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News per Miccia corta

07 - 02 - 2010

``Io, il bianco aprii la cella al nero`` , Mandela vent'anni dopo

 (la Repubblica)

 

 

ANAIS GINORI


«Quando ho incontrato Nelson Mandela per la prima volta sono rimasto colpito dal suo portamento altero, quasi superbo. Avevo davanti a me un signore giá  anziano, forse fisicamente piú alto di quanto immaginassi, che emanava una straordinaria forza e convinzione morale. Ecco, non sembrava proprio un prigioniero in carcere da ventisette anni». Il bianco e il nero. L'afrikaner colonialista e il sudafricano oppresso. Frederik Willem de Klerk è stato l'ultimo presidente dell'Apartheid, l'uomo che l'11 febbraio 1990 ha firmato il decreto per liberare Mandela, mettendo fine al regime segregazionista durato mezzo secolo. Nel 1993 sono andati insieme a Oslo per ricevere il premio Nobel per la Pace.

l'anno dopo, con le prime elezioni libere, de Klerk ha lasciato il potere in mano al leader dell'African National Congress.«Siamo diventati amici anche se i nostri rapporti sono stati a volte burrascosi». Nella sua casa di Cittá  del Capo, dove vive con la sua seconda moglie Elita, de Klerk si prepara a festeggiare il ventennale di quella storica liberazione. «Tre anni fa - racconta - Desmond Tutu e Mandela sono venuti alla festa per i miei settant'anni. Con una delle sue tipiche battute, ha scherzato sulla nostra differenza d'etá . Sosteneva di essere piú giovane di me perché ha passato un lungo periodo della vita in contemplazione».
Il giorno che ha deciso di liberare Nelson Mandela, il prigioniero politico piú famoso del mondo. Ci racconti quel momento.
«Non fu una decisione improvvisa. Per me era il punto d'arrivo di un lungo processo avviato all'interno del National Party. Giá  il 6 febbraio 1989, appena eletto leader del partito, avevo messo in chiaro che il nostro obiettivo doveva essere costruire un "nuovo Sudafrica". Alle elezioni del settembre '89, con le quali diventai presidente, le riforme erano nel programma. Insomma, pensavo di aver largamente preparato il terreno per una svolta. Eppure il mio annuncio suscitó enorme sorpresa. I militanti dell'estrema destra erano inorriditi».
Quale ricordo conserva del suo primo incontro con Mandela?
«Era il 13 dicembre 1989. Mandela stava a Victor Verster Prison. Chiesi di farlo portare in gran segreto nel palazzo presidenziale di Cittá  del Capo. Di lui conoscevo solo vecchie foto da giovane. Era molto cambiato ma non era assolutamente afflitto dalla lunga prigionia. Non discutemmo di politica, né di decisioni sostanziali. La cosa fondamentale è stato guardarci negli occhi e stringerci la mano. Abbiamo capito subito che potevamo fare un pezzo di strada insieme».
Prima di liberare Mandela, lei fece un discorso per dichiarare la fine dell'Apartheid. Era il 2 febbraio 1990.
«Quella mattina ho provato una sensazione che capita raramente nella vita. ሠcome se avessi incontrato il mio destino. Non ho avuto dubbi, né tentennamenti. Sapevo di fare la cosa giusta al momento giusto».
Suo padre è stato ministro in tre governi dell'Apartheid. Cosa avrebbe pensato della sua decisione?
«Ognuno di noi è il prodotto della propria epoca. Quando ho messo fine all'Apartheid, il Sudafrica era cambiato drammaticamente. Sono sicuro che se mio padre fosse stato ancora vivo avrebbe approvato l'idea di una transizione democratica».
Il 10 febbraio, Mandela fu portato di nuovo nel suo ufficio per discutere i dettagli del suo rilascio. ሠvero che le chiese di ritardare l'annuncio?
«Mandela voleva rimandare la liberazione di qualche giorno, per permettere all'Anc di negoziare alcuni aspetti della transizione politica. Gli dissi che non era piú possibile, ma che avrebbe potuto scegliere dove essere liberato, se a Cittá  del Capo o a Johannesburg. Scelse Cittá  del Capo».
Quanto hanno pesato le sanzioni internazionali nel fallimento dell'Apartheid?
