News per Miccia corta

27 - 03 - 2010

«Berlin-Stettin», il cinema archivio della memoria

(il manifesto)

 

 


Cristina Piccino


PARIGI
Che vuol dire Cinéma du Réel chiede al direttore del festival parigino, Javier Packer y Comyn, Jean Marie Straub nel corso del programma dedicato ai suoi film. Tutto e niente chiosa Packer, visto che la natura stessa della «realtá » impone un punto di vista molteplice e immaginari che sfuggono le definizioni. E la «realtá » esplorata questi giorni sugli schermi del Pompidou mescola attitudini assai diverse. Esperienze intime, memorie collettive, gli archivi dei film familiari, una vecchia collezione di fotografie bastano, a volte, per entrare nella soffitta della Storia.
Una figura femminile alla finestra. Poi su una poltrona. La luce cambia, giorno, sera, come i suoi vestiti. La donna legge, la parola in lingua tedesca, agli inizi in francese, riempie l'immagine di una sonoritá  potente, che cosí detta nulla lascia all'artificio liberando una scrittura del «vero». Corneille-Brecht, due brevi estratti da Corneille, Horace e Othon, e un testo radiofonico di Brecht, Das Verhá¶r des Lukullus. In tutti e tre si parla di Roma e del suo impero in diverse epoche il cui tratto comune sono le guerre, la corruzione, lo sterminio (su Othon Straub e Huillet avevano giá  lavorato per il film nel '70).
ሠquesta gloria che vanta Lucullo, il generale davanti al giudizio del regno dei morti dove sará  condannato da contadini, pescatori, schiavi, tutti coloro che il potere opprime, perché la sua aviditá  di grandezza ha fatto morire migliaia di morti e distrutto molte cittá . L'unico suo pregio è avere portato l'albero di ciliegio. Brecht scrive il testo nel 1939, poco prima l'inizio della seconda guerra mondiale, ma l'astrazione della « partitura» che prende forma nel lavoro di Straub insieme all'attrice Cornelia Geiser, stupefacente, lo rende una riflessione su presente. Sulle ripetizioni della storia e sulle modalitá , anch'esse spesso ripetitive con cui il potere esercita se stesso. La parola diviene «archivio» vivente di cui Straub muta il segno, smascherando le letture «sceniche» e il luogo comune di tante sue rappresentazioni.
Da bimbi giocavano a «Berlino-Stettino», un salto e si rimaneva a Berlino, se si calpestava il filo di gesso era Stettino. Lí è nato Volker Koepp nel '44, oggi Polonia, allora ancora formalmente tedesca. Insieme a una vecchia compagna di scuola il regista prova a ritrovare la geografia berlinese degli anni subito dopo la guerra, l'est, dove abitava, e che non ha mai lasciato, è divenuto poi il paesaggio dei suoi film. Non solo Berlino ma l'intera Germania, le campagne, i laghi, le cittadine piú piccole dove c'erano le fabbriche di mattoni o quelle tessili come a Wittstock. L'esercito sovietico era ovunque, ricorda Koepp che dedica il film alla madre scomparsa qualche anno fa. Con loro piccoli alla fine della guerra era fuggita in campagna, erano arrivati russi, una donna allora bimbetta ricorda come cercavano donne e cibo, la paura dello stupro che peró lei non sapeva cosa fosse.
Storie di guerra. «Tra Berlino e Stettino viaggiavano molti convogli militari sovietici specie nel '68» . Qualche anno prima c'era stata la rivolta in Ungheria, poi la primavera di Praga, Koepp e i suoi amici, giovani dell'est, erano stati cacciati dalla scuola di cinema perché si erano schierati coi cecoslovacchi. Da ragazzi, ricorda, c'erano solo film sovietici, noi peró andavamo a ovest a vedere vedere Ombre rosse, il muro negli anni Cinquanta ancora non esisteva.
Berlin-Stettin è un lungo viaggio nell'est di oggi che utilizza come memoria gli stessi film del regista. Koepp infatti non ha mai smesso di girare anche se poi veniva censurato, ha raccontato le giovani operaie a Wittstock (Le ragazze di Wittstock, '74; Wittstock, Wittstock, 1974-1993). Nei giorni che celebrano la fine del Muro rivedere immagini girate subito prima, e ancora indietro. Cosa è sucesso in questi vent'anni? Non è questione di nostalgia, c'è la necessitá  di ritrovare la Storia, di capirne i conflitti e i paradossi. Ecco Elsbeth, che vive ancora a Wittstock, la fabbrica tessile ha chiuso da tempo, dopo ha cambiato molte volte lavoro. Sorride all'obiettivo: stavolta giri in bianco e nero o a colori?. Un'altra donna che era caporeparto nella stessa fabbrica, poi ha finito per pulire gli alberghi, ricorda l'iniziale diffidenza verso quel ragazzo di cittá . Poi l'amicizia rimasta negli anni. Elsbeth spiega il problema dei neonazisti che n un giorno sono arrivati a una festa e hanno distrutto tutto. Dipende dalla frustrazione dice. Disoccupazione, abbandono, l'impressione nei piú anziani di essere stati messi da parte. L'est della crisi e della perdita. Un'altra donna, ebrea, parla dei neonazisti. Le hanno tolto il piacere di stare nella vecchia casa della madre, ha paura. Ma era cosí anche prima, col socialimso reale. Chi veniva da altri paese era considerato inferiore, una volta racconta, un ragazzo figlio di lavoratori occasionali, è stato lasciato morire per una caduta. Il medico non aveva voglia di occuparsene.
Berlin-Stettin è un film meraviglioso. Intanto l'uso del cinema come diario di un paese, ogni immagine ha una sua veritá  nel racconto del tempo in cui la prima persona, del regista e degli altri diviene collettiva, come le immagini, l'archivio comune tra chi filma e chi è filmato.
E poi la relazione umana tra Koepp e i suoi «personaggi», la loro storia comune di trasformazioni. Ogni incontro commuove come la scoperta di cosa è accaduto di quelle vite e di quelle speranze.

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