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News per Miccia corta

14 - 03 - 2010

Mafia & Stato la prima volta

(la Repubblica)

 

 

ATTILIO BOLZONI


Gli americani erano arrivati in Sicilia in estate e avevano subito capito che era un luogo molto speciale. Al Quartier generale alleato di Algeri cominciarono peró ad allarmarsi davvero verso l'inizio dell'autunno, quando decisero di spedire in missione a Palermo un giovane capitano dei servizi segreti: volevano un dettagliato rapporto «su un fenomeno che avrá  gravi implicazioni per la situazione politica attuale e futura dell'isola e del resto d'Italia». Volevano capire cosa stava succedendo in quel pezzo irrequieto d'Europa liberata.
Il capitano W. E. Scotten contattó le sue fonti nelle province occidentali dell'isola e, dopo qualche settimana, invió una relazione ai superiori: «A parte le opinioni popolari o gli aspetti politici, questo è un problema estremamente importante: tutti coloro che non ne sono venuti a contatto diretto peró hanno serie difficoltá  a valutarlo». Fu cosí che il capitano Scotten scoprí la mafia. E fu cosí che gli Alleati scoprirono che lo sbarco del 10 luglio del 1943 aveva riportato nell'isola non soltanto la libertá  ma anche i suoi vecchi padroni: i boss di Cosa Nostra.
In quel rapporto che l'ufficiale della Military Intelligence inoltró al brigadiere generale Julius Cecil Holmes - sei pagine custodite nei National Archives di Kew Gardens, alle porte di Londra - c'è la prova di un accordo cercato dagli agenti segreti statunitensi e britannici con la mafia siciliana. Uno dei primi, uno dei tanti. ሠun documento in cui si ritrovano le tracce di un negoziato fra gli apparati di sicurezza e le "famiglie", probabilmente la genesi di un patto che porterá  nel nostro Paese - decennio dopo decennio e strage dopo strage - all'abitudine "trattativista", al dialogo permanente fra poteri politici e poteri criminali. Da Portella della Ginestra fino a Capaci, dalle spie inglesi agli uomini dei servizi di sicurezza italiani, un intrigo che affonda le sue radici nei mesi che seguirono l'Operazione Husky, nome in codice dell'invasione alleata dell'isola. ሠla storia che sembra cronaca. Vicende lontane che si intrecciano con l'attualitá  piú inquietante, le carte del passato che in qualche modo spiegano un presente ancora avvolto nel mistero: lunghe e indisturbate latitanze di capi mafiosi, covi immancabilmente protetti, complicitá  fra alti funzionari dello Stato e assassini, massacri di Cosa Nostra e depistaggi, bombe di mafia e di Stato.
Il capitano W. E. Scotten sapeva giá  tutto in quell'autunno di sessantasette anni fa, quando - terminata la sua missione in Sicilia - cominció a stendere il rapporto da consegnare al generale Holmes che da Palermo dirigeva le grandi manovre belliche sul fronte mediterraneo. Il dossier porta la data del 29 ottobre 1943 (cartella del Foreign Office 371/37327, numero di protocollo R11483) ed è stato archiviato a Kew Gardens alla fine della guerra. Pubblicato per la prima volta dallo storico Rosario Mangiameli - nel 1980 - in Annali della facoltá  di Scienze politiche dell'Universitá  di Catania, oggi merita di essere riletto e interpretato per tutto ció che sta affiorando in Italia sulle collusioni di Cosa Nostra. Oggetto del rapporto: «Memorandum sul problema della mafia in Sicilia». Sulla copertina del dossier, in poche righe ci sono le note di un funzionario del ministero degli Esteri inglese (la firma è illeggibile). Anche lui aveva ricevuto l'informativa di Scotten. Laconico il suo commento: «Il paragrafo 8 di questo rapporto sostiene che le attivitá  della mafia sono risorte in maniera considerevole dalla data dello sbarco in Sicilia». Ma non era al paragrafo 8 il passaggio piú riservato e tortuoso del resoconto di Scotten. Era al paragrafo 13, la parte del dossier che conteneva le «possibili soluzioni per affrontare il problema mafia». E dove, per la prima volta, compariva quella parola: negoziato.
Dopo un'analisi della realtá  criminale siciliana, il capitano Scotten suggeriva al generale Holmes come il Governo militare alleato avrebbe dovuto muoversi. E valutava tre ipotesi: «a) un'azione diretta, stringente e immediata per controllare la mafia; b) una tregua negoziata con i capimafia; c) l'abbandono di ogni tentativo di controllare la mafia in tutta l'isola e il [nostro] ritiro in piccole enclaves strategiche, attorno alle quali costituire cordoni protettivi e al cui interno esercitare un governo militare assoluto». L'ufficiale della Military Intelligence riferiva poi ai suoi superiori, nel dettaglio, la praticabilitá  delle tre soluzioni prospettate.
