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News per Miccia corta

06 - 04 - 2010

Vasilij Grossman. Cosí la guerra lo fece diventare anti-stalinista

 
 (la Repubblica)

 

 

 
Fino a Stalingrado era stato un docile autore sovietico, al fronte trova la libertá  delle trincee
 

 

BERNARDO VALLI


Un fedele lettore di Vasilij Grossman scopre un materiale prezioso nel libro di John e Carol Garrard (Le Ossa di Berdicev, Marietti, pagg.488, euro 25) in cui è raccontata la tormentata esistenza dell'autore di Vita e Destino e di Tutto scorre da poco ripubblicato da Adelphi. Due opere brillano come diamanti tra le testimonianze del '900. Prima la nostalgica e tuttavia limpida autobiografia di Stefan Zweig, Il mondo di ieri-Memorie di un europeo, le cui pagine finali sono occupate dall'incontro londinese con l'amico Sigmund Freud, pure lui esule viennese, colpito a morte dal cancro alla gola, mentre sta per scoppiare la seconda guerra mondiale e imperversa giá  da tempo la sanguinosa rabbia antisemita di Hitler. Viene poi l'imponente romanzo tolstoiano di Vasilij Grossman, Vita e destino, con la decisiva battaglia di Stalingrado come epicentro; e gli illuminanti sguardi sui drammi collettivi e individuali in corso attorno a quel cratere in eruzione, dal quale dipende la sorte non solo dell'Europa.
Dalla Shoah si passa al gulag; dalla societá  nazista a quella sovietica. Se si saldano le due opere si ha un ritratto del secolo: malinconico, struggente sul lato Zweig; tragico, con effimere schiarite, sul lato Grossman.
Stefan Zweig è stato generoso nel raccontare se stesso. Ha motivato anche il suicidio avvenuto nel 1942, a Pétropolis, in Brasile. ሠraro che chi si toglie la vita lasci una convincente spiegazione del gesto che sta per compiere. Zweig ci ha provato, aprendo uno spiraglio nel mistero della sua fine volontaria: l'Europa assassinata dai nazisti e la discriminazione subita come ebreo nella sua patria austriaca ridotta a provincia tedesca l'avevano precipitato in un pessimismo invivibile.
Anche il personaggio di Vasilij Grossman puó essere ricostruito attraverso i suoi numerosi scritti. Ma prima del paziente lavoro di John e Carol Garrard ci si smarriva facilmente nella tumultuosa realtá  in cui l'autore di Vita e Destino ha vissuto. Sballottata tra guerra e stalinismo, tra dolorose vicende familiari e la non sempre agevole condizione di ebreo nella societá  sovietica, l'esistenza di Vasilij Grossman non era troppo decifrabile. Non lo era per il lettore comune, sia pure appassionato, che non fosse uno studioso delle sue opere. I coniugi americani, John e Carol Garrard, hanno reso tutto piú facile. Grazie alla loro meticolosa ricostruzione del destino di Grossman, un lettore fedele anche a Zweig puó adesso accostare le vite dei due grandi "cronisti" del secolo scorso. Non coetanei e immersi in due mondi diversi, ma con punti in comune che si è tentati di sottolineare.
Il mitteleuropeo (con madre italiana) Stefan Zweig parla del '900 europeo fino al '39, quando la Wermacht entra in Polonia e Francia e Inghilterra dichiarano la guerra al Terzo Reich. Zweig ferma l'autobiografia in quel momento, come se fosse arrivato sull'orlo di un baratro, nel quale si getterá , perdendo l'equilibrio, poco piú di due anni dopo. Vasilij Grossman, nato a Berdicev, una delle capitali ebraiche dell'Ucraina, è giá  volontario nell'Armata rossa quando Zweig si imbottisce di Veronal, insieme alla moglie, nell'ultima dimora brasiliana. Zweig non sopravvive al pessimismo; Grossman è in preda a un'improvvisa euforia. La guerra cambia gli uomini. Lo si sa dai tempi di Tucidide.
