News per Miccia corta

28 - 02 - 2010

Una scadenza che parla a tutti noi: non lasciamoli soli

(il manifesto)

 

 


Franco Astengo



Domani tutti i migranti d'Europa si fermano per uno sciopero finalizzato a reclamare attenzione e visibilitá , visto il loro ruolo decisivo per il funzionamento dell'economia dei paesi ricchi.
Due osservazioni preliminari: il 1 Marzo rappresenta, in Italia, una data fondamentale per la storia del movimento operaio. In quel giorno, infatti, nel 1944, gli operai delle grandi fabbriche del Nord di Milano, Torino, Genova, Sesto San Giovanni, Biella, Savona, scesero in sciopero contro l'occupazione nazista. Un atto di grande coraggio collettivo, per il quale fu pagato un prezzo altissimo, in termini di deportazioni nei campi di sterminio di Mauthausen, Gusen, Ebersee; ma che dimostró la ferma volontá  della parte piú avanzata dei lavoratori italiani di lottare in prima persona per il riscatto nazionale, nel momento piú difficile della nostra storia.
Con lo sciopero dei migranti del 1 Marzo si perde comunque un'occasione: quella di uno sciopero generale europeo. Non abbiamo, certo, il mito soreliano dello «sciopero generale» come momento esaustivamente scatenante nella forza della lotta, e ci rendiamo ben conto della situazione in cui viviamo. Eppure l'analisi sulla condizione materiale di vita dei lavoratori europei ci pare giustifichi in pieno una ben piú forte assunzione di responsabilitá  collettiva, rispetto a quella fin qui espressa da organizzazioni sindacali, forze politiche, associazioni.
La condizione dei lavoratori in questo nuovo secolo, siano essi o no migranti, impegnati o no nell'industria, nei servizi, in tutti settori (secondo i canoni usati per valutare le conquiste strappate, in particolare, nella seconda metá  del '900) sta paurosamente regredendo. Una condizione che arretra in una dimensione «trasversale», che rivela non tanto la classica «proletarizzazione» dei ceti intermedi e la formazione di un altrettanto classico «esercito di riserva» formato da sottoproletari, quanto il profilarsi di elementi di ritorno alla «servitú della gleba». E' questa la situazione dei migranti, nella quasi totalitá  dei casi, vittime del ricatto per la mancanza di documenti, impossibilitá  di vivere in una casa, di esser legati ad un vero e proprio «nomadismo» nella ricerca di lavoro attraverso i «caporali» (non solo in agricoltura); ma è anche la situazione di altri, nati e cresciuti qui, con pelle bianca e buoni studii, ridotti alla servitú dalla morsa del precariato, assenza di controlli, corruzione imperante, dai capricci di una falsa economia globale che in realtá  punta al servaggio di chi deve sottostare alla legge del «sempre piú ricchi».
Non produciamo cifre, in questa occasione, ma le cifre sono spaventose; non pensiamo di aver scritto queste cose per suscitare «mozioni degli affetti» o per ricerca di «visibilitá ». Abbiamo cercato di segnalare come, dal punto di vista dell'analisi sociale si stiano creando le condizioni per una riproduzione della dimensione di classe in forme forse inedite: arretramento complessivo, compressione definitiva della mobilitá  sociale, costante ricatto per strappare le condizioni minimali di vita necessarie alla sopravvivenza. In una situazione di forte innovazione tecnologica, uso individualistico dei beni di consumo, rimozione delle possibilitá  di difesa collettiva e rappresentanza politica, lo sciopero dei migranti del 1 Marzo 2010 deve farci riflettere e, principalmente, deve farci recuperare il pensiero di una battaglia di fondo per la trasformazione sociale, che comincia reclamando nuovi rapporti di forza.
Ció non avverrá  per via semplice e diretta; occorreranno preparazione, capacitá  di confronto, organizzazione: ma i migranti, il 1 Marzo 2010, non dovranno essere lasciati soli.

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