News per Miccia corta

10 - 02 - 2010

Juan Damonte, gli scoli della dittatura

(il manifesto)

F. L.



Quando il suo romanzo Chau papá  vinse il premio Dashiell Hammett assegnato dalla Semana negra di Gijón (il piú importante festival europeo dedicato al noir e al poliziesco), Juan Damonte aveva cinquant'anni e di lui si sapeva poco, a parte il fatto che era nato a Buenos Aires nel 1945, che viveva in Messico da molti anni e apparteneva a una famiglia il cui ruolo nella storia argentina non è stato irrilevante. Suo padre, Raáºl Damonte Taborda, era stato un politico e giornalista di spicco, antiperonista e antifascista costretto a un lungo esilio in Uruguay e Messico, nonché direttore del quotidiano «Crá­tica», arrivato negli anni d'oro alle seicentomila copie e infine acquisito dal governo, quando il ministro Miranda ne compró le azioni per regalarle a Eva Perón.
A fondarlo nel '13 era stato il leggendario suocero di Damonte, Natalio Félix Botana, le cui stravaganze e i cui amori erano argomento di infinite chiacchiere e che aveva sposato una donna non meno leggendaria, ovvero Salvadora Medina Onrubia, drammaturga e scrittrice, anarchica militante incarcerata dal generale Uriburu. E su un altro giornale di famiglia, «Tribuna Popular» (creato da Damonte Taborda nel '55), aveva debuttato come vignettista il fratello maggiore di Juan, Raáºl detto Copi, autore di comics poetici e stralunati, ma anche scrittore e teatrante brillantissimo e audace, che dal '62 fino alla morte per Aids avvenuta nell'87 visse e lavoró a Parigi, prendendo infine la cittadinanza francese (la provocatoria esibizione della propria omosessualitá  e il dileggio riservato all'icona nazionale, Evita, bastavano del resto a bandirlo dall'Argentina degli anni '70 e '80).
Juan Damonte, morto nel 2005 a poco piú di sessant'anni, con una storia del genere alle spalle non poteva essere una persona comune: solo che in lui la vena eccentrica e geniale della famiglia aveva preso altra forma, quella di una marginalitá  troppo insistita e radicale per dipendere solo dal caso o dalla sorte. Povero, coltissimo, alcolizzato, dedito a mestieri saltuari, scriveva su una vecchia portatile che portava sempre con sé per poi dimenticare in giro pagine e capitoli, come un Pollicino sbronzo che si lasci dietro preziose briciole di scrittura. E, tutto sommato, è quasi un miracolo che sia riuscito a terminare, a non perdere, a veder pubblicata e premiata questa sua unica opera che, uscita da tempo in Francia, Spagna e Germania, arriva finalmente nelle nostre librerie per merito dell'editore romano Elliot e del traduttore Raul Schenardi.
Ciao papá  (pp. 195, euro 14,50) è infatti un romanzo che una volta letto è difficile dimenticare e che cultori del noir come Paco Taibo, Rolo Diéz e Juan Sasturain considerano fuori del comune, frutto tardivo non solo di un talento segreto, ma anche della novela negra argentina post dittatura. Il protagonista, Carlos Tomassini, ha trent'anni e appartiene a una famiglia di mafiosi italiani con ramificate parentele: se lui è un tipico malevo che ha rubato la sua prima bici a cinque anni e ne ha passato quattro in galera per una rapina andata male, il cugino Abel è un esteta gay, l'altro cugino Tato un montonero che organizza assalti alle caserme, e il cuginetto León David, studente per metá  ebreo, è un militante comunista. E poi c'è lo Zio, «padrino» che vuole affidare a Carlos il riciclo di denaro sporco, e il generale Della Penna, altro parente che coordina la feroce attivitá  dei paramilitari... Che si ingegnino a prosperare o a sopravvivere, che cerchino di rovesciare il regime o di assecondarlo, tutti devono fare i conti con la dittatura e con la sua parossistica violenza, tutti girano armati e attingono al fiume di cocaina e alcol che scorre in cittá . Ma nessuno lo fa quanto Carlos, incapace di stare in piedi se non «tirando»: perseguitato dalla gelosia per una stupenda ex moglie, dalla polizia, dal ricordo delle torture patite in prigione, dalla «famiglia» che lo vuole obbediente alle sue regole, Tomassini è una scheggia impazzita e mortale che schizza da un capo all'altro di Buenos Aires.
Dalla casa dello Zio (la descrizione del pranzo di compleanno sembra una puntata dei Soprano) agli uffici del generale, dalla scuola dove ha studiato (e dove sfonda il cranio a un prete pedofilo) all'elegante appartamento di Abel, dalla discarica in cui si gettano i corpi atrocemente seviziati degli oppositori fino al rifugio del vecchio Nene, mafioso di rango e suo protettore, Carlos disegna un percorso che a tratti ricorda la crudeltá  spassionata del Brother di Kitano, mentre i cadaveri si ammucchiano e la ricerca del desaparecido Leon David diventa una guerra.
Scritto in una lingua rapida, gergale, di strada, un lunfardo infarcito di turpiloquio e costellato di espressioni in calabrese o in un italiano corrotto, Ciao papá  parte come semplice «romanzo criminale» per trasformarsi in formidabile «romanzo della dittatura» che evidenzia il nesso tra violenze solo apparentemente diverse, ma in realtá  collegate e interdipendenti al punto da non essere distinguibili, in un intreccio estremo fra politica, corruzione e criminalitá , inasprito dagli inimmaginabili succhi «neri» della dittatura e da tocchi di un umorismo distaccato quanto truce. E un'agnizione finale, acme di un crescendo frenetico e sanguinoso, conclude degnamente la storia di un antiaeroe destinato alla sconfitta, che si muove all'interno di un mortifero paesaggio urbano il cui cuore è la discarica-cimitero governata da un ex pugile suonato e dal suo cane, che balza lieve come un delfino sul mare di spazzatura. Una visione oscura e apocalittica, e allo stesso tempo l'essenza di un noir magistrale popolato di corpi «a perdere» e di immagini brucianti, un noir fuori dagli schemi che sa farci respirare l'aria fetida della Buenos Aires di allora.

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