News per Miccia corta

12 - 02 - 2010

Un massacro girato al rallenti

(il manifesto)

 


Luca Baldissara



Giá  per uno storico è difficile commentare un film su fatti del passato resistendo alla tentazione di misurarne il grado di rigore filologico. Se poi l'opera riguarda eventi studiati direttamente, diviene davvero ostico liberarsi dei vincoli posti dalla peculiare condizione di spettatore «informato dei fatti». ሠquanto mi è accaduto assistendo alla proiezione del film di Giorgio Diritti L'uomo che verrá , che racconta la cosiddetta «strage di Marzabotto», alla quale, con Paolo Pezzino, ho dedicato un volume frutto di un pluriennale lavoro di ricerca (Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole). Sono dunque entrato in sala con un misto di curiositá , aspettativa e anche sospetto: curiositá  per come il regista avesse scelto di raccontare questo episodio; aspettativa per l'unanime riconoscimento tributatogli; sospetto sia riguardo le forme della rappresentazione di ció che appare quasi impossibile rappresentare (il massacro con modalitá  particolarmente cruente di 770 persone, in grandissima parte donne e bambini), sia verso quella retorica elogiativa che ha finito con il circondare il film e che spesso cela la sostanza di un'opera inclinante ai buoni sentimenti che mettono tutti d'accordo.
Le immagini che si susseguivano sullo schermo non trasudavano peró alcuna facile e lacrimevole retorica. L'uomo che verrá  mantiene dal primo all'ultimo fotogramma un registro che puó addirittura apparire freddo, distaccato, algido: non giá  perché lo sia, ma perché opta per una strategia narrativa che racconta la tragedia attraverso gli occhi di Martina, una bambina che vede ogni giorno, e con sempre maggiore frequenza, irrompere la guerra nella vita della sua famiglia e della comunitá  dei contadini di montagna cui appartiene.
I volti della guerra
La guerra assume le sembianze ora dei soldati tedeschi che salgono a cercare cibo non rinunciando ad importunare le ragazze, ora dei giovani della zona che si riuniscono per decidere se nascondersi o impugnare le armi, ora degli adulti preoccupati per i bombardamenti e per gli approvvigionamenti, ora degli sfollati che giungono spaventati dalla cittá , ora dei partigiani che appaiono dapprima eroi giocosi, poi martiri quando caduti o feriti, e anche spietati interpreti della guerriglia quando uccidono i soldati catturati. Diritti tiene lontana la retorica perché rifugge il facile pedagogismo - giá  sappiamo che la guerra è lutto e dolore - e perché non ammicca ai buoni sentimenti dello spettatore. Sceglie di raccontare il massacro attraverso gli occhi di chi non solo non sa cosa accadrá  domani ma che non è del tutto consapevole del pericolo di ció che accade oggi, di chi non sa bene perché i tedeschi stiano proprio lí e non con i loro bambini lá  dove abitano, lontano, di chi non ha paura perché la curiositá  del nuovo prevale sulla paura dell'ignoto, di chi assisterá  al massacro senza coglierne appieno la tragica portata degli effetti e, grazie a un primigenio vitalismo, si salverá  e salverá  il fratellino appena nato (l'uomo che verrá , appunto), al contrario del padre, che un insopportabile dolore condurrá  a correre letteralmente incontro alla morte.
Il massacro si abbatte su di una comunitá  contadina descritta sino a quel momento nei ritmi lenti della sua vita quotidiana, ricalcati sui ritmi della natura. Tempi di vita e lavoro che si intrecciano con i ritmi della socialitá  e che si scontrano con l'aspra dimensione sociale dei rapporti di mezzadria e con la dimensione politica del fascismo, che a quei rapporti e a quelle terre tiene ancorati i contadini. Anzi, tra i meriti del film vi è quello di descrivere con accuratezza la vita contadina, restituendone la lentezza e la ripetitivitá  di quei gesti secolari senza tradurle in noia, e di restituirne esemplarmente l'habitat grazie ad una straordinaria fotografia, che dá  conto tanto della maestositá  narcotica di quei paesaggi quanto delle ostili condizioni ambientali e climatiche di quel territorio.
Il quarantaquattro sulla divisa
