News per Miccia corta

27 - 03 - 2010

Cucchi e Uva, quante analogie

(il manifesto)

LUIGI MANCONI


Alle ore 11.10 del 14 giugno 2008 Giuseppe Uva, 43 anni, gruista, muore nel reparto psichiatrico dell'ospedale di Circolo di Varese. Attenzione alla data: 14 giugno 2008, quasi due anni orsono. Intorno alle 3 di quella notte Uva e l'amico Alberto Biggiogero erano stati fermati in stato di ebbrezza da una pattuglia dei carabinieri. Portati nella caserma di via Saffi, sempre a Varese, erano stati separati e Biggiogero, dalla sala di aspetto, aveva potuto ascoltare per ore le grida strazianti dell'amico. 
Intorno alle 6 di mattina, poi, Uva era stato ricoverato nel pronto soccorso dell'ospedale: da qui, trasferito in psichiatria e sottoposto al trattamento sanitario obbligatorio e alla somministrazione di farmaci incompatibili con il suo stato etilico. Da qui la morte, qualche ora dopo.
Questi i fatti essenziali (tutte le circostanze e le testimonianze si trovano sul sito www.innocentievasioni.net). Per quasi due anni le indagini sono state completamente ferme. Dopo che l'opinione pubblica e i familiari di Uva hanno sollevato con forza il caso, ecco la prima iniziativa della Procura: ieri un giornalista della Prealpina e uno della Provincia di Varese sono stati sentiti da un pm per «sommarie informazioni testimoniali» (evidentemente i loro articoli non sono stati apprezzati in procura). Ma non è stato ancora mai ascoltato il principale testimone, Biggiogero, l'uomo che quella notte era stato fermato con Uva. Si spera che accadrá  presto, cosí come ci si augurano nuove indagini e nuovi rilievi autoptici (la procura starebbe pensando alla riesumazione della salma), per rispondere ai molti quesiti rimasti elusi.
Questi i principali: 1. Esisteva un rapporto pregresso tra Uva e un appartenente alle forze dell'ordine? Testimonianze delle ultimissime ore parlano di una relazione tra Uva e la moglie di un carabiniere, e questo spiegherebbe il risentimento personale che determinó l'accanimento persecutorio di quella tragica notte.
2. Come mai l'autopsia sul corpo di Uva non ha contemplato gli esami radiologici necessari a individuare eventuali fratture?
3. Perché non sono state considerate le dichiarazioni del comandante del posto di polizia presso l'ospedale? Quest'ultimo ha scritto che la morte di Uva non sarebbe «un evento non traumatico»; che è rilevabile «una vistosa ecchimosi rosso-bluastra» sul naso e che «le ecchimosi proseguivano su tutta la parete dorsale»; che il corpo di Uva risultava privo degli slip e che sui suoi pantaloni «si evidenzia tra il cavallo e la zona anale una macchia di liquido rossastro». Fatto confermato dalla testimonianza della sorella, che afferma di aver visto «tracce di sangue dall'ano».
Siamo in presenza, come si vede, di un altro (l'ennesimo?) "caso Cucchi". Balzano agli occhi le analogie. La prima: Uva e Stefano Cucchi (il giovane morto nei mesi scorsi a Roma dopo l'arresto e il ricovero all'ospedale Pertini) subiscono violenze mentre si trovano nella disponibilitá  di apparati statuali, che hanno come primo dovere istituzionale quello di garantire l'incolumitá  di chi si trovi sotto il loro controllo (è questo che fonda la legittimitá  giurido-morale dello Stato). Ancora: Uva e Cucchi, a seguito delle violenze subite, vengono ricoverati in una struttura sanitaria pubblica. Qui trovano la morte a causa di precise responsabilitá  del personale medico. Infine: nel caso di Cucchi e di Uva (ma anche in quello di Marcello Lonzi, Giovanni Lorusso e di molti altri ancora), a rompere il muro del silenzio è una figura femminile, madre o sorella della vittima che trova in sé la forza, disperata e intelligente, per fare del proprio dolore piú intimo un'occasione di denuncia pubblica.
Lunedí scorso il procuratore capo di Varese Maurizio Grigo ha convocato una conferenza stampa per affermare che «il 30 settembre 2009 la dottoressa Sara Arduini ha aperto un nuovo procedimento proprio per verificare le nuove accuse della famiglia e le dichiarazioni rese dal signor Biggiogero».
In altri termini ha ammesso candidamente qualcosa di enorme: la testimonianza, dettagliata e puntualissima, resa da Biggiogero il 15 giugno 2008 ha indotto il magistrato ad aprire un fascicolo contro ignoti il 30 settembre 2009. Ovvero a distanza di oltre 15 mesi dall'evento. E a distanza di quasi 6 mesi dall'apertura di quel fascicolo, come si è detto, quel testimone prezioso ancora non è stato ascoltato. Cosí come non sono stati ancora interrogati i carabinieri e i poliziotti presenti in caserma quella notte. Come dire: i tempi della giustizia.

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