News per Miccia corta

26 - 02 - 2010

Il dolore della carne. Racconti di ordinari stermini

(il manifesto)

 


Marco Mancassola



Alla vigilia del vertice sul cambiamento climatico di Copenhagen, lo scorso dicembre, Paul McCartney si presentó al Parlamento Europeo. In quell'occasione pronunció un discorso in favore della riduzione del consumo di carne, ricordando il fatto ben documentato che l'allevamento su scala industriale è tra le prime cause di emissioni di gas serra e riscaldamento globale. Mezzo mondo reagí peró con le sopracciglia alzate all'apparizione di Sir Paul, quando non con aperto scherno; fuori dal parlamento, un gruppo della lobby degli allevatori organizzava un barbecue a cielo aperto, con hamburger e salsicce, rispondendo con sarcasmo al discorso del baronetto.
Ora, se da un lato si puó comprendere l'ostilitá  verso l'ennesimo miliardario famoso che pretende di impartire lezioni di etica, dall'altro questo episodio appare un esempio della reazione piú comune a un tema, come il vegetarianesimo, semplice e pacato eppure a quanto pare disturbante. Come ogni vegetariano sa per esperienza, pochi argomenti suscitano un tale misto di incomprensione, sospetto, ironia qualunquista, quanto la scelta di non consumare carne. Tra le classiche obiezioni mosse a chi non mangia cibi di provenienza animale, due sono molto radicate, una legata alla tradizione culturale (l'uomo alleva animali dal tempo dei tempi), l'altra alla tradizione naturale (gli animali vengono mangiati da altri animali). Obiezioni che potevano forse avere qualche presa fino a un secolo fa, quando ancora l'allevamento si basava su metodi tradizionali e su una figura di allevatore che conosceva e rispettava i suoi animali. Oggi, mangiare carne significa quasi sempre consumare i prodotti dell'allevamento e del macello industriali, gigantesche multinazionali che gestiscono nascita e morte di miliardi e miliardi di esseri viventi. Un sistema scientificamente organizzato sul dolore, la tortura, la manipolazione genetica, la reclusione in spazi sovraffollati fino alla morte per soffocamento, i metodi di uccisione piú orrorifici.
Un'eterna Treblinka
Pare che Adolf Hitler soffrisse di stomaco nervoso e flatulenza. Quando il dittatore scoprí che ridurre la carne rendeva meno puzzolenti le sue emissioni intestinali, provó a privilegiare i consumi vegetali. In realtá , nonostante la leggenda che fosse vegetariano, Hitler non abbandonó mai le adorate salsicce bavaresi e altri piatti di carne, e con i vegetariani veri fu sempre feroce. Mise al bando le associazioni vegetariane in Germania e piú tardi nei territori occupati; il pacifista e vegetariano tedesco Edgar Kupfer-Koberwitz dovette rifugiarsi a Parigi e poi in Italia, dove fu infine arrestato dalla Gestapo e spedito a Dachau.
Tutte vicende che venivano ricordate in un saggio di qualche anno fa, Un'eterna Treblinka di Charles Patterson (in Italia pubblicato da Editori Riuniti, pp. 320, euro 16). Oltre a occuparsi delle abitudini alimentari del Führer, Patterson analizza la genesi del modello di sterminio nei lager nazisti, arrivando a suggerire che questo modello avesse una forma di origine comune, e numerose affinitá  tecnico-operative, con il sistema industriale di allevamento e macello americano.
Catena di montaggio
Se un simile confronto potrá  sembrare ad alcuni fuori luogo, va ricordato che il primo a farlo era stato in realtá  Isaac Bashevis Singer: fu infatti l'autore della Famiglia Moskat a suggerire che «per gli animali, si tratta di un'eterna Treblinka», richiamando il fantasma del famigerato campo di sterminio. D'altro canto, l'efficiente macchina del macello animale aveva giá  ispirato altre imprese. Henry Ford, l'industriale delle automobili, confessó che era stata la visita a un mattatoio di Chicago a suggerirgli l'idea per un sistema di lavoro basato sulla catena di montaggio. Nei macelli si trattava di smembrare cadaveri animali nel minor tempo possibile; nelle fabbriche, si sarebbe trattato di assemblare automobili in un tempo altrettanto veloce.
La tendenza a liquidare il vegetarianesimo come faccenda per anime belle o per intellettuali saputelli potrebbe quasi trovare conferma, a un primo superficiale sguardo, di fronte a un testo appena uscito in Italia: Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? di Jonathan Safran Foer (Guanda, pp. 368, euro 18). Ecco un giovane e famoso scrittore americano, con casetta in un bel quartiere di Brooklyn, che alla nascita del primo figlio si lascia prendere da angosce borghesi su cosa sia giusto dargli da mangiare, e si mette a scrivere un'inchiesta-riflessione sul piú controverso dei cibi: la carne. Potrebbe suonare cosí la storia del libro. Se non fosse che Foer è uno scrittore autentico, ovvero mosso da un senso di piena necessitá  e capace di immergersi nel tema con una profonditá  stilistico-letteraria che corrisponde a una profonditá  di analisi filosofica, di risonanza metaforica, di coinvolgimento emotivo.
Frutto di tre anni di lavoro, impeccabilmente documentato, abbastanza ironico da evitare i toni della lezioncina e abbastanza drammatico da provocare brividi di abissale disagio, il libro ha suscitato rumore negli Stati Uniti, un misto di commenti entusiasti e molto ostili. Anche qui, vari recensori hanno preferito alzare un muro di scetticismo, trattando il libro come l'ennesimo caso di scontro tra i castelli in aria dei vegetariani e il realismo dei carnivori, i quali invece sarebbero impegnati a pensare a questioni piú serie. Con notevole disonestá  critica, la giornalista letteraria piú bizzosa d'America, Michiko Kakutani del «New York Times», liquidava il libro chiedendo perché Foer non si dedicasse a cause migliori.
