News per Miccia corta

24 - 02 - 2010

Anarchici a Torino. Il rimosso che affiora

(il manifesto)

 


Marco Rovelli



Gli anarchici, a Torino, sono un elemento di disturbo. Forte. Un virus inoculato nelle arterie della cittá , che mostra l'esistenza di una societá  non pacificata. L'accanimento nei loro confronti, perció, non stupisce. ሠfacile immaginare un sospiro di sollievo all'interno delle stanze della politica - di tutto l'arco politico, indistintamente. Essi rappresentano, e sono, il rimosso che affiora: scomodo, inopportuno. E non gentile. Il rimosso che affiora non è, né puoi mai esserlo, gentile.
Gli atti contestati agli arrestati sono risibili in quanto capi d'accusa tali da meritargli un soggiorno alle Vallette in isolamento. Non possono leggersi se non come rifiuto di una militanza politica la cui grammatica non è accettata né accettabile. Due degli arrestati - Andrea Ventrella e Fabio Milan - lo scorso anno avevano subito la misura, genealogicamente fascista, della sorveglianza speciale, per la loro "pericolositá  sociale". Una misura che limitava la loro libertá  e i loro diritti di cittadinanza (non si puó uscire di casa dopo le dieci di sera, non si possono frequentare luoghi affollati...). Gli atti che determinavano tale pericolositá  erano gli stessi che vengono loro addebitati adesso. Ma la Corte d'appello aveva revocato la sorveglianza speciale in quanto si trattava di fatti inerenti ad una militanza politica, e dunque alla sfera della libertá  personale, e non un fatto di incolumitá  pubblica. Questi stessi materiali, adesso, vengono riletti entro una nuova cornice, quella del reato associativo. Non viene loro addebitato il 270 bis, ché la finalitá  eversiva era insostenibile anche per gli inquisitori torinesi; allora si ripiega sul reato associativo, come se questi fatti di assoluta modestia fossero letteralmente la concretizzazione di ció che ha animato l'associazione, lo scopo ultimo della sua costituzione - e non strumenti di una lotta e militanza antirazzista. Tra questi fatti, 17 contravvenzioni per disturbo alla quiete pubblica, perché battevano sui lampioni in via Brunelleschi per protestare, e 15 accensioni di petardi.
A costruire questo castello di carta è il complesso politico-giudiziario torinese. A maggio scorso il sindaco Chiamparino aveva difeso i respingimenti, invocato una Ellis Island europea e aveva chiesto «confini blindati». I confini sono esterni ed interni, e a Torino stanno in via Brunelleschi, dov'è il Cpt (sí lo so, oggi si chiama Cie: io continuo a chiamarlo Cpt, non mi lascio giocare dalle parole). E allora chi attacca quei confini non puó che essere un nemico dello Stato, e come tale va trattato. Del resto giusto la scorsa settimana uno degli anarchici torinesi era stato pestato dalla polizia nelle cariche contro i No Tav. Anche se a passarsela peggio era stata una signora di 45 anni. E lei, come tutti i cittadini "qualunque", non si attendeva certo di andare incontro a quella sorte. Per un militante è diverso, sa i rischi a cui si espone. E li accetta, quali che siano.
* Scrittore e musicista

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