznev, nello sforzo di limitare la metastasi con i trattati «Salt», senza preoccupazioni di "destra" o "sinistra", di fronte al burrone. Fino all'avvento di Reagan e di Gorbaciov e al piú ambizioso «Start», dove la "r" sta per riduzione, non piú soltanto limitazione, e la discesa degli arsenali alle 2.500 testate di oggi. Cifra che appare ragionevole soltanto in funzione della demenzialitá  delle scorte prima esistenti.
Il sogno dell'"opzione zero", dell'azzeramento degli arsenali, che Ronald Reagan sottopose a uno sbigottito Mikhail Gorbaciov a Reykiavik nel 1986, costringendo generali, esperti e diplomatici convocati in massa e d'urgenza a incontrarsi, a parlarsi seduti per terra nei corridoi o nei gabinetti dei nella casetta bianca di Holoi che ospitava le delegazioni, resta, anche con Barack Obama, un sogno, un traguardo irraggiungibile. Il genio uscito dalla bottiglia di Oppenheimer, Bethe, Fermi, Segre, Teller in quel 1945, strofinato dalla aggressione giapponese nel Pacifico e dal timore che gli scienziati nazisti fossero alle soglie della "bomba ariana", vaga ormai per il mondo.
Ha sedotto l'orrido dittatore nordcoreano, vola sul mistero di un Iran che nega con le parole quello che molti sospettano progetti nei fatti, minaccia di scivolare tra le grinfie di organizzazioni criminali che considerano il suicidio personale e collettivo come la porta per il Paradiso, sta accovacciato negli arsenali dell'instabile, ambiguo Pakistan. Gli anni dell'innamoramento, del narcisismo demente dei curiosi che si raccoglievano sul tetto dell'Atomic Cafè di Las Vegas con i cocktail in mano per vedere i funghi alzarsi sul deserto come fuochi artificiali a Piedigrotta, sono finiti, e i segni dei rifugi sui palazzi pubblici sono stati cancellati o sbiaditi. Dal confine dell'Apocalisse intravisto nel 1945 sotto il cielo del New Mexico e a Cuba nel "˜63 si puó soltanto arretrare, ma non lo si puó cancellare. Abbiamo imparato a «vivere con la Bomba», come Stanley Kubrick fa dire nel suo «Dottor Stranamore», ma almeno abbiamo imparato a non amarla piú.