News per Miccia corta

27 - 05 - 2006

Piano, Rubbia e Olmi uniti per rilanciare la ex Stalingrado d`Italia

"la Repubblica", 27 maggio 2006, Pagina 49 - Cultura


SESTO,CITTဠFUTURA

Piano, Rubbia e Olmi uniti nel progetto di rilanciare la ex Stalingrado d'Italia

Qui con la costruzione della Falck è cominciato il '900: qui sorgerá  il simbolo del nuovo secolo
Una serie di torri leggere a mezz'aria immerse in un parco immenso


SESTO SAN GIOVANNI
Il piú celebre architetto del mondo, Renzo Piano, un grande poeta del cinema come Ermanno Olmi e il premio Nobel Carlo Rubbia che passeggiano fra gigantesche rovine industriali ragionando di una cittá  ideale. E' una scena che ha qualcosa di inedito e insieme di antico, quasi rinascimentale. Lo sfondo è Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia, la cittá  fabbrica per eccellenza, destinata a diventare, almeno nei progetti, una specie di utopia realizzata, un laboratorio del futuro delle aree industriali europee. Sperimentare il futuro è la missione storica di Sesto San Giovanni. Nel 1906, con la costruzione della Falck, il piú grande stabilimento industriale del Nord, da qui è cominciato per l'Italia il Novecento. Cento anni dopo la «cittá  trasparente» di Piano, che sorgerá  proprio nell'area della Falck, è il primo progetto di area urbana interamente calata nel nuovo secolo. Si tratta di un parco immenso di un milione di metri cubi, per intendersi il doppio del Parco Sempione, «sorvolato» da una serie di torri leggere e sottili di quindici o venti piani, coloratissime di ceramica e trasparenti di vetro, che non toccano mai terra, sospese a mezz'aria, sormontate da giardini pensili. Ospitano case e negozi ma anche e anzi soprattutto vivai d'impresa, centri di ricerca, sedi universitarie, laboratori, biblioteche, gallerie e musei.Tutta l'energia necessaria è prodotta con fonti alternative e rinnovabili, dal riscaldamento con i pannelli solari ai trasporti con gli «elfi», piccoli autobus a idrogeno, grazie al progetto curato da Carlo Rubbia. Qua e lá  sopravviveranno nel parco i resti dell'antica fabbrica, ormai riconquistati dal verde, «come i ruderi antichi nei disegni di Piranesi», è l'idea di Renzo Piano. Monumenti alla gloriosa e dolorosa storia della civiltá  operaia come l'altiforno alto cinquanta metri dove ieri è stata inaugurata la mostra del progetto, con le bellissime fotografie in bianco e nero di Gianni Berengo Gardin, per presentarlo ai cittadini di Sesto e raccoglierne le opinioni. Non è soltanto un modo di dire, una trovata demagogica. A Renzo Piano va in ogni caso riconosciuto il merito di essere uno dei pochi e forse l'unico, nel Gotha di intoccabili dell'architettura mondiale, capace ancora di ascoltare una comunitá  e mettersi al servizio di un committente, senza la pretesa d'imporre una griffe miliardaria e magari geniale su un luogo, si tratti di Pechino, Roma o la Bovisa. E' il metodo che ha seguito per Postdammerplatz a Berlino, dove il progetto è stato illustrato per mesi ai berlinesi prima di porre la prima pietra, e ora per la nuova sede della Columbia University nell'ex ghetto di Harlem, affrontando il rischio di contestazioni. Tanto piú per la nuova Sesto, che segna il gran ritorno di Piano in Italia. «Esperienze infelici come la Tav in Val di Susa servono almeno a ribadire che ascoltare è il primo passo per fare architettura» dice Piano. «Certo, quando progetti un museo per una ricca signora americana, l'ascolto è facile. Quando si costruisce una nuova cittá  è difficilissimo, perché spesso chi ha piú da dire non parla, non ha voce. La prima cosa che ho fatto quando mi hanno affidato questo compito è stato di chiedere aiuto ad artisti che amo, come Olmi e Berengo Gardin, capaci di cogliere i sentimenti di una comunitá . Sono loro i miei occhi, le mie orecchie su Sesto». Ermanno Olmi deve aver preso la metafora alla lettera, perché ha disseminato la mostra di microfoni nascosti, per carpire i commenti volanti dei visitatori, gli umori, le critiche che finiranno nel commento sonoro del film.E' insolito in Italia vedere tante intelligenze diverse riunite in un unico progetto. Ancora piú raro è veder crescere un immenso parco in un'area industriale dismessa, al posto dei soliti centri commerciali. Quasi impossibile poi nel profondo e ormai orrendo Nord, alle porte di una Milano che continua a imbruttirsi dai tempi di Stendhal in nome della religione del «far danè». L'ultimo obbrobrio, in ordine di tempo e forse anche estetico, è stata la trasformazione della vecchia Fiera in una colata di palazzine e megastore, nella totale indifferenza della catastrofica amministrazione cittadina. «In alcune zone d'Italia è passata un'idea e soprattutto un'implicita prassi di privatizzazione del territorio. E dunque assisti al trionfo dello shopping center, delle shopping street, insomma del consumo. Pensa che tristezza ridurre a centro commerciale la storia di Sesto San Giovanni. Per fortuna la comunitá  di Sesto, il sindaco Oldrini e la proprietá , Luigi Zunino, avevano altre ambizioni».E' una storia che Piano conosce bene, da quando era studente. «Quando studiavo architettura al Politecnico, la mattina la passavo all'universitá , il pomeriggio alla bottega del mio maestro, Franco Albini, per imparare il mestiere. Ma la sera venivo qui a Sesto, mi arrampicavo sui muri della Falck, della Breda, della Marelli e fotografavo le fabbriche. Conservo ancora centinaia di istantanee di quel mondo. Per noi sessantottini quei luoghi erano un mito. Il laboratorio della modernitá  ma anche della democrazia. Mi piacerebbe che questa cittá  restasse fabbrica, non piú di cose ma fabbrica di idee. Vedo centri di ricerca, universitá , giovani al lavoro in un contesto di nuovi mestieri. Ora che mi hanno dato l'opportunitá  di abbattere quel muro della Falck, vorrei che improvvisamente la comunitá  si appropriasse di un grande parco e di un'immagine leggera, trasparente e colorata della cittá  futura».

