News per Miccia corta

14 - 02 - 2010

La lirica dimenticata di un uomo in rivolta

(il manifesto)

 



LIBRI PAOLO FLORES D'ARCAIS, ALBERT CAMUS FILOSOFO DEL FUTURO, CODICE EDIZIONI, PP. 61, EURO 9


Marco d'Eramo



Paolo Flores d'Arcais e io apparteniamo a una generazione che negli anni del ginnasio e del liceo scoprí Albert Camus e lo amó con passione, foga, immedesimazione. Non avevo ancora 13 anni quando, il 4 gennaio 1960, Camus morí a 47 anni in un incidente d'auto, ma la sua scomparsa mi colpí molto piú della morte - quasi simultanea, il 2 gennaio - di Fausto Coppi, di cui allora parlava tutta l'Italia.
Prima ci rapí il romanziere, poi ci sedusse il filosofo. Dalla rivelazione de Lo straniero (1942) ai saggi come Il mito di Sisifo (1942) e L'uomo in rivolta (1951). Finalmente uno scrittore che esprimeva quel senso dell'assurdo che pulsava rabbioso dentro di noi e per cui, fino ad allora, non avevamo trovato in noi le parole che lui infine ci dava per descriverlo («L'assurdo nasce dal confronto tra la richiesta umana e il silenzio irragionevole del mondo»). Infine un pensatore che dava una base teorica a quella rivolta che covavamo sorda. A me capitó in seguito di allontanarmi dallo scrittore francese. Paolo Flores gli è rimasto invece ostinatamente fedele, e lo dimostra con questo suo agilissimo, e utile, Albert Camus filosofo del futuro.
D'altronde la fedeltá  è proprio ció che, secondo Flores, caratterizza il pensiero di Camus. In questo caso la fedeltá  al finito e alla finitezza. Nelle pagine forse piú suggestive di questo libretto, Flores mostra come Camus sia uno dei rari pensatori moderni a restare fedele a quell'orizzonte del finito che tanti hanno invece invocato per poi subito tradire. Per non parlare di Kant e Hegel, almeno Husserl ed Heidegger.
Come è ricordato in una tavola rotonda posta alla fine del volume (con Maá¯ssa Bey, Alain Finkielkraut, lo stesso Flores, Jacqueline Lèvi-Valensi e Fernando Savater), nella nostra era post 11 settembre, l'attualitá  di Camus è confinata quasi solo alla sua critica al terrorismo. Il terrorismo di cui si parlava allora era quello del Fronte di Liberazione nazionale algerino, quello che piú tardi (nel 1966) sarebbe stato filmato con straordinaria efficacia da Gillo Pontecorvo ne La battaglia di Algeri. Camus era un pied-noir, un francese d'Algeria, nato a Orano, e la sua critica parve un modo per schierarsi con la Francia coloniale contro l'indipendenza della colonia. In genere, in quegli anni, Camus fu accusato di benpensantismo borghese: è famosa la battuta del suo ex amico e mentore, Jean-Paul Sartre, che, quando gli dissero che a Camus era stato dato il premio Nobel, rispose: «Ben gli sta!» (lo avrebbero dato anche a Sartre, ma lui l'avrebbe rifiutato). In realtá , Camus non era un moderato benpensante, come mostra bene Paolo Flores: è difficile pensare che il filosofo de «l'uomo in rivolta» fosse un posapiano, un «da un lato, ma dall'altro».
La veritá  è che, in particolare dagli anni '30, era la prima volta che la Storia - con la guerra di Spagna, la rivoluzione cinese, lo stalinismo, la seconda guerra mondiale, il nazismo, Auschwitz, le guerre di liberazione del Terzo mondo - metteva gli intellettuali di fronte a domande imbarazzanti ma inaggirabili, come «Quando è giusto uccidere?» o, al contrario «L'ingiustizia dell'uccidere giustifica la passivitá  nel subire l'ingiustizia»? Anche le vicende di oggi hanno tragicitá  e violenza tali da imporci riflessioni etiche, da costringerci a rivedere la filosofia della storia. Ma nessuno di noi lo fa. Quello che è attuale non è tanto la posizione di Camus sul terrorismo, quanto il modo aperto e spregiudicato di discutere sul terrorismo.
Da questo punto di vista, il testo di Flores è una buona iniziazione al pensiero di Camus per tutti coloro che non hanno avuto modo di accostarlo direttamente. In poche pagine viene offerto un percorso esauriente non solo del pensiero camusiano, ma anche del suo contesto filosofico. D'altronde l'influenza di Camus su Flores la si percepisce persino nella struttura sintattica, nei giri di frase, nelle formulazioni ellittiche, spesso ottative, retaggio stilistico camusiano.
Come ho detto, a differenza di Paolo Flores, io mi sono in seguito allontanato da Camus. Per due motivi. Un po' per crescente insofferenza per la sua retorica «meridiana» e «mediterranea», per cosí dire, per la mia crescente sospettositá  nei confronti della filosofia poetante. Ecco, per esempio, il piú famoso brano de Il mito di Sisifo: « Quest'universo ormai senza padrone non gli sembra né sterile né fertile. Ogni grano di questa pietra, ogni bagliore minerale di questa montagna piena di notte, da solo forma un mondo. La lotta stessa verso le cime basta a riempire un cuore d'uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice».
Il secondo motivo - collegato al primo - erano i miei studi scientifici che accentuavano l'allergia al lirismo facile. Non è un caso perció se Paolo Flores affida non a Camus, ma a un biologo come Jacques Monod il manifesto piú camusiano possibile di critica della nostra ideologia dominante. Il caso e la necessitá  fu scritto nel 1970, ma dite voi se non parlava di oggi: «Le societá  'liberali' dell'Occidente propugnano ancora a fior di labbra alla base della loro morale uno scoraggiante miscuglio di religiositá  giudaico-cristiana, di progressismo scientifico, di fede in alcuni diritti 'naturali' dell'uomo e di pragmatismo utilitaristico».

 

 

 

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