«Cioè che la divisione della Germania – che io non accettavo come eterna, ma riconoscevo al momento inevitabile durante la guerra fredda – era economica, politica, ma non toccava la cultura, e la letteratura passava oltre le frontiere. Io dissi sempre che la cultura nazionale restava indivisibile. Mi battevo per mantenere vivo il dialogo tra gli intellettuali delle due parti del paese. Ma ogni dittatura ha paura della parola scritta dei letterati, e si spinge alla hybris contro i singoli».
Nei dossier della Stasi lei era schedato come «nemico del socialismo». Perché?
«Perché parlavo di "socialismo democratico" o di "socialdemocrazia". Li irritava piú dei conservatori di Adenauer. Ragionavano da comunisti dogmatici: o con noi o contro di noi. Guardate i dossier: ero pericoloso perché ero voce critica contro l'Ovest come contro l'Est tedesco, ció mandava in tilt la loro visione del mondo. Willy Brandt, e io che ero al suo fianco, il socialdemocratico che predicava distensione, dialogo e apertura, faceva loro molta piú paura piú dei falchi occidentali della guerra fredda».
Lei criticó subito come «porcheria degna d'un campo di concentramento» la costruzione del Muro. Che reazioni colse nella Ddr?
«Anna Seghers, scrittrice di prestigio, non rispose mai alla mia lettera aperta contro il Muro. Avrebbe potuto farlo, ne aveva l'autoritá , non ne ebbe il coraggio. Perché? Guai a chi si fa prigioniero di un dogma. Per una scrittrice del suo rango fu vergognoso».
A Berlino Est percepiva un po' di solidarietá  degli scrittori della Ddr o li sentiva schierati col sistema?
«I piú anziani erano leali al sistema. Ebbero anche problemi: libri vietati o cambiati dalla censura. Ma speravano che, dietro il Muro, il sistema si liberalizzasse. Poi persero l'illusione, ma non la vaga speranza di una riforma del sistema dall'interno. Anche grazie alla Primavera di Praga. Ma quell'ultima speranza di tutto il blocco, il "socialismo dal volto umano", fu stroncata dai Panzer russi. Eppure fino all'ultimo, fino al 1989, molti di loro si ostinarono a sperare ancora. Temevano anche quale ruolo avrebbero potuto avere in un Ovest diverso. All'Est erano critici scomodi, all'Ovest no. Timori ancora vivi all'Est, dopo una riunificazione che è stata in gran parte anche un esproprio senza precedenti: il 90 per cento dell'ex Ddr appartiene oggi all'Ovest».
Alcuni dei rapporti della Stasi su di lei e sua moglie sono d'un dettaglio mostruoso. Che ne pensa?
«C'è del ridicolo. Scrissero persino "Grass e sua moglie si presentano ben vestiti con abiti nuovi". Attenzione: gli informatori che scrivevano questi rapporti erano sotto la pressione dei superiori, dovevano farsi belli fornendo informazioni sensazionali, a volte inventate. ሠfrutto della paranoia di controllo delle dittature. Alcuni, come il presidente dell'Accademia di Berlino est, Weckwerth, o Strittmatter, divennero informatori perché comunisti convinti. Altri lo diventarono per farsi belli, o perché vulnerabili a pressioni. Tutti volevano piacere ai loro superiori, ufficiali della Stasi. Un informatore mi deluse molto: l'audace editore Hans Marquardt, che per primo pubblicó le mie opere nella Ddr. Mi spió, scrisse rapporti su di me fin nel privato».
Quanto ci si poteva fidare degli scrittori della Ddr?
«Io vivevo a Berlino ovest, ero sotto l'attacco brutale dei media conservatori di Springer, ma ció non è paragonabile alla pressione della Stasi. Non me la sento di giudicare. Io volevo avere ed ebbi contatti con gli scrittori della Ddr per tenere viva l'unitá  della cultura e della letteratura tedesca, ma sapevo che dovevo rispettare le loro esigenze di soddisfare la censura del regime. Noi dell'Ovest non abbiamo il diritto di giudicarli. Erigersi a loro censori senza aver vissuto la loro realtá  terribile è un mostruoso insulto. Noi intellettuali di Berlino Ovest tenemmo vivo il contatto con gli intellettuali di Berlino est, un canale culturale della nazione. La Stasi ci osservava ritenendoci pericolosi cospiratori. Ma per me furono, e restano, i piú intensi contatti letterari del mio paese. L'Ovest non lo capí, l'Est ci temeva. La Sed voleva cementare anche nella cultura e nella lingua la divisione della Germania. Io me ne infischiai dei controlli della Stasi: quegli incontri furono un pezzo insostituibile di cultura viva tedesca».
La temevano davvero cosí tanto?
«Il "Tamburo di latta" fu pubblicato nella Ddr solo nel 1987, ben dopo che in Polonia. A lungo discussero chi poteva pubblicarlo. Alla fine vinse Volk und Welt, l'editoriale per le letterature straniere! In me temevano la Weltanschauung socialdemocratica, facevo piú paura di Strauss. Ricordo quanto disse Ulbricht a Breznev contro Dubcek: "Questa è socialdemocrazia". Fu la condanna a morte della Primavera di Praga. La storia risale agli Venti e Trenta. Il Komintern decretó che i socialdemocratici, non i fascisti, erano il nemico. Allo sciopero dei trasporti a Berlino contro la Repubblica di Weimar, Goebbels e Ulbricht erano fianco a fianco contro la Spd. La Linke, la sinistra radicale di oggi, non ha superato ció».
Voce critica a Ovest, spiato all'Est... non era scomodo?
«Io, o Heinrich Boell, ci sentimmo dire all'Ovest "se non vi piace andate all'Est dai comunisti". Ma all'Est ci spiavano come nemici mortali. Destino delle coscienze critiche. Nel mio caso, a lungo mi fu vietato l'ingresso nella Ddr. Lo spionaggio su di me arrivó fino a messaggi segreti tra Kurt Hager, responsabile della Cultura del regime, e il capo della Stasi Erich Mielke. Temevano che io portassi idee pericolose. Alla fine mi concessero di entrare per iniziative comuni, di scambio culturale. Ma alla condizione di sorvegliare ogni mio passo. Accettai, ma non sapevo che Manfred Weckwerth, presidente dell'Accademia dell'Est ed ex assistente di Brecht, o Hermann Kant, erano informatori! E molti di loro erano sorvegliati a loro volta. La realtá  del controllo superava ogni mia immaginazione».
A Varsavia, a Praga, l'intellighentsija perse l'illusione sul socialismo. A Berlino est no. Finí a complicitá . Perché?
«Temevano il capitalismo. Fin qui posso capire. Nel 1990 proposi una confederazione tra i due Stati tedeschi. Finí invece, con la riunificazione a passo di corsa, in un esproprio dell'Est da parte dell'Ovest, che la Treuhand compí con metodi in parte criminali. Capii Christa Wolff nelle sue illusorie speranze di costruire una realtá  democratica nella Ddr. Ma la vita è cosí. Nella Ddr non ci fu il processo di simbiosi tra intellettuali e movimento di massa che fu prima la Primavera di Praga, poi ancor piú Solidarnosc in Polonia».
Oggi che conseguenze restano?
«Il successo amaro della Stasi fu la distruzione dello Stato e della societá  tedesco-orientali. Anche perché l'Ovest ha preso troppo sul serio i dossier Stasi. La paura di perdere il lavoro, il trauma della riunificazione, il timore di venir ritenuti ex informatori, hanno distrutto lo slancio di protesta dell'89. Dall'ex Ddr oggi i giovani emigrano all'Ovest: anziani e pensionati in molte regioni sono maggioranza».
Una cancelliera venuta dall'Est governa la Germania. Puó aiutare?
«La signora Merkel nella Ddr non era all'opposizione. Imparó nella gioventú comunista la tattica e il tatticismo della carriera politica e del potere. Non mi dá  speranze di un futuro migliore tra Est e Ovest della Germania. Spero nella nuova generazione, nata e cresciuta dopo l'89, ma le disuguaglianze restano e resteranno a lungo»

