News per Miccia corta

24 - 03 - 2010

I «rossi» di Bologna



Elfi Reiter



Il progetto di un film sulla cittá  di Bologna, anzi sulla sua politica amministrativa e quindi sui primi sindaci dal 1945 all'80, era nato un paio d'anni fa. Punto di partenza era stato creare un archivio online per offrire una memoria al capoluogo dell'Emilia Romagna, la «regione rossa». Rossa dal sangue dei tanti morti durante la guerra e nei vari attentati dopo, verrebbe da dire, ma rossa soprattutto per l'alta percentuale di iscritti all'ex Partito comunista italiano. Lo dice anche un commento in inglese di un filmato americano sul piano Marshall inserito, come tanti altri materiali d'epoca, nel documentario di Michele Mellara e Alessandro Rossi La febbre del fare presentato al festival Visioni italiane e ora in programma al Cinema Lumière di Bologna per il prossimo 31 marzo, quando i giochi nelle elezioni amministrative delle altre regioni saranno giá  fatti.
Prodotto da Cineteca di Bologna e Mammutfilm, il duo (reduce da film premiati ai festival come La via dei farmaci e Un metro sotto i pesci) ha accettato la sfida di raccontare trentacinque anni di storia in ottantadue minuti. Compito arduo, quando i materiali da visionare sono molti e i vari aspetti da documentare altrettanti. Come evitare la trappola ben esplicitata nella frase di Lenin citata nel pressbook: «il passato ci trattiene con le sue lunghe mani»? Mellara e Rossi dicono di non aver seguito idee preconcette, ma di aver preferito lasciarsi sorprendere da quei materiali stessi. Di fatto, si nota un approccio assai disinvolto, elaborato nel montaggio durato otto mesi.
Suddiviso in tre atti, con prologo e epilogo, La febbre del fare si presenta nella struttura drammaturgica classica di una pièce teatrale, nel cui linguaggio ha fatto irruzione il metodo brechtiano per richiamare una visione attenta e distaccata. Date e eventi non scorrono in modo lineare, sono indicati con didascalie per orientare chi guarda nella lettura delle sequenze temporali evocate e fare il proprio percorso storico. Una lettura non priva di commozione, intrigante e polisemica sin dalla prima immagine in cui troneggia una croce nera su cascate di luce bianca e che ritorna, alla fine, sulle parole dell'Inferno di Dante recitate con impeto da Carmelo Bene dalla Torre degli Asinelli nel 1981 per onorare morti e feriti della strage alla stazione, l'anno prima. Un monito o un richiamo alla storia che si ripete? Se nel prologo si inneggia all'allegra atmosfera della liberazione dal nazi-fascismo che aveva piegato in due la cittá  con riprese amatoriali (precisano i due autori), l'epilogo allude alla deflagrazione politico-sociale dopo il 77 e il silenzio tombale in tutti i sensi dopo lo scoppio della bomba quel lontano 2 agosto 1980.
Il primo capitolo, «La casa di vetro», ripercorre gli anni della ricostruzione, e oltre. Quando nel 1946 Giuseppe Dozza prese in mano l'amministrazione (per rimanervi fino alla rinuncia per motivi di salute nel 1966), l'obiettivo principale era condurre i cittadini fuori dall'emergenza. Dozza fu l'amato sindaco che aveva portato il Pci a percentuali attorno al 49% assoluto, lanciando quello che sarebbe diventato famoso come miracolo della buona amministrazione rossa: il modello di sviluppo economico basato su piccole e medie imprese, accompagnato da una politica sociale all'avanguardia che abbracciava tanto le persone anziane quanto l'edilizia popolare. Una politica nel senso della sua radice greca, polis, ovvero comunitá .
Non poche risate suscitano le parole di Adriana Lodi, una delle assessore di allora, quando cita «uno dei rari viaggio all'estero», a un congresso internazionale a Copenhagen, durante il quale si era recata «a spese sue» a Stoccolma per visitare gli asili nido. Poi istituiti a Bologna. Fu un grande momento storico nelle lotte delle donne: il passaggio dai diritti salariali a quelli soggettivi. C'era una democrazia partecipativa ante litteram portata avanti negli anni della cosiddetta «nouvelle vague», analizzati nel secondo capitolo a fronte di eventi internazionali per spiegare l'evoluzione della politica bolognese, e italiana. Cosí l'invasione dell'Ungheria nel 1956 e la primavera di Praga nel '68, viste di fila, aiutano forse a spiegare il perché Renato Zangheri e la sua giunta avevano mandato i carri armati contro gli studenti nel 1977? Di certo qualcosa si era guastato prima, nonostante l'invenzione dei quartieri per decentralizzare il potere amministrativo, la politica di prevenzione sanitaria e i campi solari per i bimbi al Mare Adriatico.
«Tv Libera 77», il terzo atto, cerca di visualizzare, con l'utilizzo dello split-screen, l'esplosione di linguaggi diversi e di reciproca incomprensione: brani da concerti, interventi sulla falsificazione e i limiti del marxismo illustrati da Celati scorrono contemporaneamente a interventi di Zangheri, per dire che i vecchi parametri non bastavano piú a comprendere i cambiamenti sociali in atto dopo la crisi energetica e la politica dell'austerity seguite al blocco del petrolio da parte dell'Opec e la crisi nel Medio Oriente nel 1973. Mancano peró le immagini di quei carri armati giá  citati e della repressione a tradimento per zittire chi aveva appena iniziato a parlare.

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