News per Miccia corta

25 - 03 - 2010

Corpi controllati negli anni di Stalin

(il manifesto)

 

 

Settantun immagini esposte al Museo Fondazione Luciana Matalon di Milano, che raccontano la fotografia sovietica negli anni venti. Opere di fotografi apprezzati come Nikolaj Sviscov-Paola, Andrei Telesov con al centro la donna, spesso nuda, in nuove e ardite sperimentazioni.

 

Beatrice Cassina


MILANO
Sono 71 le immagini con cui il Museo Fondazione Luciana Matalon di Milano ha organizzato la mostra Nudo per Stalin - Il corpo nella fotografia sovietica negli anni Venti (l'esposizione è ancora aperta ai visitatori fino al prossimo 30 marzo). Un percorso che permette di incontrare la storia della fotografia russa e avvicinarsi a grandi artisti sovietici. In principio, negli anni Venti, i loro lavori, compresi quelli di nudo, erano stati molto apprezzati ma poi, con lo Stalinismo degli anni Trenta, condannati perché troppo libertini e corrotti dai costumi del mondo occidentale europeo. La mostra non è dunque solo una storia della fotografia del mondo russo ma anche - e soprattutto - una storia di ideali, di linee guida, di obiettivi storici, politici ed educativi. Strano scoprire che, proprio il corpo umano, in particolare quello femminile nelle fotografie di nudi, ha rappresentato un filo conduttore che permette di approfondire alcuni aspetti della societá  sovietica.
Negli anni Venti, fotografi famosi e apprezzati come Nikolaj Sviscov-Paola, Aleksandr Grinberg, Andrei Telesov, Grigorij Zimin, avevano scelto il corpo della donna, spesso nuda e ritratta nella sua sensualitá , per aprire nuove strade di ricerca artistica e nuove sperimentazioni e collaborazioni tra le arti. Indimenticabile e fondamentale l'apporto di Isadora Duncan che, nel 1921, aveva aperto una scuola di danza a Mosca in cui voleva si studiasse il potere figurativo del corpo. Lo studio del nudo trovava la propria ragione d'essere nella ricerca artistica e soprattutto nell'intenzione assolutamente non erotica dell'immagine finale.
Si trattava di arte, ed erano immagini che si rifacevano alla bellezza classica. Donne sole sono ritratte come dee dell'Olimpo e altre in gruppo, ricordano in modo evidente la statuaria classica e trovano fonte d'ispirazione nella fisicitá  e nelle posizioni di marmi greci e romani. Era la bellezza morbida, e tuttavia composta, della classicitá  non ancora dichiarata come oziosa e decadente, ma che invece conquistava e affascinava. Nel giro di un solo decennio peró, la prospettiva era cambiata e, a partire dagli anni Trenta, il corpo aveva cominciato ad essere interpretato e letto in un altro modo.
Il nudo andava semplicemente bandito, rifiutato, soprattutto nei suoi rimandi erotici, era visto come pericoloso e fuorviante dalla traccia del rigore sovietico. Il corpo femminile nudo era stato associato, in modo quasi automatico, ai corrotti costumi dell'occidente (che erano stati coltivati dalla borghesia russa fino alla rivoluzione e, in qualche modo, supportati fino alla fine degli anni Venti). Molti di quei negativi vennero, a parte poche occasioni in cui vennero nascosti e salvati da qualche collezionista privato, distrutti.
I vertici del regime staliniano avevano deciso che la donna che posa nuda, non era l'ideale di donna operaia e contadina che il potere voleva insegnare ad apprezzare. Pose morbide, attraenti e ammiccanti, non rappresentavano il modello a cui, l'operosa Unione sovietica, poteva ispirarsi. Tuttavia, come spiega bene Boris Groys nel catalogo della mostra (Cangemi editore), all'uomo e alla donna sovietici mancava la dimensione di charme, di chic, di stile, e per questo, gli stili corrotti dell'Europa capitalista venivano spesso idealizzati. Mancava in realtá  il desiderio e «il seducente universo segnico del sesso, il design dell'erotismo». Al mondo sovietico era negato quindi non la «tiepida concretezza della prossimitá  fisica ma, al contrario, il distacco, l'artificio, il glamour, la moda». Era dunque negato tutto quello che amplifica il desiderio in un gioco d'attrazione, rimandi e attese. Se l'occidente capitalista lamentava giá  allora la superficialitá  e la falsitá  di modelli di vita vuoti, nell'est Sovietico si soffriva della monotonia della vita sessuale, priva d'emozionanti obiettivi da raggiungere.
Unico punto di contatto e interesse comune nelle immagini che ritraevano il corpo - e in questo senso si riuscí a trovare una sorta di compromesso che conciliava posizioni contrastanti - era l'ideologia dello sport. Negli anni Trenta il corpo perde la sua valenza erotica, le volta le spalle in maniera decisa, diventando invece simbolo di quella forza, tenacia, serietá  con cui si voleva che il popolo russo si identificasse. Lo sport, nei messaggi fortemente propagandistici, diventa sinonimo di ordine e mezzo educativo. Annulla l'individualitá  unendo uomini e donne nell'idea di collettivitá  e nell'obiettivo comune di popolo. Lo sport si associa alla giovinezza, alla salute, alla forza e, il cittadino e la cittadina sovietici, interpretano soddisfatti la nuova iconografia della perfezione e della bellezza del socialismo reale.
Se sul versante della fotografia degli anni Venti troviamo fotografi come Grigorij Zimin, Aleksandr Grá­nberg - che venne accusato di pornografia nel 1935 e condannato a cinque anni di reclusione -, dalla parte della fotografia «controllata» dello stalinismo, incontriamo il nome di artisti come Alexander Rodchenko, di Elizaveta Ignatovic, che esaltano la potenza del regime con immagini di uomini e donne ubbidientemente schierati in parate.
I corpi degli atleti di Grá­nberg sono atletici quanto quelli raffigurati dall'arte di regime di Rodchenko, ma si distinguono nelle posizioni e nella spinta vitale e creativa. I corpi del primo sono estatici, a volte contorti, catturati da una passionalitá  potente e incontrollabile, quelli di Rodchenko sono invece il ritratto della normalitá  controllata, ubbidiente e conformata all'ideologia di regime, simili a corpi meccanici.
Il corpo umano diventa allora, in entrambi i casi, una sorta di manifesto d'intenzioni politiche, sociali e culturali che contenevano il potere di plasmare i gusti dell'opinione pubblica.

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