 

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News per Miccia corta

04 - 03 - 2010

il Nobel Günter Grass: "Io, spiato dalla Stasi"

(la Repubblica)

 

Vent'anni dopo la caduta del Muro, il Nobel Günter Grass rievoca lo spionaggio maniacale orchestrato contro di lui dagli agenti dell'Est
Piú di duemila pagine: è la mole del dossier del regime comunista sull'autore del "Tamburo di latta"
"Nel '60 fui invitato a un convegno di scrittori. Non potevo immaginare che mi stessero tenendo d'occhio fin da allora"
"Ero pericoloso perché criticavo tutte e due le Germanie, e questo mandava in tilt la loro visione del mondo"
 

 

Andrea Tarquini

 


BEHLENDORF

«Sí, io, Günter Grass, fin dal 1960 fui spiato dalla Stasi, anche da scrittori che la informavano. Lo appresi molto piú tardi, ora questo libro racconta tutto. Fu un'ossessione bigotta da comunisti ortodossi: io intellettuale socialdemocratico facevo loro paura, perché dissi no al Muro e alla censura, temevano il contagio di un'altra idea di sinistra, come nel '68 la Primavera di Praga». Nella sua casetta di Behlendorf, qui tra Lubecca e Amburgo, ascoltiamo il Nobel per la letteratura sulle rivelazioni del libro di Kai Schlueter, in uscita dall'editore Ch. Links, «Günter Grass im Visier, die Stasi-Akte», cioè «Günter Grass nel mirino – i dossier della Stasi».
Signor Grass, quando seppe di essere spiato dalla Stasi?
«Fu una sorpresa. Non sapevo che mi spiassero fin dal 1960, un anno prima della costruzione del Muro. Fui invitato a un convegno dell'Unione degli scrittori della Ddr. Al membro della sua presidenza, Strittmatter, risposi di sí a condizione di poter dire quel che volevo nel mio discorso. Criticai la censura, parlai di libri proibiti. Non potevo immaginarlo, ma ero sotto il loro controllo fin da allora. Piú avanti, negli anni Settanta, fui invitato a incontri privati in case di scrittori a Berlino est. Non me ne accorsi, ma dal nostro passaggio alla frontiera del Muro a Friedrichstrasse, fino alle soglie delle abitazioni, eravamo sorvegliati».
2.200 pagine di dossier su di lei... Quando cominció a sospettare?
«Solo piú tardi, negli anni Ottanta, quando ebbi il visto per alcune letture in pubblico. Negli anni Settanta ero stato invitato a letture e discussioni private in case di scrittori della Ddr. Molti di loro si dicevano sicuri che «cimici», insomma microfoni, fossero piazzati nelle case dei nostri incontri. Magari non era vero. Ma questo era il clima. La Stasi non riuscí, spesso, a infiltrare scrittori suoi amici in quegli incontri. Ma ci provó, perché il regime temeva le mie opinioni».