News per Miccia corta

12 - 02 - 2010

Mandela libero, nasce il Sudafrica

(il manifesto)

Maurizio Matteuzzi

 



«Quel giorno segnó l'inizio della fine della indegnitá », ha detto l'arcivescovo Desmond Tutu. Molta strada da allora è stata fatta ma molta ne resta da fare. Il padre della «Rainbow Nation» fece un miracolo politico: da un paese bianco-nazi alla «Rainbow Nation». Vent'anni dopo, peró, le masse nere aspettano ancora Ieri una grande marcia «arcobaleno» a Cittá  del Capo per ricordare


Alle 4 e 16 minuti dell'11 febbraio 1990, dopo 27 anni di galera, Nelson Mandela usciva dalla prigione di Victor Verster, alle porte di Cittá  del Capo. Vent'anni fa. Per la prima volta in 27 anni il Sudafrica e il mondo potevano vedere in carne e ossa l'uomo che era diventato il simbolo della lotta contro l'apartheid dei neri sudafricani (e dei pochi bianchi illuminati, come i comunisti ebrei che li accompagnarono) e una delle icone della seconda metá  del Novecento.
Nelson Mandela è uno dei piú grandi uomini del ventesimo secolo. Forse troppo grande per un mondo come quello in cui viviamo e anche per il suo paese che 20 anni dopo la sua liberazione, 16 anni dopo la sua elezione a primo presidente democratico del Sudafrica e 11 anni dopo la sua volontaria uscita di scena politica - caso unico o quasi nel panorama mondiale -, non è quello che lui sperava. Ma che sarebbe stato certamente peggiore se al suo posto ci fosse stato qualsiasi altro leader che non fosse Nelson Mandela.
L'11 febbraio 1990 fu «il giorno piú grande nella storia del Sudafrica nero», scrisse allora la corrispondente del Financial Times. Scrisse male: quello fu il giorno piú grande nella storia del Sudafrica - nero, bianco, indiano, coloured - fin da quando nel 1652 sulle sue coste sbarcarono i primi coloni olandesi. Ventiquattr'ore dopo la sua liberazione, Mandela tenne la sua prima conferenza stampa nel giardino della casa dell'arcivescovo Desmond Tutu e disse: «I bianchi sono nostri fratelli sudafricani».
Chi poteva parlare cosí dopo aver passato 27 anni in carcere, piú della metá  della sua vita di adulto (allora aveva 71 anni)? Chi poteva mostrare una tale serena grandezza, una cosí totale assenza di risentimento e rancore dopo aver subito per tanti anni ogni sorta di oltraggio - i secondini di Robben Island che gli pisciavano nella cibo che gli passavano, il governo bianco-nazi che nel '68 e '69 gli aveva negato il permesso di andare ai funerali del padre e del figlio maggiore morti? Chi poteva parlare ai «fratelli bianchi sudafricani» dope le decine di migliaia di neri ammazzati, dopo il massacro di Sharpeville, dopo gli assassinii di Steve Biko, di Chris Hani, di Ruth First, dopo le centinaia di migliaia di neri torturati, incarcerati, umiliati, esiliati nei bantustan, chiusi nei ghetti? Solo Mandela. Lui il padre della «Rainbow Nation», la nazione arcobaleno che nacque con le prime elezioni democratiche e a-razziali dell'aprile '94.
Ha ragione Cyril Ramaphosa - l'ex leader dell'eroico sindacato dei minatori che morivano come mosche nelle miniere d'oro e diamanti dei signori Oppenheimer (e soci) -, che ieri, parlando a Cape Town nella cerimonia in onore di Mandela, ha detto che «Madiba non sarebbe mai stato liberato senza la lotta del nostro popolo». Ma quella lotta senza un Mandela alla sua guida sarebbe finita in modo del tutto diverso. E peggiore. Perché solo Mandela poteva compiere il «miracolo» (miracolo politico) di far nascere una Rainbow Nation dopo 4 secoli di violenze e spoliazioni da parte della minoranza bianca (sí e no il 10% della popolazione) e dopo mezzo secolo di nazismo puro del sistema di apartheid dei Vorster, dei Verwoerd, dei Botha.
Ieri la manifestazione partita dal carcere di Victor Verster, era l'immagine che avrebbe fatto l'orgoglio di Madiba (che non c'era di persona: doveva fare una delle sue ormai rarissime apparizioni pubbliche in serata): neri, bianchi, indiani, tutti sudafricani, che camminavano fianco a fianco mentre le porte del carcere si chiudevano alle loro spalle.
Fra quelli che camminavano c'era anche F.W. De Klerk, l'ultimo presidente bianco del Sudafrica bianco, che ebbe «l'incredibile coraggio» - nelle parole di Tutu - di decidere la legalizzazione dell'African National Congress e del Partito comunista, e la liberazione di Mandela. Prendendo quella decisione ha detto che si rendeva conto che «il Sudafrica non sarebbe mai piú stato come prima». A De Klerk va dato atto del coraggio - riconosciuto con il Nobel della pace del '93 insieme a Mandela -, ma era un coraggio obbligato, senza alternative. Il Sudafrica all-white non reggeva piú la pressione interna ed esterna. E non era solo per l'opinione pubblica mondiale che si ribellava a quell'obbrobrio - come nel grande concerto allo stadio londinese di Wembley in cui nel '98 le star della musica mondiale gridarono il loro «Free Mandela». Era perché anche le grandi corporation e multinazionali sudafricane e mondiali non potevano piú permettersi di fare il business con un paese cosí apertamente nazista come avevano fatto per decenni. Quando Mandela era chiamato «terrorista» dai media dell'occidente (anche quelli italiani).
Mandela non è era un terrorista e non è un santo. E' solo un grande. Grande politico, grande uomo.
Cosa resta 20 anni dopo del suo esempio e del suo «messaggio»? A livello mondiale, come si puó vedere, poco e nulla, se non sul piano etico. A livello sudafricano, il «paese arcobaleno». Il Sudafrica di oggi, per quanto libero, de-nazificato, a-razziale, democratico, è ancora lontanissimo da quello per cui Madiba si è battuto. L'11 febbraio 1990 fu «il giorno che segnó l'inizio della fine dell'indegnitá », ha detto ieri Tutu, ma se molta strada è stata fatta, molta resta da fare e «se vogliamo farla, dobbiamo riprendere lo spirito del giorno in cui Mandela fu liberato». Difficile. Improbabile.
Il Sudafrica ormai è la super-potenza d'Africa e una potenza emergente sulla scena globale. L'Anc è sempre il partito egemone ma si è allineata dietro il mainstream della politica e dell'economia dominanti (liberalizzazioni, privatizzazioni, austeritá  fiscale...). I sogni della Freedom Charter sono in gran parte svaniti (ma fu scritta dall'Anc nel '55...). E' emeresa una borghesia nera aggressiva e poderosa, ma le masse nere hanno ancora gli stessi problemi di 20 anni fa (povertá , casa, emarginazione, violenza, Aids...).
I successori di Mandela - Mbeki che è finito male, Zuma che colleziona mogli e semina figli - non si sono dimostrati all'altezza. Ma era impossibile. Di questo peró non c'è chi potrebbe imputare Mandela. Lui la sua parte l'ha fatta. Come nessuno.

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