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News per Miccia corta

07 - 03 - 2010

Anarchici, i ribelli della Belle Epoque

(la Repubblica)

 

 
Storie dell'Ottocento. 
 
 
 
"Io vi disprezzo, voi, le vostre leggi, il vostro ordine e il vostro governo"
"Che mi si impicchi pure, per questo motivo! Che mi si impicchi pure!"
 

 

PIERO OTTONE


Brutto secolo, l'Ottocento, per capi di Stato e teste coronate: si apre con la congiura dei decabristi, che cospirano contro lo zar di Russia, si chiude con l'uccisione di Umberto Primo, re d'Italia. I decabristi erano aristocratici di sangue blu, poco portati alle congiure: finirono in Siberia. Ma i protagonisti del terrorismo ottocentesco furono gli anarchici, personaggi di umile origine e di grande fierezza, idealisti, temerari. «Io vi disprezzo, voi, le vostre leggi, il vostro ordine e il vostro governo di despoti - proclamó uno di loro qualche istante prima di essere giustiziato -. Che mi si impicchi pure, per questo! Che mi si impicchi pure!»
Giovanni Ansaldo, grande giornalista e saggista, era nell'animo un conservatore: diresse ai tempi del fascismo Il Telegrafo di Livorno, fu amico di Galeazzo Ciano. Ma per gli anarchici aveva una certa ammirazione, quasi un filo di simpatia. Su alcuni di loro fece qualche ricerca, scrisse articoli e saggi adesso ripubblicati dalla casa editrice Le Lettere, col titolo Gli anarchici della Belle Epoque. In copertina c'è una divertente illustrazione di Flavio Costantini. Ne emergono ritratti di grande umanitá .
I fatti, innanzitutto. Il primo degli attentati qui presi in esame fu compiuto il 24 giugno 1894, quando Sadi Carnot, presidente della Repubblica di Francia, fu aggredito a Lione, e stecchito con una sola magistrale pugnalata, da un italiano: l'anarchico Sante Caserio. Ma l'evento per noi piú importante è il regicidio di Monza. Umberto era giá  stato bersaglio di due aggressioni, a Napoli nel 1878, a Firenze nel 1897. L'aveva fatta franca. E con mirabile sprezzo del pericolo (quanto diverso dall'andazzo dei nostri tempi) rifiutava ogni eccesso di protezione. «Credeva nel proprio mestiere di re - scrive Ansaldo - e riteneva che esso imponesse certi doveri di coraggio e di eleganza anche di fronte alla minaccia ignota». Al suo aiutante di campo Umberto diceva: «Anche se davanti a me si perlustrassero a una a una tutte le porte, tutti i canti delle strade, tutti gli androni, non si potrebbe impedire di tirarmi un colpo di revolver». Con quattro colpi di revolver, infatti, Gaetano Bresci lo freddó a Monza, il 29 luglio 1900. Un terzo attentato raccontato da Ansaldo fu diretto contro Giuseppe Bandi, fondatore e direttore del Telegrafo di Livorno (lo stesso che Ansaldo andó poi a dirigere): assassinato il primo luglio 1894, con una pugnalata come Carnot. Ce n'era, come si vede, anche per i giornalisti.
Ma chi erano, dunque, questi anarchici, questi terroristi dell'Ottocento? L'anarchismo fu un fenomeno di carattere globale, si diffuse in Europa e in America, per tante ragioni. Ma in Italia fu particolarmente rigoglioso, e alla sua fioritura, se cosí possiamo chiamarla, possono avere contribuito le vicende dell'unificazione: un bel tema, specie nella vicinanza del centocinquantesimo anniversario. L'Italia era stata sognata e promessa (scrive Ansaldo) «come nazione sacra investita di una missione fra i popoli»: ma era in realtá  «un Paese ancora molto malfermo nelle sue assise fondamentali». Gli italiani si accorsero di essere in Europa e nell'ambito della Triplice alleanza il parente povero. Era diffusa una grande miseria, fra contadini e operai. E circolavano tante idee, bellicose e confuse.
Gaetano Bresci condivise i sentimenti di delusione e amarezza. Era nato nel 1869 a Cojano, comune di Prato, figlio di mezzadri che avevano l'ambizione di salire nella societá : un fratello diventó tenente di carriera, era in servizio a Caserta al momento dell'attentato (bel risveglio per il povero tenente, chiosa Ansaldo, la mattina del 30 luglio). L'ambiente in cui Gaetano crebbe era pervaso «da una certa acredine, piú sprezzante in Toscana che altrove, verso lo Stato italiano e verso la monarchia dei Savoia». E poi c'era la predicazione anarchica, i volantini, gli articoli piú o meno clandestini, le riunioni. Gaetano, ragazzo serio, si iscrisse a un'associazione, fece attiva propaganda. Fra il 1891 e il 1893 fu arrestato, e condannato a qualche mese. La sua strada, ormai, era segnata.