Il primo punto è riportato al paragrafo numero 14: «La prima soluzione - il controllo della mafia, ndr - richiede un'azione fulminea e decisiva nell'arco di giorni o al massimo di settimane (...) e l'arresto simultaneo e concertato di cinque o seicento capifamiglia - senza curarsi della personalitá  e delle loro connessioni politiche - affinché siano deportati, senza alcuna traccia di processo, per tutta la durata della guerra (...)». Il secondo punto è al paragrafo numero 15. Ed è tutto dedicato alla trattativa con i boss di Cosa Nostra. Scrive Scotten: «La seconda soluzione sembra apparentemente quella il cui successo è meno garantito. Ma la sua buona riuscita dipende dall'estrema segretezza di fronte ai siciliani e al personale stesso del Governo Militare Alleato». E aggiunge il capitano: «Dipende anche dalla personalitá  del negoziatore e dalla sua abilitá  nel conquistare la fiducia di questi capimafia da contattare sui seguenti punti: 1) l'unico interesse degli Alleati nel governare la Sicilia consiste nella continuazione dello sforzo bellico; 2) gli Alleati non desiderano interferire negli affari interni della Sicilia e desiderano restituirne il governo al popolo siciliano al momento opportuno; 3) gli Alleati acconsentono a non interferire con la mafia, a patto che questa accetti di desistere da tutte le attivitá  riguardanti il movimento e il commercio di generi alimentari o di altri beni di prima necessitá , oppure di prodotti che servono alla prosecuzione della guerra (...) e a patto che la mafia concordi nell'astenersi dall'interferire con il personale e le operazioni del Governo Militare Alleato». Che cosa, americani e inglesi, avrebbero potuto offrire in cambio? Scotten non ha dubbi: «Questo significa l'accettazione a un certo grado, da parte degli Alleati, del principio dell'omertá , un codice che la mafia comprende e rispetta interamente». In sostanza propone ai superiori un armistizio con i boss: loro non «interferiscono» con gli affari del Governo militare, gli Alleati chiudono gli occhi su tutto il resto.
La terza soluzione ipotizzata dal capitano - ritirarsi in alcune zone della Sicilia e lasciare alla mafia il controllo del territorio - è giudicata dallo stesso ufficiale «debole» e «cosí da essere interpretata dal nemico [la Germania nazista], dal resto d'Italia e dagli altri Paesi occupati». Una via non praticabile per Scotten: «Ció significherebbe consegnare la Sicilia per lungo tempo ai poteri criminali».
Come poi sono andate le cose in Sicilia è noto. Gli Alleati non hanno abbandonato l'isola e non hanno mai deportato un solo mafioso. Al contrario. Molti capimafia sono stati i primi sindaci nei paesi della Sicilia liberata, altri boss hanno trafficato con i grandi capi del Governo militare alleato, gli aristocratici e i latifondisti legati a Cosa Nostra sono diventati i «rispettabili» signori che hanno governato l'isola subito dopo il fascismo.
Gli appunti del capitano Scotten raccontano molto di quella stagione. Sul ritorno dei boss: «I contatti da me sostenuti con la popolazione siciliana, concordano pienamente sul seguente fatto: la mafia è rinata. Tale fenomeno non è sfuggito alla sezione Intelligence del Governo militare e all'inviato speciale del Dipartimento di Stato Usa Alfred Nester, ex console americano a Palermo (...) Il terrore della mafia sta rapidamente tornando e, secondo i miei informatori, la mafia si sta ora dotando di armi ed equipaggiamenti moderni, il problema si moltiplicherá  creando difficoltá  alla Polizia». Sulla capacitá  corruttiva di Cosa Nostra: «La popolazione siciliana non crede che i carabinieri o gli altri corpi di polizia siano in grado di affrontare la mafia. Li ritiene corrotti, deboli e, in molti casi, in combutta con la stessa mafia. Carabinieri e polizia ricevono individualmente una parte dei guadagni dei vari racket, ma anche intere porzioni di questi introiti». Sulle infiltrazioni nel Governo militare alleato: «Molti siciliani si lamentano del fatto, ed è la cosa piú inquietante, che molti nostri interpreti di origine siciliana provengono direttamente da ambienti mafiosi statunitensi. La popolazione afferma che i nostri funzionari sono ingannati da interpreti e consiglieri corrotti, al punto che vi è il pericolo che essi diventino uno strumento inconsapevole in mano alla mafia».
Alla fine del suo rapporto, il capitano della Military Intelligence descrive il clima che si respira nell'isola negli ultimi mesi del 1943: «Agli occhi dei siciliani, non solo il Governo Militare Alleato non è in grado di affrontare la mafia, ma è arrivato addirittura al punto da essere manipolato. Ecco perché al giorno d'oggi molti siciliani mettono a raffronto il Governo Militare Alleato e il Fascismo... Sotto il Fascismo la mafia non era stata interamente debellata, ma veniva almeno tenuta sotto controllo. Oggi invece cresce con una velocitá  allarmante e ha raggiunto addirittura una posizione di rilievo nel Governo militare alleato».
Qualcuno avrá  mai risposto per iscritto al capitano Scotten? In qualche scaffale di Kew Gardens si ritroverá  mai un'altra carta con le decisioni prese dagli Alleati «per risolvere il problema della mafia»? Basterebbe qualche foglio ingiallito, basterebbe anche una sola pagina per scoprire fino a dove si è spinta la «soluzione B» proposta dall'agente segreto Scotten in missione in Sicilia.