News per Miccia corta

12 - 02 - 2010

L`altra Palermo nella cittá  narcotizzata

(il manifesto)

 

Lo sgombero del Laboratorio Zeta, unico luogo di aggregazione non solo giovanile del capoluogo siciliano, ha suscitato una reazione inaspettata nella cittá  delle mille emergenze. Ed è proprio grazie alla solidarietá  che il centro sociale è stato poi rioccupato. Il suo futuro resta peró precario. Cosí come quello dei trenta profughi ospitati nella struttura


Federico Scarcella



PALERMO
Le tende sono ancora lí, sul marciapiede di via Boito, davanti al centro sociale occupato, sgomberato, rioccupato. Dal 19 gennaio in quelle tende dormono trenta immigrati sudanesi, che sulla carta godono dello stato di rifugiati e per questo sono sotto protezione internazionale. Ma per il momento l'unica cosa che li protegge dal gelo e dalla pioggia di questi giorni è il sottile strato di plastica delle canadesi, dentro le quali ci sono un po' di coperte. Da quando il Comune di Palermo ha dichiarato guerra al Laboratorio Zeta, l'ex scuola abbandonata e poi occupata nel 2001, i profughi del Darfur sono ancora piú profughi e passano le giornate contando i denti ai francobolli.
Nella Palermo delle emergenze, il Comune ha pensato di ristabilire la legalitá  togliendo anche il tetto a chi non ha una patria, una famiglia, un lavoro. La legalitá  municipale consiste nel mandare la polizia a sgomberare il centro. ሠaccaduto il 19 gennaio, giornata in cui agenti in tenuta antisommossa hanno presidiato il centro, ripulito delle povere cose che c'erano dentro. Hanno portato via tutto: tavoli, sedie, materassi. Hanno «scordato» i duemila libri della biblioteca e un gatto. Hanno murato le finestre alzando muri con una velocitá  insospettabile per la carpenteria pubblica: mattoni e calce per sbarrare ogni accesso; ma quando hanno finito il lavoro, dall'interno è venuto un miagolio insistente. Hanno aperto una breccia per recuperare il gatto, poi hanno rappezzato il muro. Ma cinque giorni dopo, con la malta ancora fresca, qualcuno si è guardato attorno e si è detto: dietro queste pareti c'è un vuoto che va subito riempito. ሠbastato un piccone per far crollare tutto e lo spazio si è rianimato, il gatto ha ritrovato il suo territorio e ha fatto da guida ai ragazzi dello Zetalab, che dal 24 gennaio sono rientrati nell'area di 900 metri quadrati, divisi tra interno e giardino. Un luogo che il bando dello Iacp, proprietario dell'immobile, ha dato per 15 mila euro l'anno a un'associazione che pensa di utilizzarlo come asilo nido. L'associazione si chiama Aspasia.
Il bando della discordia è antico: fu emanato nel 2002, mentre i ragazzi dello Zetalab cercavano un accordo con il Comune. Qualche mese dopo arrivarono 53 sudanesi, che l'amministrazione non sapeva dove mettere. Rimasero lí. Ma la Aspasia non si diede per vinta e ricorse in tribunale, che nel 2009 condannó lo Iacp. Oggi sventola quella sentenza e vuole i locali, con le buone o con le cattive. Qualche giorno fa, due anonimi ambasciatori si sono presentati in via Boito e hanno spiegato ai ragazzi che la situazione sta nei seguenti termini: «I negri oggi ci sono ma domani non ci saranno piú. ሠinutile che vi appelliate alla loro presenza per continuare a stare qui. O andate via o provvederemo con metodi piú convincenti».
Finora la battaglia dello Zetalab è costata tre fermi - non confermati dal gip - e cinque feriti. Nei tafferugli del 19 gennaio la gente del quartiere è scesa per strada a difendere le ragioni del centro sociale, mentre Totó Cavaleri, Angela Giardina e il consigliere comunale Fabrizio Ferrandelli resistevano sul tetto e invocavano giustizia. Quel giorno altra gente era su altri tetti: gli operai licenziati da una fabbrica dell'indotto Fiat di Termini Imerese erano saliti anche loro in cima al capannone dello stabilimento, dove sono rimasti dieci notti e dieci giorni. Nel Trapanese altri operai si erano rifugiati su una gru. Da certe altezze le miserie del mondo si vedono meglio.
Si vedono anche le cinque scuole che il Comune di Palermo ha realizzato giá  da anni e che restano chiuse per insipienza e, se volete, per mancanza di denaro; mentre l'amministrazione ritiene indifferibile la consegna ai privati di un posto come lo Zetalab, dove è tutto da rifare, a spese del proprietario, cioè lo squattrinato Iacp.
