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News per Miccia corta

20 - 03 - 2010

Il campionato del prigioniero Mandela cosí il calcio conquistó Robben Island

(la Repubblica)

 

 
 
 

 

ROSALBA CASTELLETTI


Per alcuni uomini il calcio d'inizio dei Mondiali in Sudafrica non eguaglierá  mai quello che, in un sabato ventoso di 40 anni fa, diede il via alla partita "Rangers contro Bucks" in uno spiazzo delimitato da due porte costruite con legna e reti da pesca trovate su una riva. In campo, quel dicembre del '67, c'erano eroi della lotta anti-apartheid che avevano negoziato anni per strappare il permesso di giocare nella loro isola-prigione: Robben Island. A spiarli dalla sua cella un tifoso a cui quel permesso non sarebbe stato concesso mai: Nelson Mandela.
Esiliati su una desolata lingua di terra al largo di Cittá  del Capo, gli attivisti politici iniziarono a giocare con palloni arrangiati arrotolando magliette per vincere la monotonia di giornate tutte uguali: un rintocco di campana a svegliarli alle 5.30 del mattino e poi otto ore di lavoro in una cava. Quando decisero che fosse un loro diritto portare il calcio fuori dalla clandestinitá  delle celle, misero da parte le divisioni che dividevano militanti del Congresso panafricano (Pac) e del Congresso africano nazionale (Anc) e si batterono insieme. Dal '65 per tre anni ogni settimana a turno un detenuto chiese l'autorizzazione a giocare a calcio andando incontro ogni volta allo stesso rifiuto e alla stessa punizione: il digiuno per due giorni. Fino a un mattino di dicembre del '67 quando il permesso - 30 minuti ogni sabato - fu inaspettatamente accordato, complice la volontá  di dare un'immagine piú liberale del carcere e la convinzione che, provati dai lavori, i detenuti si sarebbero presto stancati. Non sarebbe stato cosí.
I prigionieri sentirono anzi persino il bisogno di darsi «strutture» e «un'organizzazione» e, dopo mesi di discussioni, manuale della Fifa alla mano (il secondo titolo piú popolare della biblioteca del carcere dopo Il Capitale di Marx), nel giugno del '69 presentarono lo statuto della Makana Football Association (dal nome del condottiero xhosa esiliato sull'isola nel 1819 dopo aver sfidato il potere coloniale). Come una vera e propria Lega di calcio, la Mfa comprendeva nove club, tre divisioni, una Commissione disciplinare e un'Associazione degli arbitri. E cosí, mentre il regime dell'apartheid veniva boicottato dal mondo dello sport ed escluso dal Comitato per le Olimpiadi, tra le torri di guardia di Robben Island si disputava il primo campionato dei detenuti.
A vincere fu il Manong, l'unico club a reclutare i suoi calciatori a prescindere dal loro partito e ad annoverare per questo fans anche nella sezione B, il blocco dove Nelson Mandela era stato condannato all'isolamento. A Mandela era proibito giocare e tifare in campo. Spiava le partite dalle grate della sua cella finché, eretto un muro, dovette accontentarsi di seguirne l'andamento grazie alle cronache che gli giungevano di straforo. In un posto dove la carta era un bene prezioso, infatti, ogni risultato veniva registrato su decine e decine di fogli, come racconta il libro Molto piú di un gioco di Chuck Korr e Marvin Close (Iacobelli, in uscita il 10 aprile). Uomini condannati alla reclusione da un sistema giudiziario iniquo volevano che, almeno tra loro, gli ideali di giustizia e democrazia fossero garantiti.
All'interno della Mfa i futuri leader del Sudafrica avrebbero cosí imparato a guidare una nazione unita. L'ultimo campionato si sarebbe disputato nel '91, anno di chiusura del carcere, ma la storia dei detenuti-calciatori non sarebbe finita lí. Sarebbero diventati ministri come il "Terrore" dei campi Lakota, vicepresidenti della Corte costituzionale come uno dei piú brillanti commissari disciplinari, Dikgang Moseneke, o avrebbero presieduto la nazione come il capitano dei Rangers Jacob Zuma. E l'uomo che spiava le partite dalla cella d'isolamento avrebbe fatto tesoro di quell'esperienza quando nel 1994 sarebbe stato chiamato a guidare un Paese finalmente unito