Thomas Stearnes Eliot, alla notizia della sua scomparsa, lo definí «un sociologo cristiano» e Ferruccio Parri «un utopista positivo». In Giorgio de Santillana, Adriano Olivetti suscitava il ricordo di «quell'Italia che va da Guido Guinizelli a Piero della Francesca». Jacques Maritain lo ricordó ammirandone «la generositá  del cuore». Leo Valiani osservó che l'industriale di Ivrea sarebbe piaciuto a Carlo Cattaneo.
Era il 27 febbraio 1960. Adriano Olivetti moriva a cinquantanove anni, interrompendo il suo lavoro d'industriale atipico che aveva suscitato un cosí qualificato consenso. Si concludeva un decennio, gli anni Cinquanta, vissuto sulla scia d'un dopoguerra tardivo e, per l'impazienza di tanti, interminabile. Ma era stata proprio quella la stagione d'oro della Olivetti. Essa aveva trovato nell'"ingegnere Adriano", figlio di Camillo, il fondatore dell'azienda, un artefice d'insolita suggestione. Nei poco piú di vent'anni in cui egli fu a capo della societá  d'Ivrea, il mito della Olivetti si era irrobustito fino a fare di questa sigla industriale uno dei piú stimolanti centri di cultura a dimensione mondiale. Il collegamento fra una ragione societaria ("Ing. C. Olivetti & C.") e un concetto territoriale e amministrativo (il movimento di Comunitá ) veniva considerato da una cerchia crescente di intellettuali una specie di prodigio. A uomini di cultura diversa e magari piú "all'antica", lo spettacolo d'un imprenditore che tentava di coniugare umanesimo e modernitá  appariva stimolante, benché allestito in una marca di confine qual era il Canavese
In veritá , nulla poteva immaginarsi di meno provinciale.
Architetti, urbanisti, designer, artisti, scienziati, filosofi partecipavano a quella "festa mobile" che si allestí sul piccolo palcoscenico canavesano. I tratti piú scenografici del mito Olivetti venivano dall'estero. A New York, sulla Quinta Strada, c'era un negozio Olivetti firmato da tre architetti italiani, Belgioioso, Peressutti e Rogers. A Berlino, a Londra, a Parigi venivano esposti esemplari della grafica olivettiana. Tutto contribuiva a confermare l'idea, propugnata da Adriano, che fra industria e cultura potessero stringersi singolari parentele.
Quell'uomo in apparenza timido, biondo, roseo e dagli «occhi ridenti» – cosí lo descriveva Natalia Ginzburg – mostrava «qualcosa di profetico» e, soprattutto, d'insolito. «Si faceva curare dai maghi». Usava dire, è ancora la Ginzburg a ricordarlo, che nelle sue fabbriche «non s'era chiesto mai a nessuno in quale fede religiosa credesse» o «in quale partito militasse». Aveva in mente una politica d'un timbro assai particolare, confinante con l'utopia. Ma Adriano, come persona e intelligenza, non fu o non fu soltanto un utopista. Basterá  dire con Geno Pampaloni, un intellettuale "organico" dell'olivettismo, che Adriano «vedeva la Comunitá  come cellula primaria dell'organizzazione dello Stato», considerandola «espressione compiuta del radicamento dell'uomo al paesaggio e al tema della sua vita». Si potevano nutrire riserve sulla possibilitá  di esportare un simile modello –L'ordine politico delle comunitá , per rifarsi al titolo dell'opera programmatica di Adriano – al di fuori della patria d'origine. Ma ció che emergeva era un dato decisivo: per una volta, la potenza industriale si esprimeva in modi "ridenti".
A Roma, in piazza di Spagna, la sede della Olivetti mostrava l'elegante dignitá  di un'ambasciata. Fu qui che Adriano mi convocó nell'estate del '57, nominandomi caporedattore d'un settimanale "comunitario", La via del Piemonte, che sarebbe presto uscito a Torino con la direzione di Pampaloni. Di quel primo incontro conservo la memoria d'un patron geniale e balzano. Impressione confermata dai luoghi sui quali egli lasciava la sua impronta. Un enorme dipinto di Guttuso, che non avevo mai visto, fra i piú gioiosi e popolareschi – un gruppo di ragazzi danzanti – spiccava, sempre a Roma, nel negozio Olivetti. Come non scorgervi un auspicio?
Uno scenario del genere puó apparire viziato da una sorta di estetismo. E forse c'era anche questo nell'immagine della societá  d'Ivrea e in Adriano che la incarnó. Ma si trattava soprattutto di coraggio. Sullo scadere del 1955, finanziato da Olivetti, nasceva L'Espresso: un settimanale non sempre in linea con il mondo industriale (che all'epoca, occorre dirlo, di rado brillava per tolleranza). Gli appassionati di pittura leggevano un piccolo periodico d'informazione artistica, Selearte, diretto da Carlo Ludovico Ragghianti, che rientrava nelle iniziative olivettiane.
Il mensile meridionalista Nord e Sud non sarebbe forse nato senza l'appoggio di Adriano. Fra le riviste italiane piú autorevoli figurava Comunitá , che della Olivetti era emanazione diretta. La casa editrice dello stesso nome pubblicava opere di spiriti religiosi quali Kierkegaard, Buber, Simone Weil, Maritain e Mounier, di moderni apostoli come Schweitzer, di urbanisti come Munford, di economisti come Schumpeter.
Un panorama straripante. Se si volesse fare un censimento degli uomini di cultura che Adriano Olivetti associó alla propria avventura, la lista rischierebbe di diventare interminabile. Sull'affluenza degli intellettuali in azienda, sotto Adriano, si è fatta, forse, fin troppa letteratura. Ma non apparirá  retorica l'etichetta di "ex olivettiani" della quale tanti ancora si fregiano, riconoscendosi fra loro. In nome di una remota, contagiosa utopia.

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News per Miccia corta

24 - 02 - 2010

Adriano Olivetti. L'industriale umanista che inventó un mito

(la Repubblica)

 

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