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News per Miccia corta

21 - 03 - 2010

Togliatti ti voglio bene

(la Repubblica)

 

Abbandonó marito e figlio per la letteratura e per costruire il proprio mito di donna libertaria e indomita Nella vita si invaghí di Cardarelli, Papini, Boccioni, e soprattutto di Dino Campana. Ma il colpo di fulmine intellettuale della Aleramo fu per il leader del Pci, come testimoniano brani inediti del suo diario conservati alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
 

 

ENZO GOLINO


Era stato Piero Gobetti a scrivere di Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, nata ad Alessandria nel 1876, morta a Roma nel 1960: «La sua vita è un romanzo, viziato anch'esso da una monotonia fisiologica», ridimensionando il propagandismo femminista della scrittrice con l'invito a non mostrarsi troppo esigente nel campo delle idee. In effetti il romanzo Una donna, esordio letterario pubblicato dalla Sten di Torino nel 1906 dopo i rifiuti di Baldini e Castoldi e di Treves, è un concitato documento di narrativa veristica a sfondo lirico-romantico che gronda di riferimenti autobiografici.
Protagonista è la scrittrice medesima, appena mascherata dalla finzione narrativa. Racconta la violenza subita giovanissima dal futuro marito, l'abbandono di lui e del pur amato figlio per seguire la vocazione letteraria e coltivare la propria personalitá  di donna responsabile, indipendente, autonoma. Ingaggiata nel romanzo (e proseguita in altre sedi) la battaglia contro la societá  repressiva, la famiglia autoritaria, la donna sottomessa, incontró a fasi alterne il favore del movimento femminista.
Amorosamente legata a Giovanni Cena, collaboró con lui alla creazione di scuole nell'Agro romano. Impegnata a costruire il proprio mito anarchico e libertario di «amante indomita» - come scrisse - volle fare della propria vita assillata dall'indigenza «il capolavoro che non ho avuto modo di creare in poesia». Anche agli uomini a cui si lega questa «pellegrina d'amore» - come la chiamava Benedetto Croce - chiede l'assoluto che spesso si traduce in deliranti tormenti. Entrano nel suo circolo affettivo, fra gli altri, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini, Umberto Boccioni, Michele Cascella, Giovanni Boine, Dino Campana (la vicenda passionale con il «poeta folle» è stata oggetto di un film che ha sfiorato il ridicolo), Julius Evola, Enrico Emanuelli, Salvatore Quasimodo e, ultimo, il giovane Franco Matacotta.
I tre romanzi successivi, le raccolte di versi, le collaborazioni giornalistiche portano comunque i segni del suo vorace temperamento. Ha ragione un critico illustre, Giacomo Debenedetti, quando afferma che Sibilla viveva «autobiograficamente». E questo spiega perché l'immenso diario che tenne dal 3 novembre 1940 al 2 gennaio 1960 è l'opera che piú le assomiglia, dove meglio si ascoltano e si comprendono la sua voce, tenerezze e malinconie, le contraddizioni. Non a caso l'amicizia con Piero Gobetti non impedí a Sibilla di vedere in Mussolini - che le fece assegnare una piccola pensione - «un taumaturgo gigantesco», tappa di quella ricerca del padre che costella la sua esistenza.
Esempio clamoroso di una vita registrata in diretta con la sua calligrafia nitida, a caratteri grandi, la prima parte dell'opera, Dal mio diario (1940-1944) esce dall'editore romano Tumminelli il 12 dicembre 1945, un volume di 359 pagine scelte da Sibilla medesima da uno scartafaccio di circa millesettecento cartelle. L'intero diario fu acquistato da Giangiacomo Feltrinelli nel 1955, probabilmente su indicazione di Palmiro Togliatti che aveva conosciuto la scrittrice dopo la sua iscrizione al Pci il 3 gennaio 1946. A lui Sibilla aveva chiesto «se c'è un modo di aver assicurato un reddito anche minimo, ma sufficiente». Intanto, nella sua nuova condizione di militante, è sempre ospitata dai giornali di partito, inviata in giri di letture in tutta Italia, e all'estero in occasioni ufficiali. Quando si ammalerá , negli ultimi giorni, sará  accolta nella clinica romana di Mario Spallone, medico personale del leader comunista. Il 14 gennaio 1960, il giorno dopo la sua morte - nelle scorse settimane si è ricordato il cinquantenario - «la salma è esposta in via Scarlatti nella sede del Pci», ricorda un testimone.
Giangiacomo Feltrinelli offre un vitalizio di trentamila lire al mese con la possibilitá  di fare dei tagli all'imponente manoscritto, ma Sibilla sui tagli non è d'accordo. Conduce la trattativa - che va a buon fine - Marcella Ferrara, moglie di Maurizio, esponente di spicco del Pci, autori di Conversando con Togliatti (Edizioni di Cultura Sociale,1953). Depositato presso la Fondazione Feltrinelli il diario ammonta a 5.520 cartelle manoscritte: l'edizione integrale di prossima uscita è allestita e introdotta da Anna Folli, italianista dell'Universitá  di Ferrara, studiosa di scritture femminili (Penne leggere, Guerini, 2000), curatrice per Feltrinelli (2002) dei taccuini di Sibilla (Orsa minore 1938), della nuova edizione di Una donna (2003) e di significativi carteggi novecenteschi.
Carlo Feltrinelli ha concesso a Repubblica l'anticipazione dei brani inediti riportati in questa pagina che riguardano i rapporti amichevoli, affettuosi, adoranti di Sibilla con Togliatti, e il ruolo che lei - icona dell'autonomia femminile, generosamente protetta dal Migliore in un partito di arcigna misoginia - svolgeva nel propagandare se stessa e la palingenesi rivoluzionaria comunista fino a vagheggiare gli Stati Uniti d'Europa «a regime comunista».
I brani che pubblichiamo, inediti, risultano esclusi dalle parziali edizioni feltrinelliane del 1978 e del 1979 a cura di Alba Morino, accompagnate la prima da un ricordo di Fausta Cialente, la seconda da una lettura di Lea Melandri. Lavoro «pionieristico e imponente» - dice Anna Folli - deplorando peró «il silenzio sui criteri che hanno guidato la scelta, la trascrizione, il montaggio». Insomma, «un uso incurante del testo sottoposto a tagli e suture di cui non si dá  motivazione né traccia»