News per Miccia corta

02 - 03 - 2010

Una idea di nazione

(il manifesto)

 Intorno ai centocinquant'anni dell'unitá  d'Italia, che verranno celebrati nel 2011, si è giá  aperto un dibattito, all'interno del quale, peró, si tende spesso a trascurare che il Risorgimento fu essenzialmente un movimento nazional-patriottico fondato su valori come il sangue, il suolo, il martirio


Alberto Mario Banti



Siamo poi cosí sicuri che l'attuale Repubblica italiana sia uno Stato fondamentalmente simmetrico allo Stato unitario che si forma nel 1861? E che per corroborare i motivi che dovrebbero indurre a difendere la Repubblica ci sia bisogno di evocare incessantemente la memoria delle battaglie che hanno condotto alla costruzione del Regno d'Italia? Capisco la forza dell'argomentazione: poiché i nemici dell'unitá  attuale parlano male del Risorgimento, chi vuole bene alla Repubblica deve fare del Risorgimento un mito fondativo. Cosí ha fatto il presidente Ciampi; cosí fa, sebbene con maggiori cautele, anche il presidente Napolitano. Solo che, per l'appunto, tutta l'operazione discorsiva che presiede alla celebrazione del 150° si basa su una strana e scarsamente fondata equazione logica: ovvero che la forma-Stato di oggi sia, nella sua essenza, sovrapponibile alla forma-Stato di centocinquant'anni fa. Siccome il punto è assolutamente cruciale, vale la pena di esaminarlo.
Lo Stato che si forma nel 1861 non è un qualunque Stato moderno: è uno Stato-nazione, in questo simile agli altri Stati che si formano ex-novo, o che si trasformano profondamente, nell'Europa del XIX secolo. Cosa vuol dire che è uno Stato-nazione? Vuol dire che si basa sul medesimo assunto che i rivoluzionari francesi del 1789 hanno espresso nell'articolo 3 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino: «Il principio di ogni sovranitá  risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo, nessun individuo puó esercitare un'autoritá  che da essa non emani espressamente». ሠda allora che il termine «nazione» entra a far parte in permanenza del vocabolario politico. Prima nessuno Stato si fondava sulla «nazione». Dopo di allora tutti coloro che vogliono riorganizzare le strutture del politico coinvolgendo le masse, identificano queste masse - in prima battuta almeno - nella «nazione». Ma cosa sono le nazioni? Nessuno, tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, lo sa con precisione. Del resto, nella penisola c'è chi parla di nazione napoletana, o veneziana, o piemontese; e poi magari, perfino nello stesso testo, anche di nazione italiana. Alla fine, com'è noto, è intorno alla «nazione italiana» che si coagula un progetto politico che è massimamente eversivo, sia perché vuole cambiare la carta geopolitica della penisola, sia perché vuole introdurre (in una forma o in un'altra) istituzioni rappresentative che diano voce alla «volontá  della nazione». Perché prevale l'ipotesi di una nazione italiana? Perché i primi promotori del progetto sono intellettuali con un'ottima cultura, e trovano nella lingua e nella tradizione letteraria un punto di ancoraggio apparentemente solido per il nuovo progetto politico nazionale. Ma qui c'è una grandissima forzatura. All'inizio del XIX secolo l'italiano letterario è usato (ed è conosciuto) solo da una percentuale minima di coloro che vivono nella Penisola, poiché tutti gli altri parlano dialetti che si differenziano molto l'uno dall'altro per strutture lessicali e sintattiche. Si stima che nel 1861 gli «italofoni», cioè coloro che quotidianamente parlano italiano, siano solo tra il 2.5% e il 9.5% del totale degli abitanti della Penisola. Dove è, dunque, questa nazione italiana? Per di piú il progetto politico risorgimentale (uno Stato per la nazione) ovviamente ha contro di sé tutte le polizie degli Stati della penisola: facile capire il perché, dato che è un progetto che, in una forma o nell'altra, quegli Stati li vuole o ridimensionare o eliminare.