«L'Apartheid è fallito per tanti motivi. La ragione essenziale è che si trattava di un sistema moralmente ingiusto. Nessuna forza militare puó andare contro la maggioranza della popolazione. Da un punto di vista economico, la divisione per gruppi etnici era superata, insostenibile. Le sanzioni hanno giocato un ruolo dopo, quando sono state tolte, accelerando lo sviluppo del paese».
Poco dopo la sua elezione, cadde il Muro di Berlino. Altro fattore decisivo?
«Il collasso del comunismo mi convinse che era diventato possibile andare verso una democrazia. Durante gli anni Ottanta la maggioranza dei membri del direttivo dell'Anc aveva contatti con l'Unione Sovietica e professava una rivoluzione in due fasi: la liberazione nazionale seguita dall'instaurazione di una societá  comunista. Dopo Berlino 1989 rimaneva solo la prima, per fortuna».
Torniamo a quell'11 febbraio 1990. Mandela fece il famoso discorso da uomo libero, annunciando che la lotta armata sarebbe continuata. Ne fu sorpreso?
«Era sconcertante, ero sconcertato. Andava contro tutti i progetti di pacificazione che insieme dovevamo garantire. Mandela mi disse poi che il discorso non è stato scritto da lui. Non so se fosse vero. Il dubbio rimane».
Il suo governo fu accusato di chiudere un occhio sulle violenze che continuavano a compiere le autoritá .
«Dopo la liberazione di Mandela, abbiamo attraversato un periodo difficile. Chiesi di istituire una commissione, la Goldstone Commission, per indagare sulle accuse. Le conclusioni furono che sia l'Anc sia membri della polizia e dell'esercito avevano partecipato alle rappresaglie di quel periodo. Credo di aver fatto il mio dovere per accertare la veritá ».
Durante la transizione, lei e Mandela avevate anche smesso di parlarvi. Comunicavate solo attraverso collaboratori. Perché?
«L'ala radicale dell'Anc cercó di sabotare i negoziati. Durante il corteo del 7 settembre 1992 a Bisho, con decine di morti e feriti, ci siamo trovati a un passo dal baratro. Per fortuna, i moderati come Mandela hanno ripreso il controllo del partito, tornando a negoziare il 26 settembre di quell'anno».
Quando Mandela divenne presidente del Sudafrica, lei rimase al governo. Come fu la coabitazione?
«Mandela non è mai stato un presidente interessato all'ordinaria amministrazione. Delegava quasi tutto al suo vice, Thabo Mbeki e, in misura minore, a me. La forza di Mandela è stata sempre il suo carisma e la sua tenacia nel promuovere una riconciliazione nazionale».
Anche su questo ci fu disaccordo tra voi. Lei non approvó la creazione della commissione per la Veritá  e la riconciliazione.
«Era un organo di parte. Al suo interno, non c'era un solo membro che rifletteva le posizione del precedente governo o del Inkatha Freedom Party (il partito indipendentista zulu, ndr), l'altro attore principale del conflitto. Riconosco che la Commissione possa aver avuto una funzione catartica e abbia investigato pezzi importanti della nostra storia. Ma certamente non è servita alla riconciliazione nazionale».
Il Sudafrica è diventato il «paese nuovo» che aveva immaginato vent'anni fa?
«Nel mio discorso del 2 febbraio 1990 avevo auspicato una "nuova Costituzione, il diritto di voto universale, la fine della dominazione razziale, un sistema giudiziario indipendente, la protezione delle minoranze e della libertá  religiose ". Penso che tutti questi principi oggi siano validi, anche se purtroppo rimangono ancora da fare molti progressi nella loro applicazione».
"Chi avvia grandi svolte all'interno delle dittature spesso viene poi messo da parte". La pensa anche lei come Gorbaciov?
«Non cambierei nulla di ció che ho fatto. Come ho detto quando mi sono congedato dal parlamento nel '97, è stato un privilegio servire il mio Paese. Dio mi ha aperto delle straordinarie opportunitá , dandomi la forza e il coraggio di coglierle. Vorrei che la Storia mi giudicasse per questo».