Paludi tossiche
«La carne solleva rilevanti questioni filosofiche ed è un'industria da piú di centoquaranta miliardi di dollari all'anno, che occupa quasi un terzo delle terre emerse del pianeta, condiziona gli ecosistemi marini e potrebbe anche determinare il clima futuro sulla Terra», ricorda con asciuttezza Foer nel suo libro. E piú avanti: «Quanto distruttiva dev'essere una preferenza culinaria prima di farci decidere di mangiare dell'altro?». L'industria dell'allevamento sostiene che il suo obiettivo è sfamare il mondo, ma è difficile vedere come un sistema che consuma colossali risorse agricole, e fa nascere animali dalla genetica cosí compromessa da non potersi piú riprodurre per via naturale, possa avere a cuore le sorti del mondo. A essere alimentata sembra piuttosto l'ossessione che ci fa consumare una quantitá  insensata di proteine animali, molte piú di quante l'umanitá  abbia mai consumato in precedenza.
Tra le tante immagini efficaci che emergono dal libro c'è quella delle paludi tossiche accanto ai grandi allevamenti americani. Ora, immaginiamo pozzi neri all'aria aperta grandi come campi da calcio, destinati a raccogliere gli escrementi degli animali: gli scarichi di queste paludi finiscono spesso in contatto con fiumi e falde acquifere, con effetti terrificanti. Quando sono sul punto di traboccare, talvolta la soluzione è quella di spruzzarli letteralmente in aria, «un geyser di merda che spande un aerosol di feci, creando vortici gassosi capaci di provocare gravi danni neurologici. Le comunitá  che vivono nei pressi di questi allevamenti intensivi lamentano problemi di epistassi persistenti, otalgie, diarree croniche e bruciori ai polmoni».
Quando Foer si introduce, una notte, in un allevamento di tacchini in compagnia di una giovane attivista, a prima vista i pulcini ammassati nel capannone gli paiono tutti uguali. Stanno lí, storditi, sotto le impassibili luci artificiali. Solo quando i suoi occhi si abituano a distinguere in quella massa di animali, si accorge della quantitá  sconcertante di pulcini deformi, disidratati, coperti di sangue e di piaghe, e di quelli che giacciono giá  morti.
La casistica del dolore nell'industria della carne è sterminata e documentata da migliaia di confessioni di lavoratori, materiali video girati in segreto, statistiche di enti governativi. Si va dai milioni di polli che finiscono vivi nelle vasche di scottatura ai bovini che, per la stessa incuria nella catena di lavoro, finiscono scuoiati mentre sono ancora coscienti. Ci sono animali storditi apposta in modo blando, in modo che il cuore stia ancora pompando quando vengono sgozzati e il dissanguamento sia piú veloce. Quantitá  impressionanti di volatili con fratture alle ossa per le procedure con cui vengono trasportati. Becchi tagliati, code mozzate, denti tranciati, maialini castrati, il tutto senza anestesia. Reclusione e assenza di movimento che provocano problemi ossei, deformitá  e pazzia, animali che si strofinano contro le sbarre fino a coprirsi di piaghe infette.
Ci sono poi le sevizie praticate da lavoratori frustrati e sottopagati: maiali gettati ad annegare nelle paludi dei liquami, scrofe gravide bastonate, volatili schiacciati sotto i piedi e sbattuti contro il muro, sigarette spente addosso agli animali, percosse con martelli, pungoli elettrici nell'ano, il tutto nell'indifferenza dei superiori. Non casi isolati ma fenomeni cosí estesi da costituire la norma.
Senza contare il bombardamento di antibiotici, ormoni e altre medicine per sostituire la totale assenza di ambiente naturale; le manipolazioni genetiche che fanno nascere animali-mostri, incapaci di sopravvivere oltre la propria adolescenza, sempre piú deformi e vittime di sofferenze congenite. Nascere nel dolore, vivere nel dolore, morire nel dolore: l'organizzazione sistematica e su larga scala di una simile quantitá  di dolore non ha precedenti storici. Certo, non si tratta di dolore umano. Ma vogliamo ancora negare, contro ogni evidenza scientifica e di buon senso, che gli animali possano provare sensazioni e avere una vita emotiva?
Gli utilizzatori finali
Mentre il libro di Foer fornisce dati relativi soprattutto alla situazione americana, la realtá  europea sembra fornire ufficialmente qualche tutela in piú agli animali. Ma è facile comprendere che ovunque miliardi di esseri viventi vengono trattati come oggetti, elementi di una catena di montaggio-smontaggio, prigionieri di un processo tecnico che non li riconosce come viventi, si apre lo spazio per l'atrocitá . Dall'altra parte ci sono i consumatori, utilizzatori finali di questa atrocitá , felici di non farsi troppe domande su cosa ci sia dietro la carne plastificata, anonima e a poco prezzo che trovano al supermercato.
Come dice a Foer un allevatore tradizionale, che tenta di combattere i sistemi dell'allevamento industriale: «Gli animali hanno pagato caro il nostro desiderio di avere tutto in qualunque momento a un prezzo irrisorio». Mentre la nonna di Foer, ebrea scappata attraverso l'Europa ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, ricorda al nipote che è assai pericoloso mangiare senza riconoscere il proprio cibo. Pur ridotta alla fame lei rifiutó, per tradizione kosher, di mangiare maiale: «Se niente importa, non c'è piú niente da salvare».