Cosí stando le cose, all'inizio dell'Ottocento nessuno che sia saggio e posato scommetterebbe un centesimo su un movimento che poggia su basi cosí fragili. Eppure, ed è la cosa piú affascinante del Risorgimento, non solo quel movimento riesce a radicarsi, ed è capace di promuove insurrezioni e rivoluzioni a ripetizione suscitando la militanza attiva di molte centinaia di migliaia di persone: ma alla fine - attraverso il combinarsi di un insieme di circostanze - riesce anche nel suo obiettivo di costruire uno Stato per la nazione. Ció che accade nel 1859, la brillante operazione diplomatico-militare guidata da Cavour, ha tutto ció alle spalle. L'idea che Cavour sia stato l'unico importante artefice dell'unitá  italiana, e che la nascita di uno Stato-nazione sia stato una sorta di frutto che pendeva autonomamente dall'albero della Storia, e che non bisognasse fare altro che allungare la mano per coglierlo, è una grottesca deformazione: alle spalle del 1859, cosí come alle spalle dell'impresa dei Mille, c'è un sessantennio di elaborazione culturale e politica, e la tumultuosa formazione di un vasto movimento «di pensiero e di azione».
In questo quadro, il fulcro di tutta l'operazione va visto senza dubbio nel costruirsi e diffondersi del nuovo concetto politico di nazione. Ma che cosa si intende nell'Ottocento italiano quando si parla di nazione? Riassumo il punto cedendo la parola a un testo che si è imposto come il best seller dei best sellers nell'Italia del tardo Ottocento (e oltre), un testo che, fra l'altro, è una silloge straordinariamente efficace del nazionalismo risorgimentale, Cuore di De Amicis. Scrive dunque il padre del protagonista, in una pagina del diario del figlio: «Poiché il racconto del Tamburino t'ha scosso il cuore ti doveva esser facile, questa mattina, far bene il componimento d'esame: Perché amate l'Italia? Perché amo l'Italia? Non ti si son presentate subito cento risposte? Io amo l'Italia perché mia madre è italiana, perché il sangue che mi scorre nelle vene è italiano, perché è italiana la terra dove son sepolti i morti che mia madre piange e che mio padre venera, perché la cittá  dove sono nato, la lingua che parlo, i libri che m'educano, perché mio fratello, mia sorella, i miei compagni, e il grande popolo in mezzo a cui vivo, e la bella natura che mi circonda, e tutto ció che vedo, che amo, che studio, che ammiro, è italiano».
Riassumiamo: il sangue; la terra; la nazione come legame biologico e naturale, scandito dalla nascita e dalla morte (la madre, il padre, il fratello, la sorella; la memoria dei martiri); e poi, ma in subordine, la lingua, la cultura. E se si scorresse oltre questo stesso testo, come altri testi parimenti significativi, incontreremmo altri elementi decisivi: il dovere del sacrificio e del martirio in guerra; il dovere del coraggio bellico per gli uomini; il dovere della silenziosa subalternitá  delle donne; la autodefinizione per opposizione: «noi siamo noi, perché siamo diversi da loro (i francesi, gli austriaci, i tedeschi ecc.), che per il fatto di essere diversi da noi possono sempre diventare i nostri nemici». Ebbene, oggi tutti questi aspetti passano regolarmente in second'ordine quando si fa appello al Risorgimento e al dovere civico di commemorarlo e onorarlo. E certo ci sono anche altri valori, nel Risorgimento, che devono parlare ancora alle nostre menti: la libertá , la costituzione, la rappresentanza (sebbene anche qui bisognerebbe soffermarci a indagare e riflettere). Ma il punto essenziale è che quando si parla del Risorgimento si parla in prima istanza di un movimento nazional-patriottico; e che la concezione della nazione che lo anima è quella che brevemente ho descritto.
E allora: è lí che dobbiamo trovare le radici storiche dell'oggi? ሠnel sangue e nel suolo, nel martirio e nell'onore che dovremmo trovare i nostri valori? O non sono queste le radici storiche che dovremmo conoscere bene, affinché possiamo liberarcene una volta per tutte? E «liberarci dalla storia» (Benedetto Croce), guardare al passato da una necessaria e consapevole distanza, non è poi il vero compito della conoscenza storiografica?

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