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News per Miccia corta

04 - 03 - 2010

I pm non credono al generale Mori è indagato per la trattativa Stato-mafia

(la Repubblica)

 

ATTILIO BOLZONI


PALERMO - L'indagine sui misteri siciliani del 1992 si avvicina al cuore dello Stato. A diciotto anni dalle stragi ci sono i primi uomini degli apparati formalmente indagati per la trattativa con i boss di Cosa Nostra. Uno è il generale Mario Mori, ex vice-comandante dei reparti speciali dei carabinieri ed ex direttore del servizio segreto civile. L'altro è il suo braccio destro, il colonnello Giuseppe De Donno. Sono sotto inchiesta – insieme a Totó Riina, Bernardo Provenzano e Antonino Ciná , il mediatore operativo di quel patto – per avere in pratica incoraggiato i piani dei capi mafiosi che promettevano di fermare le bombe in cambio di alcune richieste come la revisione del maxi processo o una modifica della legge sui pentiti. I nomi dei due ufficiali sono stati iscritti nel registro degli indagati della procura di Palermo per l'articolo 338 del codice di procedura penale: «Violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario».
Il giorno dopo la sua lunga difesa nell'aula bunker dell'Ucciardone e la consegna di un memoriale ai giudici, il generale Mario Mori è finito per la terza volta dentro le inchieste antimafia palermitane. Dopo le accuse per non avere perquisito il covo di Totó Riina (assoluzione al processo insieme al capitano Ultimo) e quelle per avere favorito la latitanza di Bernardo Provenzano (imputato con il colonnello Mario Obinu, il dibattimento è in corso), adesso il generale è al centro della trama sulla trattativa. La svolta dell'indagine parte dalle dichiarazioni dell'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli. E' nell'estate scorsa che rivela – in un talk show – che l'ex direttore degli Affari penali del ministero Liliana Ferraro, nel giugno del 1992, era stata avvicinata dall'allora capitano De Donno per informarla che il Ros stava iniziando un «dialogo» con l'ex sindaco Vito Ciancimino. Il ministro conferma la circostanza al procuratore palermitano Antonio Ingroia e a quello di Caltanissetta Sergio Lari. E conferma anche Liliana Ferraro. Nelle stesse settimane dell'estate del 2009 è l'ex presidente della Camera e della commissione parlamentare antimafia Luciano Violante che chiede di testimoniare a Palermo: racconta che il generale Mori, «per ben tre volte» nella 1992, l'aveva invitato a incontrare «privatamente» Vito Ciancimino assicurandogli «che si trattava di una cosa politica..». Tutti questi ricordi – in veritá  arrivati con un ritardo di diciassette anni nelle stanze dei magistrati siciliani – hanno fatto virare l'inchiesta sulla trattativa e anche quella sulle stragi di Capaci e di via D'Amelio.
Testimonianze che si sono aggiunte al diluvio di rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo che è diventato in questi mesi il primo accusatore del generale Mario Mori e dei suoi reparti speciali.
Cosí l'ex direttore del servizio segreto civile e l'inseparabile De Donno sono scivolati nell'indagine sul negoziato fra i boss di Cosa Nostra e lo Stato. Sfiorati per anni dai sospetti, trascinati in inchieste come quella sul covo di Riina o quell'altra sull'infinita latitanza di Provenzano, ora si ritrovano proprio fra le pieghe dell'investigazione principale con quell'ipotesi di reato - violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario – che entra nello specifico della trattativa vera e propria. Il figlio di don Vito ha riferito nel dettaglio i numerosi incontri fra suo padre e i due ufficiali, le riunione riservate di Vito Ciancimino con un agente dei servizi conosciuto come «Carlo» o «signor Franco», i faccia a faccia fra Bernardo Provenzano e don Vito. I due si vedevano nell'appartamento romano di Piazza di Spagna dell'ex sindaco. Ciancimino senior era agli arresti domiciliari, Provenzano nel 1992 era ricercato (si fa per dire) da ventinove anni. Trattavano i carabinieri ma, contemporaneamente, trattavano anche altri uomini degli apparati. E altri «agenti» invece – questo almeno è l'orientamento delle indagini – avrebbero avuto un ruolo ancora piú operativo nel contesto delle stragi: sarebbero stati lí, sul luogo dei massacri.
L'inchiesta dei procuratori di Palermo è parallela a quella dei procuratori di Caltanissetta, che sono competenti sulle stragi. In questi ultimi mesi le loro indagini hanno seguito un percorso comune, avanzando praticamente in una sola direzione: verso le negoziazioni, le deviazioni di reparti speciali e servizi di sicurezza. Ogni traccia porta a loro, a un contatto con l'altra sponda, a un depistaggio.
Chi ha ordinato la trattativa con i boss di Cosa Nostra? Chi ha coperto, nell'estate del 1992, i tentativi di far «ragionare» Totó Riina dopo l'uccisione di Giovanni Falcone. «Il ministro Nicola Mancino e Virginio Rognoni sapevano», ha messo a verbale il giovane Ciancimino. Cosí è stato raccontato a suo padre da quel misteriosissimo «Carlo» o «signor Franco», che frequentava casa sua dai primi Anni Settanta. I due ministri hanno sempre smentito. Il livello della trattativa - fino ad ora individuato - riguarda comunque solo il generale Mario Mori, il colonnello De Donno e quei due agenti segreti riconosciuti in fotografia da Massimo Ciancimino. Uno conosciuto come «il capitano» e un altro «di grado piú elevato» che ha licenza di scorribanda nelle carceri italiane. Queste sono le informazioni certe al momento su trattativa e stragi. Insieme a un'altra: quella trattativa è stata la condanna a morte di chi ha cercato di ostacolarla: Paolo Borsellino.