Intervista a Ermanno Olmi
LA FABBRICA DIVENTA UN FILM


L'importante è saper ascoltare la gente e discutere il cambiamento

SESTO SAN GIOVANNI

ሠnato alla Bicocca, l'altra cittá  fabbrica milanese, e per tutta la vita ha raccontato le grandi trasformazioni italiane, dalla nostalgia della civiltá  contadina dell'Albero degli Zoccoli alla rivoluzione del boom con Il Posto. Chi meglio di Ermanno Olmi poteva raccontare la seconda vita della «Stalingrado d'Italia» dopo la fine dell'epopea delle fabbriche? Ha appena finito di girare l'ultimo film, I Cento Chiodi, con Placido e Haber, e si è tuffato in questa avventura con la curiositá  di sempre.
«Quando Piano me ne ha parlato mi sono quasi commosso. La vecchia Sesto operaia che diventa la cittá  del futuro, di un futuro possibile e in qualche modo esemplare di un nuovo rapporto della cittá  con l'ambiente. Avevo un progetto di documentario sul cinema e l'ho messo da parte. Ma in fondo l'argomento non è cosí distante. Ho sempre legato il mondo della fabbrica a quello del cinema. Sono nati insieme al principio dello scorso secolo e insieme sono decaduti.
«L'altro giorno Claudio Magris mi chiedeva: ma esiste ancora il cinema? Non ho saputo rispondere. Esistono bei film, bravi attori, grandi registi, ma forse il cinema non c'è piú, non conta piú. Cosí è per le fabbriche e gli operai, non sono spariti ma non conta piú. Il futuro sta altrove e questo è un ottimo luogo per scoprire quale sará ».
Gli chiedo quali sentimenti ha provato a tornare sui luoghi che aveva filmato da giovanissimo. «áˆ irreale. Questi monumenti del sudore diventati ruderi, come se appartenessero ad altri secoli. La fabbrica che si trasforma in un prato, non un giardino ma un vero prato di frumento. Per me certo rimangono luoghi pieni di memoria e di emozione. Ho visto la sede del sindacato unitario, la scritta Cgil-Cisl-Uil, e mi fa l'impressione di un grandissimo luogo della civiltá , come un tempio greco. Pensare che circola qualche sciagurato che considera quelle conquiste straordinarie come una pestilenza».
Il primo ciak sulla nascita della cittá -parco è di ieri. Olmi ha filmato per tutto il giorno i visitatori della mostra, le interviste a Renzo Piano e a Carlo Rubbia. La troupe seguirá  tutto il progetto e il film sará  presentato all'inaugurazione.
C.M.

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