News per Miccia corta

28 - 03 - 2010

L'ultimo volto del subcomandante Marcos

(la Repubblica)

 

VITTORIO ZUCCONI

 


√°ňÜ un volto, finalmente scoperto, che viene dal passato di tutti i rimorsi degli oppressori e di tutte le illusioni degli oppressi, il viso immancabilmente ¬ębarbudo¬Ľ, guevarista, romantico del compagno Zero, del ¬ęSubcomandante Marcos¬Ľ che dal 1994 tiene in vita nelle foreste tra il Messico e il Guatemala il mito della grande rivolta contadina e indigena.
La foto ¬ędesencapuchada¬Ľ, senza il passamontagna e la pipa che sono stati per quasi vent'anni il marchio e l'immagine dell'ultimo rivoluzionario messicano, √® uscita su un quotidiano progressista del Messico, La Reforma, apparentemente fornita da un traditore della causa. E se non forse √® la prima in assoluto dell'ex professore Ralf Sebastian Guillen dell'Universit√°¬† Autonoma, come sembra essere il suo vero nome, gi√°¬† vista in formato tessera da carta d'identit√°¬†, essa sembra pi√ļ vera perch√© corrisponde finalmente a quello che tutti gli ammiratori, i seguaci, i visitatori sbarcati nella foresta del Chiapas in pellegrinaggio da tutto il mondo, i ¬ęsandalistas¬Ľ come erano chiamati ironicamente dai locali e i militanti armati del suo Esercito di Liberazione Zapatista immaginavano che fosse.
Appartiene, con quello sguardo scuro e intenso incorniciato da una barba folta e nerissima, alla iconografia classica del ¬ęrebelde¬Ľ dal Caribe alla Patagonia, dell'intellettuale, del borghese, come lo erano Fidel l'avvocato istruito dai gesuiti e il Che, il medico argentino, che getta la propria condizione di privilegio sociale alle ortiche e si schiera, fucile alla mano, dalla parte dei reietti. Tra misticismo e ideologia, missionari della liberazione dei poveri, degli indigeni calpestati e ricalpestati prima dai conquistatori feroci dell'impero spagnolo e poi dai possidenti e allevatori senza cuore.
Il mito e la figura del ¬ęDelegado Cero¬Ľ, uno zero, come si autodefiniva per umilt√°¬† di rivoluzionario confermata dal rango non di comandante, che il Che aveva acquisito sulla Sierra cubana, ma di ¬ęsubcomandante¬Ľ, esplosero nel 1994 quando le sue piccole armate di indigeni Maya con AK47 affiorarono dalla stupenda foresta centroamericana e apparirono nella piccola capitale del Chiapas, la cittadina coloniale di San Cristobal de Las Casas. Sotto la evidente protezione ufficiosa del ¬ęsanto episcopo¬Ľ come i locali consideravano monsignor Ruiz Garcia, uno degli ultimi vescovi latino americani ancora fedeli alla teologia della liberazione e al Cristo degli ultimi, il Subcomandante, i suoi piccoli militanti, in maggioranza donne, la sua mistica rivoluzionaria ma non violenta e certamente mai sanguinaria o corrotta come i terroristi di ¬ęSendero Luminoso¬Ľ o i guerriglieri colombiani, crebbero, nel mistero di quel passamontagna e di quella nuvola di tabacco da pipa.
San Cristobal, le sue ¬ęposadas¬Ľ, gli alberghi modesti ma squisiti, la cattedrale dalla quale il ¬ęsanto episcopo¬Ľ, tollerato da una gerarchia cattolica sensibile ancora alla disperazione temporale dei perdenti, predicava maldicendo la ¬ępobreza¬Ľ, la povert√°¬†, le trattorie improvvisate gestite da latitanti italiani inseguiti da mandati di cattura per banda armata ma convertiti alle penne all'arrabbiata cucinate per noi giornalisti italiani stanchi di guacamole e tortillas, divennero il rifugio degli ultimi sogni post leninisti e post sovietici. Nell'incantesimo traditore, fiabesco di una foresta ancora vergine, attraversata dalla ¬ęcarrera¬Ľ sulla quale scendevano a valle a velocit√°¬† folle i boscaioli Maya su carrellini di legno senza freni e senza paura, l'ex professore della pi√ļ grande universit√°¬† messicana, l'Autonoma, tra basi dell'esercito impotente, posti di blocco dell'infida polizia locale, banditi da strada e le ¬ęscimmie bianche¬Ľ, gli zapatisti annidati nei loro villaggi introvabili, attirarono la simpatia di personaggi diversi come Fausto Bertinotti. O Massimo Moratti, il petroliere proprietario dell'Inter che valut√≥ la possibilit√°¬† di far esibire il proprio club miliardario proprio nel Chiapas, per solidariet√°¬† con il movimento di riscatto dei Maya oppressi.
Marcos divenne l'agnello mascherato con bandoliera a tracolla alla Zapata che lavava i peccati di egoismo del mondo ricco a buon mercato, un simbolo, pi√ļ che una vera, temibile forza politica capace di far tremare un governo centrale che con lui negozi√≥ e tratt√≥ tregue e riconoscimenti, fino alla marcia trionfale, ¬ęda pop star¬Ľ la battezz√≥ la Bbc, che lo condusse tra folle osannanti da San Cristobal alla capitale, Citt√°¬† del Messico. Oggi, 16 anni dopo la sua esplosione sul palcoscenico del mondo, con la morte del ¬ęsanto episcopo¬Ľ nel 2000, il tramonto della ¬ęteologia della liberazione¬Ľ, la vittoria politica e incruenta di leader come Chavez in Venezuela, il sogno della foresta Lacandona si √® slavato. Il ¬ędesencapuchamiento¬Ľ del subcomandante senza volto √® un po' la normalizzazione di un sogno.
L'oppressione degli indigeni, soprattutto dei Maya sparsi dallo Yucatan al Guatemala, rimane. Ma è il terrore delle narcomafie, con i loro 2.600 assassinati soltanto nel 2009 per garantirsi il mercato della droga verso il grande Nord, è quello che attanaglia il Messico.

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