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Pagine sugli orrori dell'industria alimentare
Quando la letteratura rivolge lo sguardo alla sofferenza delle altre specie, possono nascere pagine memorabili e disturbanti. Era il caso ad esempio di «Considera l'aragosta», il saggio di David Foster Wallace dedicato all'atroce fine delle aragoste (Einaudi, traduzione di Adelaide Cioni e Matteo Colombo, pp. 382, euro 16,50). La rivista letteraria italiana «Il Primo Amore» ha pubblicato nel 2007 un numero monografico intitolato «Il dolore animale», con testi, tra gli altri, di Antonio Moresco e Giuseppe Bogliani.
Anche scrittori molto noti come i premi Nobel Isaac Bashevis Singer e J.M. Coetzee hanno dedicato pagine e discorsi allo stesso tema. In particolare Coetzee, nel piccolo libro «La vita degli animali» (Adelphi, introduzione di Amy Gutmann, traduzione di Franca Cavagnoli e Giacomo Arduinipp. 155, euro 9), si concentra sul modo in cui gli umani maltrattano le specie con cui condividono la loro esistenza sul pianeta Terra.
Prima di lui, nel 1998, una narratrice e documentarista statunitense di origine giapponese, Ruth Ozeki, aveva raccontato nel romanzo, «Carne» (Einaudi, traduzione di Anna Nadotti, pp. 380, euro 9), la vicenda di due donne che da una parte e dall'altra del Pacifico combattono contro le atrocitá  dell'industria alimentare.
Saggi di taglio giornalistico, inchieste e pamphlet militanti sono ovviamente numerosi, come del resto le testimonianze video sugli orrori dell'industria della carne: una delle piú note resta «Meet your Meat» (da cercare su youtube). Ma fu un documentario del 2005, «Unser tá¤glich Brot» («Il nostro pane quotidiano») del filmaker austriaco Nikolaus Geyrhalter a mostrare l'aspetto piú alienante e sadicamente geometrico di questa industria: operai che passano interi turni di lavoro a tranciare le zampe dai cadaveri dei maiali o pulcini vivi risucchiati da enormi aspiratori e smistati da nastri trasportatori automatici, imballati in casse come fossero arance.

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