Lo scrittore sovietico si getta nella guerra con sollievo. Diventa l'inviato speciale di Krasnaja Zvezda (Stella Rossa), il quotidiano dell'esercito, in quegli anni piú diffuso della Pravda, il giornale del partito, e supera i traumi subiti durante il terrore stalinista degli anni Trenta. Pensa di trovare uno spazio di libertá  nel patriottismo dei soldati sovietici che si battono a Stalingrado, dove non arriva sempre lo sguardo inquisitore dei commissari politici. Come scrive di uno dei personaggi di Vita e Destino, egli sentiva che, combattendo i tedeschi, combatteva per una vita piú libera in Russia, e che la vittoria su Hitler sarebbe stata anche una vittoria sui campi di sterminio.
Quando la tragedia del '900 è al culmine, Stefan Zweig ha sessantun anni, un'etá  in cui l'avvenire si restringe. ሠun intellettuale europeo cacciato dalla sua terra perché ebreo e la morte gli sembra l'unico rifugio. Vasilij Grossman ha trentasette anni quando, nello stesso anno in cui Zweig si uccide, scopre di avere uno straordinario, insospettato coraggio e diventa con le sue corrispondenze di guerra (forse le piú forti, efficaci, tra tutte quelle scritte sui vari fronti del conflitto mondiale) un eccezionale testimone della decisiva battaglia di Stalingrado, che segna l'inizio della fine del Terzo Reich.
Eppure Grossman era stato fino allora un docile scrittore sovietico, rispettoso del potere e pronto a molti compromessi pur di non avere fastidi. Era un intellettuale che sgusciava, con il suo silenzio, tra le spesso mortali insidie staliniste. Sia pur in un contesto e in un modo del tutto diversi, che rendono in veritá  azzardato il paragone, il comportamento di Grossman in quel periodo puó ricordare quello di Zweig nel 1933, cosí come lo riferisce il suo amico francese Romain Rolland. Il quale in una lettera rimprovera allo scrittore austriaco di «avere troppi riguardi» per il nazismo che debutta al potere. In realtá  le illusioni di Zweig erano dovute al rifiuto di immaginare la perfidia hitleriana da parte di un uomo civile. Sfumeranno rapidamente. E molto presto egli sará  costretto all'esilio.
Essere uno scrittore nella societá  sovietica degli anni Trenta era tutt'altra cosa. Era al tempo stesso una posizione invidiabile e rischiosa. Senz'altro privilegiata perché i membri dell'Unione degli scrittori ricevevano compensi generosi, potevano soggiornare in case di riposo in riva al mare, erano rispettati e ossequiati. Questi privilegi avevano un prezzo: suscitavano invidie, gelosie, e quindi minacce. Gli scrittori erano vincolati a fornire opere utili al potere. Il loro talento doveva destreggiarsi tra le esigenze del partito e l'ispirazione letteraria. Per evitare le celle della Lubianka e il gulag, o addirittura il plotone di esecuzione, bisognava essere prudenti.
Grossman lo è prudente, al limite della viltá . Finge ad esempio di non accorgersi, quando, nel '33, Nadja, l'influente cugina sindacalista che l'aveva aiutato nei suoi primi passi di scrittore e che l'ospitava a Mosca, viene arrestata per cospirazione trockista, accusa che puó comportare la pena di morte. Nel '37, uno degli anni piú severi dello stalinismo, sono imprigionati due suoi amici romanzieri, e neppure allora Grossman alza un dito. Si muove soltanto per firmare una lettera collettiva in cui si chiede la pena di morte per i dirigenti bolscevichi accusati di tradimento (e tra loro c'è Bucharin). Ancora piú grave è quando nel '38 non usa, neppure tenta di usare, la sua relativa influenza (è giá  uno scrittore apprezzato dall'allora quasi onnipotente Massimo Gorki) per salvare lo zio, David Serencis, messo in prigione a Berdicev, dove muore, forse giustiziato, come ex membro della borghesia zarista. Non era facile comportarsi altrimenti. Era in gioco la vita. Non solo i privilegi. Grossman comunque si adegua.