ሠun mondo che non c'è piú, scomparso da oltre mezzo secolo, e che è difficile da comprendere oggi. ሠun mondo sul quale sta per abbattersi il ciclone della guerra, un fronte di fuoco che avanza inesorabilmente. Che piomba sulla comunitá  annunciato da tuoni e lampi, quelli delle artiglierie che nel settembre 1944 battono le difese della Linea Gotica, poco piú a sud di Monte Sole e delle povere case contadine abbarbicate sui suoi pendii.
La guerra evocata in questo film non ha buoni e cattivi, ragioni legittime per combattere e strategie da attuare. ሠun evento distruttivo che colpisce la comunitá , allo stesso modo di un evento naturale. Non ha senso, non ha spiegazioni, non ha possibilitá  di essere razionalizzato. Solo subíto. Cosí, quando giungono quei tedeschi con il quarantaquattro sul colletto (come spesso le SS runiche erano percepite) essi appaiono immediatamente diversi da quelli che li avevano preceduti, non parlano la loro lingua, la urlano. Fanno paura, sono cattivi, impartiscono ordini gutturali e incomprensibili. Fanno quello che sono stati addestrati a fare, sono quello che gli è stato insegnato, come afferma un ufficiale nella sagrestia di uno dei cinque sacerdoti che troveranno la morte nel massacro. Fanno quello che allora nessuno si aspetta: uccidono indiscriminatamente gli inermi, anziani e paralitici, donne e bambini. Distruggono e ammazzano di giorno, ridono e festeggiano la sera. Il ciclone bellico è sospinto in avanti e colpisce per mezzo di agenti che hanno perso - se mai hanno avuto - ogni profilo umano. Come trombe d'aria, si avvicinano rombando, fanno tabula rasa, passano oltre lasciando una scia di distruzione e morte, ferite fisiche e morali. Perché?
La risposta al lancinante «perché» è implicitamente suggerita e risolta da Diritti nell'insensatezza della violenza, nella mancanza di un perché razionalizzabile e comprensibile. L'impossibilitá  di rispondere si fa dunque risposta astorica. I morti di Monte Sole del 1944 non sono diversi da quelli di My Lai nel Vietnam del 1968, da quelli di Srebeniá§a del 1995, dalle vittime delle guerre di Cecenia e dell'Iraq. Lá  dove vi sono uomini che si combattono, lá  vi sono uomini - e donne e bambini - che soffrono e muoiono. Non vi è un perché al massacro di civili inermi, alla distruzione senza apparente necessitá , alla morte inflitta con la volontá  di far soffrire, alla derisione e alla disumanizzazione delle vittime. Il film si rivela quindi un poetico omaggio alle vittime di allora, implicitamente a quelle di oggi e di tutte le guerre. Ma un omaggio che mentre da una parte ammonisce circa l'intrinseca, cieca e ineliminabile violenza della guerra in sé, dall'altro puó generare un senso di distanza tra noi e ció che vediamo sullo schermo. Giacché è proprio l'imprevedibilitá  e l'incomprensibilitá  del massacro a distanziarci da esso, a rendere impossibile qualsiasi intelligenza dell'evento.
Un film non è peró un saggio e non va giudicato con gli strumenti della storiografia. Si tratta semmai di considerazioni intorno al contesto del film, a quello «spirito dei tempi» che non puó non condizionare lo sguardo e la percezione degli spettatori, pur diversi per etá , esperienza, cultura. Non si puó infatti ignorare che il cinema rappresenta una porta d'accesso al passato, che un film è - puó essere - uno strumento importante di riordino del passato, quindi anche un modo di stabilire come stare nel presente con la coscienza e la conoscenza, la rappresentazione e la memoria del passato. E questo film compie al riguardo una scelta precisa: assume il punto di vista della comunitá  delle vittime, di coloro che hanno subíto la violenza senza comprenderne le ragioni. In fondo, gli occhi di Martina sono anche i nostri: guardiamo a quel massacro estraniati, incapaci di cogliere le ragioni di quanto sta per accadere, increduli quando accadrá , sconcertati e confusi dopo che è accaduto.
La strategia della tabula rasa
