News per Miccia corta

15 - 05 - 2006

Le radici delle Br nel «triangolo rosso». Un libro di Paolo Pergolizzi

(Corriere della Sera, 15 maggio 2006)
Le radici delle Br nel «triangolo rosso»

I terroristi reggiani e il Pci. La denuncia di Otello Montanari

Di Giovanni Bianconi

Quindici anni fa tiró il sasso nello stagno col famoso «chi sa parli» sui delitti del dopoguerra nel «triangolo rosso» di Reggio Emilia e dintorni. Ora muove le acque di un altro periodo, piú recente e forse piú violento: il terrorismo italiano che attinse forze anche a Reggio. Sotto accusa, oggi come ieri, l'atteggiamento del Partito comunista italiano. «Il Pci - dice - non è stato abbastanza forte nel combattere la sua doppiezza politica, le forme dell'estremismo presenti al suo interno, e nel drenare quel brodo di coltura in cui si potevano ingenerare dei disorientamenti. (...) Ci sono certamente, da questo punto di vista, delle responsabilitá  nella nascita del brigatismo, anche da parte del Partito comunista». Cosí parla Otello Montanari, giá  commissario dei Gap nella guerra di Liberazione, deputato comunista e poi assessore comunale. Dopo il suo appello sugli omicidi degli anni Quaranta, adombra «responsabilitá  oggettive» sul terrorismo rosso, che non limita al Pci ma estende ai socialisti, «soprattutto fra i massimalisti, piú tiepidi di noi nella lotta al terrorismo»; e perfino a qualche democristiano, cui le Br «in un primo momento facevano comodo in funzione anti Pci». La testimonianza di Montanari è una delle tante raccolte dal giornalista Paolo Pergolizzi nel volume L'appartamento. Br: dal Pci alla lotta armata (Aliberti), che ricostruisce tappe e ragioni del passaggio dalla gioventú comunista al terrorismo da parte di un buon numero di brigatisti cresciuti nel cuore dell'Emilia rossa, tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta. Alberto Franceschini e Prospero Gallinari, i piú famosi, ma anche Tonino Loris Paroli, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Fabrizio Pelli, Roberto Ognibene. Non per stabilire «inesistenti responsabilitá  o nessi diretti tra il Pci e la genesi delle Br», scrive Pergolizzi, ma per tentare di capire «come mai, in una terra dove il Partito comunista era onnipresente, siano potuti germogliare e crescere i frutti avvelenati del brigatismo».
Una storia che ancora oggi nasconde retroscena poco esplorati. Per esempio quella camionetta della polizia che stazionava davanti al numero 25 di via Emilia San Pietro, dove c'era l'appartamento (da cui il titolo del libro) ritrovo dei futuri brigatisti fuoriusciti dalla Fgci e altri militanti della sinistra extraparlamentare. A chi e che cosa riferivano i controllori del viavai da quella soffitta? E che esito ebbero le denunce presentate dai comunisti quando cominciarono a circolare le prime armi? «Informammo la polizia», rivela l'allora responsabile della Vigilanza del Pci reggiano.
Dai racconti di alcuni ex brigatisti riemerge il mito dei partigiani rossi che avevano lasciato il lavoro a metá , la Resistenza tradita, la volontá  di completare l'opera; le armi passate come un testimone, legittimazione interiore per chi da clandestino scelse di emigrare al Nord, dove stavano nascendo le Br. Nel Pci qualcuno pose il problema, anche a Reggio Emilia. Forse con un po' di ritardo. Montanari parla oggi col senno di poi; altri parlarono allora col senno dell'epoca, come narra il verbale del comitato federale del partito svoltosi il 21 dicembre 1977: «Occorre affermare con assoluta chiarezza che i brigatisti rossi nascono anche al nostro interno», diceva il segretario provinciale Antonio Bernardi. E accusava: «áˆ evidente che c'è un grosso problema se di fronte all'attentato al caporeparto, al dirigente democristiano, non c'è la reazione o una mobilitazione, non c'è un gesto di sdegno ma solo l'operaio che dice ``Oh, se l'è meritato, non ci riguarda, non dobbiamo solidarizzare con quei cani``. ሠevidente che questo puó dare forza ai terroristi che, eventualmente, sono presenti in fabbrica».
La preoccupazione di Bernardi nasceva da esperienze vissute, da frasi ascoltate direttamente o riferitegli. Altrimenti non avrebbe spronato i compagni a «discutere senza complessi, ma anche senza reticenze». Un altro membro della federazione, Emilio Severi, auspicava un salto di qualitá : «Finora abbiamo fatto azioni di contenimento. (...) Oggi dobbiamo passare a una fase superiore, cioè alla fase politica in cui se salta fuori un manifesto delle Br alla Lombardini, tutto il partito lo deve sapere, la stampa lo deve sapere». Tredici mesi dopo, a Genova, un commando brigatista assassinó l'operaio comunista Guido Rossa, reo di aver denunciato un collega che distribuiva comunicati delle Br.
Altri compagni presero la parola per rivendicare il merito della Fgci di aver rotto con i futuri brigatisti, svolgendo il ruolo di «anticorpo» alla deriva terrorista. Ma un giovane dell'epoca, Luciano Berselli, invitava a superare «una sorta di rimozione che c'è stata». Se gli estremisti di Reggio non sono entrati in Lotta Continua o in altri gruppi, ma nelle Brigate rosse, avvisava, «non è un fatto casuale. C'è qualcosa che va ricercato, approfondito, e io credo che non basti fermarsi al 1967-1970».
Tornare ancora piú indietro significa risalire ai moti del luglio '60, e forse ai delitti del dopoguerra. Quando Berselli parlava, le Br erano entrate giá  da tre anni sulla scena politica col sequestro del giudice Sossi; tre mesi dopo avrebbero rapito Aldo Moro. Tra i carcerieri del primo ostaggio c'era Franceschini, tra quelli del secondo Gallinari: due ex giovani comunisti di Reggio Emilia.

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