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News per Miccia corta

24 - 03 - 2010

Trent'anni fa in San Salvador il delitto di Oscar Arnulfo Romero

(la Repubblica)

 

 

 

 
OMERO CIAI


Un colpo solo, in mezzo al cuore. L'arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, venne ucciso sull'altare al termine di un'omelia il 24 marzo di trent'anni fa mentre il suo paese scivolava in una guerra civile che sarebbe durata dodici anni. L'ammazzarono con un fucile di precisione, dalla strada. Erano in quattro, su una macchina rossa che si fermó davanti alla porta della cappella dell'ospedale "Divina Provvidenza", nel nord della capitale. Oggi il sacrificio di mons. Romero, "vescovo dei poveri" e martire, viene ricordato in Salvador e a Roma con una settimana dedicata a promuovere il processo della sua beatificazione. A San Salvador, il neo presidente, Mauricio Funes, eletto nelle fila del Farabundo Martá­, la guerriglia di sinistra che rinunció alle armi vent'anni fa, ha chiesto perdono a nome del paese per la morte dell'arcivescovo mentre il Parlamento (con l'eccezione di Arena, la destra) ha votato un decreto che istituisce il 24 marzo come «il giorno di Romero».
Movente, complotto e mandanti furono chiari fin dall'inizio ma si dovette attendere fino al 1993 perché una "Commissione veritá " dell'Onu approfondisse i contorni dell'assassinio dichiarandone responsabile, come mandante, il maggiore Roberto D'Abuisson, leader della destra salvadoregna. Ma le conclusioni della Commissione arrivarono appena cinque giorni prima del voto, in un Parlamento dominato dall'estrema destra, di una amnistia generale per tutti i delitti politici. Nel frattempo D'Abuisson era morto (1992) e le indagini di fermarono lasciando, com'è ancora oggi, il delitto irrisolto.
A trent'anni dai fatti, quello che allora era il braccio destro di D'Abuisson, Alvaro Rafael Saravia, racconta in una lunga intervista, concessa al giornale online salvadoregno El Faro, genesi e circostanze dell'omicidio. Saravia è l'unico condannato per l'omicidio di Romero. Qualche anno fa venne processato in contumacia da una Corte degli Stati Uniti, paese dove ha vissuto per molti anni dopo esser emigrato dal Salvador, ed oggi vive in clandestinitá , anche se nel suo paese, grazie all'amnistia, non rischia nulla, per paura di essere estradato in America. Per la prima volta nell'intervista, intitolata "Cosí uccidemmo Romero", Saravia riconosce di aver partecipato alla preparazione dell'agguato e di aver consegnato agli assassini l'auto, una Wolkwagen Passat rossa, dalla quale spararono e le armi. L'autista era un uomo di D'Abuisson, Amado Garay, ma il killer - sostiene Saravia - «venne scelto da Mario Molina, figlio di un ex presidente, il colonnello Molina». Romero venne ucciso con un fucile di precisione americano, il 257 Roberts della Remington con mirino telescopico mentre «il killer era un franco tiratore, ex membro della Guardia Nazionale del Salvador». Il giorno venne scelto «la mattina stessa leggendo i giornali» perché il vescovo si recava in una zona periferica della capitale.
L'assassinio di Romero aiutó D'Abuisson ad affermare la sua leadership sull'estrema destra del Salvador trasformandolo in una vera e propria icona, amata ed odiata, della lotta anticomunista. Divenne candidato presidenziale e Arena, il partito estremista da lui fondato per combattere la guerriglia del Fmln, ha governato il Salvador per quasi vent'anni, fino al 2009. Nell'intervista Saravia chiarisce che la decisione di uccidere mons. Romero venne presa perché denunciava la povertá  e i crimini degli "squadroni della morte" ma tende ad allargare le responsabilitá  affermando che D'Abuisson «partecipó ma non diresse» un complotto che, secondo alcuni biografi dell'arcivescovo, fu figlio di molti interessi. Non escluso quello dell'allora leader dc Napoleon Duarte. Molti di coloro che presero parte al complotto sono morti: alcuni vennero uccisi affinché non rivelassero dettagli e complicitá . Ma non il killer che, secondo Saravia, «vive indisturbato ancora oggi in Salvador».
I motivi che hanno rallentato il processo di beatificazione di mons. Romero sarebbero "politici" e legati al timore che la sua figura possa dividere i cattolici salvadoregni. Per questo, su richiesta del postulatore mons. Vincenzo Paglia, tutti i vescovi del paese hanno inviato una lettera alla Congregazione per le cause dei santi chiedendo che la beatificazione di Romero «vada avanti e si concluda felicemente». Alla vigilia delle celebrazioni a favore della beatificazione si sono espressi sia l'attuale arcivescovo del Salvador, José Luis Escobar, che Marisa D'Abuisson, la sorella del leader estremista: «A chi non rispetta la memoria di mons. Romero - ha detto a Repubblica - direi quello che gli avrebbe detto lui: "Convertitevi, abbandonate la via sbagliata sulla quale vi trovate"»