Dovrebbero spiegare questa storia a Lillo, a Manuelino, a Maurizio, ragazzi del quartiere, con gravi disagi, che ogni giorno vanno allo Zetalab e trovano qualcuno con cui parlare, trovano un libro da sfogliare. Perché la biblioteca è aperta a tutti, chiunque puó prendere un volume in prestito. L'unica raccomandazione è che lo riporti indietro, e nessuno ha mai rubato un solo opuscolo. Allo Zetalab si legge, c'è una scuola d'italiano per gli immigrati, c'è il cibo che arriva ogni mese dal Banco alimentare e, se va bene, ogni tanto oltre allo scatolame si recupera un po' di verdura, un po' di frutta. Poi la roba da mangiare prende altre strade: i sudanesi che vivono nel centro portano qualcosa ai loro connazionali che devono scegliere se pagare un affitto o nutrirsi. La comunitá  degli immigrati è alla fame. Esauriti i pochi spiccioli dei lavoretti stagionali - per lo piú la raccolta dell'uva nel Trapanese, in estate, o delle patate nell'inferno di Cassibile, a Siracusa - resta da far passare l'inverno dello scontento.
I rifugiati politici non possono tornare in patria e qui, nella loro Tauride, cercano di sconfiggere la nostalgia celebrando matrimoni a distanza. Lo sposo a Palermo, la sposa ad Al Fashir o a Nyala. Qui si mangia e si beve, lí si mangia e si beve: il miracolo è compiuto. Per i funerali non va diversamente: i parenti a Palermo, il morto ad Al Fashir o a Nyala. Qui si mangia e si beve, lí si mangia e si beve. E si tira fino a notte fonda. Meglio se arriva qualcuno per partecipare a un'assemblea: in biblioteca si radunano un po' di persone, di etá  compresa tra i venti e i settant'anni. Il tema è il lavoro: la Fiat che sta chiudendo, l'Italtel che sta smobilitando, la politica che ha giá  smobilitato. Che fare? Parlare, intanto; riproporre l'atto mancato di un'intera generazione, barricata nelle case, dietro l'illusione che Facebook sia l'unico mezzo per avere una relazione col mondo.
Meglio se in una stanza si proietta Miracolo a Milano con il biglietto a un euro.
Meglio se arriva un gruppo teatrale per fare le prove: c'è posto per tutti, per Manuelino e per il principe di Danimarca, che qui perde i suoi «se»: è ignobile, e basta, cacciare via questa gente. E poi verso dove? Verso la cittá  degli aperitivi e dei pub, dove, come diceva qualcuno, la gente pensa che una birra faccia una vita, mentre fa soltanto sera. O verso i teatri della cultura gastrica: al lirico di Palermo la notte di San Silvestro hanno smontato le poltrone della platea per organizzare un cenone per soli ricchi. Siamo alle arie fritte. O verso lo Stabile di prosa, dove il direttore a vita Pietro Carriglio dá  libero sfogo alle sue antipatie e simpatie? Allo Zetalab andava Davide Enia, in un altro centro sociale provava Emma Dante. La cittá  che dice di contare ha provato a espellere entrambi, come fa con i sudanesi, come fa con Lillo, Manuelino e Maurizio.
Ma la vicenda dello Zetalab qualcosa ha prodotto, qualcosa che i tutori dell'ordine e della legalitá  non hanno previsto. La cittá  si è scoperta solidale con questi ragazzi. Padre Meli, che per anni si è occupato di immigrati, è uscito da un lungo silenzio e ha fatto visita ai ragazzi; il gesuita padre Notari, a capo del centro Arrupe, è andato a celebrare una messa; il deputato regionale del Pd Pino «Pinone» Apprendi si fa vedere spesso, come se finora non avesse avuto alcun posto da frequentare. Le consigliere comunali Nadia Spallitta e Antonella Monastra sono di casa: dopo che la «sinistra ufficiale» ha mostrato di non avere orecchie per loro, sono loro ad avere orecchie per quello che accade allo Zetalab. Una signora che abita nel quartiere, scende da casa in pantofole e porta una minestra calda, una coperta, un utensile da cucina di cui ha un doppione. Il soave «anarchico» Marcello Monterosso, che non ha mai preso la patente, porta a piedi, sotto la pioggia, un fagotto di cibarie e le confonde con l'altro cibo che è sul tavolo, perché non accada che qualcuno possa sentirsi in debito con lui.
Lo Zetalab sta riportando alla luce una cittá  che non si vedeva piú, quella narcotizzata dal sindaco Diego Cammarata - che, chissá  per quale ragione, sente spesso il bisogno di allontanarsi da Palermo, preferibilmente verso i lidi caraibici -, quella che aveva generosamente parteggiato per la sinistra sbagliata, per i venditori di frottole.
C'è un episodio, ormai piú che sussurrato, che dá  la dimensione del grande equivoco: Aspasia aveva ottenuto dal Comune un immobile alternativo allo Zetalab, e quando sembrava che l'accordo fosse chiuso, qualcuno in consiglio comunale - che si è sentito, come si diceva una volta, scavalcato a sinistra - ha brigato per bloccare tutto. Finora ha vinto la sua miserabile battaglia.

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