News per Miccia corta

21 - 04 - 2006

In un nuovo libro Cesare Battisti si professa innocente

(da La Repubblica, VENERDáŒ, 21 APRILE 2006, Pagina 28 - Cronaca)

Vent'anni fa la condanna all'ergastolo per lo scrittore latitante. Il memoriale pubblicato da una casa editrice francese

Battisti, il procuratore accusa ancora

L'ex terrorista si difende in un libro. Il pm ribatte: c'erano le prove

L'inchiesta sugli omicidi in Italia, quindici anni a Parigi e ora il racconto nel volume appena uscito



LUCA FAZZO

MILANO - «Troppo facile». Vent'anni fa Corrado Carnevali era il pubblico ministero del processo milanese ai Pac, uno dei gruppi piú feroci della galassia della lotta armata di ultrasinistra. Fu in quel processo che Cesare Battisti, oggi scrittore e latitante, venne condannato all'ergastolo. Mitterrand gli concesse asilo politico a Parigi. Chirac invece ha concesso l'estradizione in Italia. Battisti si è dato alla fuga. E adesso che, dopo essere vissuto tranquillo in Francia per quindici anni, Battisti racconta la sua veritá  in un libro scritto chissá  dove ma pubblicato comunque da un prestigioso editore transalpino, il magistrato che chiese e ottenne la sua condanna fatica a trovare spunti di interesse nella versione di quella storia messa nero su bianco dal protagonista. Nel libro l'ex terrorista racconta di avere abbandonato i Pac (sigla che stava per ``proletari armati per il comunismo``) dopo il primo omicidio, quello di un maresciallo, cui non aveva partecipato. Quando vennero eseguiti gli altri tre delitti per cui è poi stato condannato, Battisti racconta che si trovava in una specie di limbo, fuori dall'organizzazione, e di averne saputo solo dai giornali. Vennero uccisi un altro poliziotto, Andrea Campagna, e due commercianti, il milanese Pierluigi Torregiani e il veneziano Lino Sabbadin. A far condannare Battisti per quei delitti, secondo il libro, sarebbe stata solo la testimonianza di un compagno pentito, Pietro Mutti: che Battisti liquida sbrigativamente come «un boia».In Francia, dove Battisti è stato per anni coccolato dai circoli intellettuali all'epoca in cui godeva dell'asilo politico e scriveva romanzi gialli, la comparsa del libro (Ma cavale, ovvero ``La mia fuga``) ha suscitato reazioni contrastanti. Liberation ha dedicato al volume una intera pagina, riproducendo ampi stralci della prefazione del filosofo Bernard Henry Lévy che accusa la giustizia italiana di avere condannato Battisti all'ergastolo senza dargli la possibilitá  di difendersi: «Lo hanno condannato durante la sua fuga, quando non conosceva le accuse contro di lui e non poteva comunicare con i suoi avvocati». Invece Le Figaro accusa il fuggiasco di mettere a frutto per l'ennesima volta i suoi legami con il mondo intellettuale: Battisti «facendo in modo che la sua sorte sia sostenuta negli studi televisivi e negli spazi dei giornali, si offre una difesa riservata ai potenti del tempo: quelli che hanno accesso a questi mezzi di comunicazione e di promozione».Ma quanto c'è di rilevante sul piano processuale, nella nuova versione di Battisti? Parlare con Corrado Carnevali, oggi procuratore aggiunto a Milano, è come fare un salto indietro in un'altra epoca, quando i killer delle Br e i loro emuli insanguinavano le strade delle cittá  italiane. Il processo ai Pac fu un processo quasi surreale, «ricordo - dice Carnevali - che dovetti ripetere tre volte la mia arringa con le richieste di condanna». Accadde perfino che una parte del processo si dovette rifare perché durante la camera di consiglio finale, in una villa nel Parco di Monza, una giurata cedette allo stress e cercó di buttarsi dalla finestra. «Ma dipingere oggi quel processo e la condanna di Battisti come un vicenda basata solo sulla parola del pentito Mutti non è una ricostruzione fedele. Anche allora le accuse dei collaboratori di giustizia andavano sostenute da riscontri. Per Battisti noi trovammo le prove che lo collegavano all'uccisione a Mestre del macellaio Lino Sabbadin. E che quel delitto e l'uccisione del gioielliere milanese Torregiani fossero collegati da un unico disegno lo dimostra il fatto che la rivendicazione dei Pac fu unica».
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