Nel 1897 emigró negli Stati Uniti. C'erano anarchici anche lí, lui li conobbe e si rafforzó nelle sue convinzioni. Gli eventi di quegli anni, d'altra parte, erano destinati ad accendere un odio sempre piú vivo verso chi governava l'Italia, verso il suo re. Crispi aveva suscitato speranze, con le avventure coloniali, con sogni di grandezza che perfino agli anarchici, forse, del tutto non dispiacevano. Poi venne Adua, l'umiliazione della sconfitta; vennero gli scontri di Milano, le cannonate di Bava Beccaris. E il re, al generale, aveva mandato un telegramma di approvazione. Tutto questo formó una miscela esplosiva. I numerosi anarchici che si riunivano ogni sera a Paterson, nel New Jersey, a poca distanza da New York, discutevano, si montavano la testa. Un brutto giorno, decisero di fare fuori il re.
L'attentato contro re Umberto fu dunque architettato e deciso da un gruppo di anarchici italiani negli Stati Uniti. Fu scelto l'esecutore: un certo Sperandio Carbone. Ma poi Sperandio non partí: e per salvare l'onore, per dimostrare che non era un vile, uccise in cambio un certo Pessina che lo aveva licenziato, quindi si tolse la vita. Ma chi sarebbe andato al posto suo? Fu scelto Gaetano. Il quale in tre anni, da quando era approdato nel Nuovo mondo, aveva trovato un lavoro ben retribuito in una filanda di seta; e si era unito con una donna, ne aveva avuto una bambina; sicché avrebbe avuto buone ragioni per starsene tranquillo dove era. «Ma nessun dovere gli parve piú imperioso - scrive Ansaldo - di quello d'eseguire l'impegno», perché l'uomo era, «a suo modo, di grossa levatura». Alla donna disse ció che andava a compiere, le diede suggerimenti pratici, di sloggiare subito dalla casa dove vivevano, per andare a starsene sola, tranquillamente. E partí.
Sbarcó in Francia, trascorse qualche tempo a Parigi, forse incontró Maria Sofia, la regina spodestata a Napoli e insediata a Neuilly, una Wittelsbach, che si dava un gran daffare con gli anarchici. Poi rientró in Italia. A Prato chiese addirittura il porto d'arme: non lo ottenne, ma si esercitó con la pistola in un cortile. Fu notata la sua presenza? Destó qualche preoccupazione il ritorno dagli Stati Uniti di un tale che giá  era stato schedato come anarchico? Il delegato di pubblica sicurezza di Prato avvertí la questura di Firenze che era arrivato dall'America un «dritto», e tutto finí lí. Poi venne la festa ginnica a Monza, si compí il destino. Il re non voleva vedere carabinieri intorno a sé, ed era stato accontentato. Quattro colpi di pistola lo liquidarono.
L'altro anarchico di cui leggiamo le gesta, meno famoso, ma pur sempre interessante, è Sante Caserio, che uccise il presidente della Repubblica francese. Sante apparteneva a una famiglia di Motta Visconti, fra Milano e Pavia: gente di campagna, alla buona. Lui, il futuro attentatore, era un ragazzino docile, affezionato alla madre, che il prete sceglieva per fare il San Giovannino nel deserto, con la pelle d'agnello, alla processione di San Giovanni. Per campare, Sante imparó il mestiere di fornaio. A quattordici anni trasmigró a Milano. E le letture, i manifestini, i compagni fecero di lui un anarchico a tutto tondo. Abbastanza attivo per essere preso di mira dalla polizia: per il servizio di leva lo avrebbe atteso una compagnia di disciplina. Preferí emigrare, prima in Svizzera, poi in Francia. Finí a Cette, in Linguadoca.
Il lavoro era saltuario, la paga misera. Ma entró a fare parte di un gruppo che si chiamava Coeurs de cháªne, Cuori di quercia: e lí a Cette, «amareggiato dalla miseria, dal vagabondaggio, dalla lontananza dalla patria, dalla separazione dalla madre, alla quale scriveva come poteva e quando aveva i venticinque centesimi del francobollo», concepí il progetto di far fuori, alla prima occasione, il presidente della Repubblica. Il ricordo di Aigues-Mortes, l'uccisione di tanti italiani, contribuí ai suoi propositi di vendetta. Forse una poesia di Victor Hugo, scrive Ansaldo, completó l'opera, folgorandolo. Da Cette andó a Lione: un triste viaggio, un po' in treno, un po' a piedi. E lí pugnaló il presidente: una pugnalata bene assestata, che gli spezzó il cuore. Era il 24 giugno: lo stesso giorno della processione in cui, ragazzino docile, faceva il Giovannino