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News per Miccia corta

05 - 02 - 2010

Alla Stasi le chiavi di Berlino per le spie porte aperte all'Ovest

(la Repubblica)

 

 

 

 

ANDREA TARQUINI



BERLINO
Le chiavi della cittá  erano in mano a loro, non a chi ci abitava. Al Savoy, l'hotel piú prestigioso, entravano giorno e notte in ogni stanza con i passepartout duplicati. I palazzi erano cosa loro, non privacy di condomini, inquilini e portieri. Persino le chiavi delle centrali telefoniche della polizia, o di sale di conferenze riservate, o per il controllo dei semafori, le tenevano in tasca. «Loro» erano gli agenti della Stasi, la spietata, efficientissima polizia segreta di Berlino est. La cittá  era, manco a dirlo, Berlino Ovest, l'isola libera nel cuore della Ddr comunista. Le chiavi della cittá , sarebbe il titolo ideale di questo thrilling postumo, per un film o un giallo, vent'anni dopo la fine dell'«Impero del Male», e forse John le Carré o Tom Clancy avrebbero scritto volentieri questa storia, svelata invece ieri al mondo da Die Zeit.
Le chiavi della cittá  in pugno, voleva dire anche sapere tutto di chiunque, poter ricattare e controllare chiunque e sapere di ogni segreto. Le vite degli altri, come il titolo del memorabile film sulla Stasi, erano sotto controllo non solo nella Ddr ma anche nella Berlino Ovest cara a Willy Brandt e Wim Wenders, a Kennedy e alle star del cinema mondiale. Tutto cominció nel 1970.
Gli agenti speciali del Ministerium fuer Staatrssicherheit, il Ministero per la sicurezza dello Stato (da questa denominazione viene la sigla Stasi) contattarono un fabbro di Berlino Ovest, tale Bernard Sch. (il cognome è taciuto dal grande settimanale di Amburgo nel rispetto delle dure leggi sulla privacy). Un caso non privo di torbido squallore: il signor Bernhard non agí spinto da simpatie di sinistra. Da buon antieroe, era solo un piccolo artigiano apolitico, oberato da difficoltá  economiche e forse da debiti. Aveva il terrore di finire povero. La Stasi, presente ovunque nel settore occidentale, lo teneva d'occhio. E nel 1975, riuscí a convincerlo con forti somme di denaro. «Non simpatizza per noi, ma ci servirá », dicono i dossier su di lui, 1693 pagine.
Da quel momento, l'umile fabbro entró in una doppia vita.
Esteriormente, per non dare sospetti, nulla cambió nella sua grigia, modesta vita nella piccola bottega. Ma si era messo solerte al lavoro. Ai nuovi padroni aveva fornito ogni chiave: tutti i condomini che interessavano alla Stasi, a cominciare da quello in cui viveva la moglie di Lothar Loewe, lo scomodo corrispondente a Berlino Est del primo canale tv occidentale. Fino ai passepartout per entrare ovunque al Savoy, il mitico, elegante albergo a Fasanenstrasse. Col suo bel bar pieno di boiseries e la sala sigari, era l'hotel preferito dai grandi inviati, e dagli agenti segreti del mondo libero.
Le chiavi della cittá , Bernhard le forní alla Stasi una dopo l'altra. Preciso, tecnicamente bravissimo, attendibile e puntuale, riprodusse le chiavi per entrare in ogni commissariato di Berlino Ovest, anche nelle centrali telefoniche piú riservate della questura. Nessuna conversazione tra vip o politici o comandanti dei contingenti degli alleati occidentali (americani, britannici e francesi) era al riparo dai miracoli artigianali di «IM Genova».
Dopo la caduta del Muro, Herr Bernhard fu scoperto. Se la cavó con 18 mesi con la condizionale, sopravvisse tranquillo al sistema che serví per denaro. Forse pensava anche a fedeli collaboratori come lui Markus Mischa Wolf', il mitico capo dello spionaggio di Berlino Est, quando una sera a un party a Berlino unita mi confidó «Dello MI6 britannico non sapevamo nulla, della Germania Ovest tutto».