La guerra fa di lui un altro uomo. Si dimostra temerario, spericolato. Il suo coraggio sotto il fuoco gli guadagna il rispetto di ufficiali e soldati, in particolare a Stalingrado. Scrive con onestá  quel che vede con i propri occhi.
Racconta e scopre la "veritá  delle trincee". E quella veritá  non comprende soltanto lo straordinario patriottismo russo, al quale partecipa con slancio, ma anche una libertá  di pensiero e di parola che consente ai combattenti, affrancati dalla vicinanza della morte, di criticare il sistema sovietico. Un atteggiamento impensabile fuori da quel campo di battaglia. Mentre ci si batte contro l'invasore nazista si condanna lo stalinismo che durante le repressioni dell'anno maledetto, il '37, aveva massacrato decine di migliaia di innocenti. Lampi di libertá  e di eroismo illuminano il campo di battaglia di Stalingrado, piú tardi raccontato da Grossman in Vita e destino.
Il coraggio conquistato nelle trincee non abbandonerá  mai del tutto Vasilij Grossman negli anni del dopoguerra, quando abbandonata la divisa ritorna ad essere uno scrittore, fino alla morte, per cancro, nel settembre del '64. Con la scomparsa di Stalin finisce il terrore, ma non si spegne il sistema totalitario. Grossman dovrá  accettare altri compromessi per sopravvivere come scrittore, ma resterá  fedele sull'essenziale ai principi maturati durante la guerra. Un amico, autore di una sua biografia, Semion Lipkin, racconta che Grossman ripeteva spesso una frase dell'amato Cechov: «Era giunto il momento per ciascuno di noi di sbarazzarsi dello schiavo che avevamo dentro».
Vita e Destino è il frutto di dieci anni di lavoro. Grossman tenta di pubblicarlo senza successo. Anzi, gli sequestrano il manoscritto. Ma con l'aiuto di Andrei Sakharov, che riduce in microfilm una copia nascosta, il romanzo arriva in Occidente, dove sará  pubblicato nei primi anni Ottanta. Grossman è sfuggito alla prigione e al gulag, ma non vedrá  la sua opera maggiore pubblicata. E negli ultimi anni della vita conoscerá  frustrazioni e umiliazioni.
Né Stefan Zweig né Vasilij Grossman erano religiosi. Erano cresciuti in famiglie ebree non praticanti. Erano dei laici. Zweig era un europeista convinto, sognava una federazione europea. Grossman era un comunista, prima di arrivare col tempo a trovare una somiglianza tra il comunismo sovietico e il nazismo. Una soggettiva convinzione spiegabile, nel suo caso, con la realtá  in cui aveva personalmente vissuto. L'ondata antisemita del '900 ha ancorato entrambi, Zweig e Grossman, alle loro origini, come è accaduto ad altri milioni di esseri umani.
Zweig sfugge all'olocausto, ma esule in Inghilterra si scopre un "enemy alien", uno straniero nemico. Perché le autoritá  britanniche lo considerano paradossalmente un cittadino tedesco: cittadino della Germania che ha rapinato la sua Austria natale, e che l'ha espulso perché ebreo! Trova rifugio in Brasile, dove i tormenti lo spingono al suicidio.
I tormenti di Grossman sono dovuti anch'essi in gran parte alle sue origini, alle quali si sente sempre piú legato e fedele. Ha il rimorso di non avere salvato la madre, uccisa dai nazisti a Berdicev. A questo rimorso si aggiunge la frustrazione di non poter raccontare lo sterminio degli ebrei nell'Unione Sovietica occupata dai tedeschi, perché il nazional-comunismo moscovita non vuole distinzioni: tutti i morti uccisi dai tedeschi erano, dovevano essere russi. Né si doveva dire che molti ucraini avevano partecipato all'eccidio degli ebrei. Questa la vita di due grandi "cronisti" del '900.