Invece, quel massacro ha una ratio: il comando tedesco deve garantirsi il controllo di un territorio strategicamente cruciale, nel cuore della Linea Gotica alla quale gli Alleati stanno portando un durissimo attacco, che si teme possa essere supportato da azioni di guerriglia della brigata partigiana che opera in quel settore. E la strategia adottata sará  quella della tabula rasa: non si contrastano i partigiani cercando di agganciarli e annientarli in combattimento, ma azzerando le condizioni che rendono possibile l'operativitá  della brigata. Si distrugge l'habitat della guerriglia per impedirne l'azione. Si incendiano le case dove trovano ricovero i partigiani, si ammazzano i civili che spesso ne sono anche i familiari, sempre le fonti di informazione, si rende inospitale il territorio che li ospita. E con il massacro quella brigata, che pure ha pochissime perdite, in effetti cesserá  di esistere. Dal punto di vista tedesco, il massacro è una brillante operazione militare. Di guerra ai civili, certo, ma pur sempre riuscita nei suoi obiettivi. Non a caso, l'anello di una lunga catena di episodi simili nel corso della ritirata aggressiva che le armate tedesche stanno effettuando nell'Italia del 1944.
Si obietterá  peró che, anche ammettendo un tale scopo ad un massacro condotto come un'operazione di guerra, non occorreva sommarvi pure l'accanimento della violenza e del sadismo. Che anzi questo «di piú» di violenza forse nega la strumentalitá  del massacro. Che, come sostenne un magistrato nel 1951 durante il processo a Walter Reder, l'unico tra i responsabili ad aver pagato con il carcere, si trattava di un «criminale in occasione della guerra». La guerra avrebbe cioè rappresentato solo il contesto favorevole alla liberazione degli istinti criminali, del male che giá  albergava in questi uomini. Ma proprio la sistematicitá  della politica del massacro, l'estensione degli episodi e di coloro che li eseguono, suggerisce che cosí non puó essere. Che tale spiegazione non puó bastare a comprendere. Perché nella cultura di guerra nazista confluiscono tante e diverse culture della violenza: quella militare, che vede nei combattenti irregolari, i partigiani, una minaccia al monopolio della violenza da parte dello stato, un elemento di indebolimento e possibile dissoluzione del potere statale; quella ideologica, che vede nel guerrigliero un sovversivo, che identifica il partigiano con il «rosso», il comunista (anche quando cosí non è, come proprio nel caso di questi partigiani); quella razziale, che giudica gli italiani infidi e inaffidabili, proprio come nell'esperienza coloniale degli europei gente spesso ritenuta un gradino al di sotto dell'umano, per questo massacrabile.
Le politiche di potenza
Se al massacro di Monte Sole si guarda non solo con gli occhi della vittima, se quegli scenari sono ripopolati dei vari protagonisti - oltre ai civili, i fascisti, i tedeschi, i partigiani, le spie - e delle loro culture, forse la memoria che verrá  potrá  trovare qualche fattore di risposta al «perché». Forse la comprensione - che non è giustificazione - potrá  muovere un passo innanzi. E forse, allora, si ricollocherá  la vicenda di quel massacro ormai lontano nella storia dell'Europa contemporanea, del suo rapporto con la guerra e con le politiche di potenza. Se non ci si addentra in questi territori, dissestati e minacciosi, inquietanti e angoscianti, non si comprenderá  perché tutto ció è potuto accadere: perché nel codice genetico della societá  occidentale è maturato nel corso dell'etá  contemporanea un approccio alla violenza che ha disumanizzato il nemico - l'indigeno da colonizzare, il combattente partigiano di una guerra irregolare, l'avversario politico da annientare - per poterlo poi distruggere. Potrá  non piacere, potrá  spaventare, potrá  infastidire, ma se non si riconduce la violenza di quel massacro alla storia e alla cultura di un'epoca lunga non se ne potrá  comprendere appieno l'origine, finendo magari con il relegarla nell'antro oscuro del male. Nemmeno se ne potranno cogliere gli elementi che perdurano, e che spiegano, ben piú della natura intrinsecamente violenta della guerra, perché quei massacri si rinnovano. E se non vi è comprensione di quel passato non vi sará  neppure capacitá  di azione nel presente affinché ció non abbia piú ad accadere.

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