News per Miccia corta

18 - 02 - 2010

Quando a Venezia chiudemmo il San Clemente

(il manifesto)


Andreina Corso


Eppure è possibile. Ce la si puó fare ad invertire le cose del mondo. Franco Basaglia ne è testimonianza e monito, in quel respiro lungo che spalanca le porte al domani, accogliendo la sofferenza e condividendo la fatica di una strada in salita. Quei gesti rivolti a persone sconfitte dalla stessa istituzione totale, quello sguardo che indaga, che rivela e raccoglie amore, quella volontá  dell'intelligenza di restituire centimetro dopo centimetro un'esistenza dignitosa, sono oggi preziosi elementi di analisi per una lettura e riscrittura del nostro tempo. E' stato possibile, ed è stato bello. Di una bellezza libera e liberata dalle catene del pregiudizio.
Intorno agli anni '80, i degenti dell'ospedale psichiatrico dell'isola di San Clemente approdano in cittá , attraversano l'acqua e a passi lenti, in fila indiana, prendendosi per mano, tornano a scuola seguiti dagli occhi stupiti della gente. Non importa se hanno cinquanta, sessanta o anche settant'anni, importa quel viaggio, se pur breve, vissuto allo scopo di fare qualcosa, non si sa bene cosa e perchè, ma la vita ritorna a guardarti, ad accorgersi che ci sei. Sí, ci sei anche tu in questo mondo. Siete tornati a scuola, e lo stupore ha colorato l'incontro. Prendere in mano una matita, una scatola di colori, intuire che le dita un po' per volta ce la fanno a tracciare segni dimenticati, sfogliare riviste ed accorgersi che il ricordo si svela e si riappropria delle emozioni, girare per Venezia e ascoltare i rumori dei passi della gente che corre, che va, che passeggia, nonostante voi, nonostante noi. E poi a seguire il percorso dell'acqua che ora non circonda l'isola che vi ospita, ma fugge e si scatena in mille rivoli schiumosi che vi salutano e vi sorridono. ሠstato possibile prendere un treno, andare "in gita" a Trieste, litigare con la direttrice di un albergo che non ci voleva ospitare, incontrare Dario Fo che ci ha invitati a teatro, alle prove e allo spettacolo. I corpi di uomini e donne provati da venti, trent'anni di manicomio, faticano a ritrovare gli spazi dell'aria, i colori del tempo, lo scandire di momenti disuguali. Eppure è possibile. Lo rivelano gli occhi che guardano il cielo e che emanano una luce nuova. Inedita, commossa, fino a rintracciare una gioia simile al dolore. Il progetto complessivo nasce dal Centro di Salute Mentale, dal direttore Domenico Casagrande e dagli altri medici e operatori sociali, impegnati nella condivisione delle storie di vita e nel tentativo di restituire ad ogni esistenza pezzi di quotidianitá  ritrovata. Entrare in un bar, ordinare un caffè, comperare un chilo di pane, trovarsi i soldi in tasca, pagare, aspettare il resto, salutare, e grazie, grazie tante...
Gesti semplici alla radice di una rivoluzione culturale che sa guardare con occhi lucidi ai diritti e al rispetto di ogni uomo. Il superamento della sofferenza psichiatrica ha assunto in quegli anni il sapore dell'urgenza, il riconoscimento della dimensione umana che mai la malattia puó cancellare, la consapevolezza e la responsabilitá  del dolore dell'altro. Nuovi interrogativi hanno infranto le certezze e i silenzi, le assenze della societá  "civile" che ha relegato i "matti" in un posto invisibile, ora li incontra per strada e qualcuno voleva suonare alle porte di tutti i palazzi, per dire, eccoci, siamo qui. Guardateci.
E poi una casa per qualcuno di "loro". Una casa con la cucina, il salotto e un gatto sul divano, le piante sul davanzale, i colombi da sfamare nei campi. E gli operatori impegnati a far scoprire quanto costa un chilo di pane o un litro di latte. Come funziona la lavatrice e come si sbrina il frigorifero. La propria abitazione, un contenitore minimo rispetto i cameroni dell'ospedale psichiatrico, la casa con i cassetti e gli armadi per riporre le proprie cose. Un lavoro paziente, necessario e forte della convinzione che i miracoli talvolta vengono da occhi fermi, capaci di guardare in profonditá  e da mani quiete che sanno accompagnare riscatto ed indignazione. Se trasferiamo ad oggi quelle esperienze e le divarichiamo sui tanti soggetti deboli che la societá  ci rimanda, ci accorgiamo che manca quel tempo che sa osservare i destini di uomini, donne e bambini che chiedono ascolto. Non c'è tempo, si dice, non ci sono i finanziamenti, si rincara, non ci sono le case, gli insegnanti, non c'è lavoro per noi, figuriamoci per gli immigrati. C'è il successo, da raggiungere, lo star bene a tutti i costi, c'è quell'io grande e smarrito che incombe in ognuno di noi. Eppure Franco Basaglia e tanti, tante altre come lui, hanno saputo dirci che esiste quella percezione che han chiamato complessitá , che necessita di un tempo indagato e vissuto. Quella qualitá  del tempo che ha trascinato un sano conflitto e che ha aperto le porte del manicomio e liberato l'isola di San Clemente dal dolore dei suoi ospiti. Correva l'anno 1992, quando gli uccelli si sono riappropriati del grande giardino e gli infermieri nel lasciare per sempre l'ospedale psichiatrico, si sono accorti che il cinguettio era forte, modulato e felice, nel salutarli.

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