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News per Miccia corta

05 - 02 - 2010

La sinistra e il pensiero reazionario

(la Repubblica)

 

 

 
 
NORBERTO BOBBIO


Anticipiamo una parte del testo, pubblicato da "Micromega", della Lezione tenuta da l'8 marzo 1985 presso il Centro Studi Piero Gobetti di Torino, nel corso della IV edizione del seminario su "Etica e politica"

 



In questi ultimi anni c'è stata una certa confusione tra la sinistra e la destra, nel senso che molti studiosi di sinistra, che appartengono alla sinistra, che si dichiarano di sinistra, hanno rivendicato, o, come si dice oggi, con un anglismo che io non uso mai, «rivisitato» (da noi si dice: riconsiderato), degli scrittori di destra, per esempio Nietzsche, il quale era sempre stato considerato un filosofo reazionario, la massima espressione di una filosofia antisocialista, antidemocratica, soprattutto antiegualitaria (non è un caso che Hitler quando volle fare un regalo a Mussolini, gli regaló le opere di Nietzsche). Poi, soprattutto, Carl Schmitt, che è stato ritirato fuori dal mio amico e collega Gianfranco Miglio; Schmitt, scrittore politico, giurista, grande scrittore di diritto, ma che certo un progressista non è. E poi altri ancora: si puó citare Junger, per esempio, che abbiamo ricordato piú volte; Cioran, c'è anche questo scrittore rumeno, che peró scrive in Francia (in Italia le sue opere sono state tradotte da Adelphi ed è stato citato con grande onore da Vattimo in un articolo recente)...
D'altra parte, se è avvenuta questa rivisitazione di scrittori di destra da parte della sinistra, è avvenuto anche il contrario. Abbiamo giá  piú volte parlato di un "gramscismo di destra" Probabilmente molti di voi non sanno che una corrente della destra estrema si considera gramsciana e ha accolto alcune tesi di Gramsci, soprattutto quella cosiddetta dell'egemonia, e le ha fatte proprie.
Questo passaggio dalla destra alla sinistra e viceversa non è nuovo. Il caso piú clamoroso, che dovrebbe essere riesaminato nel corso del nostro seminario, è quello di Sorel, che certamente è uno scrittore di sinistra. Da Sorel ha origine l'ala della sinistra rivoluzionaria, del sindacalismo rivoluzionario. Ma poi, non lui personalmente, ma i suoi seguaci – i seguaci italiani – sono diventati notoriamente dei fascisti, sono stati dei teorici del fascismo. Dico non lui personalmente, perché se Sorel sia stato o non sia stato fascista è ancora sub iudice. Non so se voi sapete che da qualche tempo esce una rivista dedicata a Sorel, edita da una associazione di studi francese, i Cahiers Georges Sorel (ne sono giá  usciti due volumi). Ebbene, nel primo, che è dell'anno scorso, è apparso un articolo di un autore francese il quale sostiene che Sorel non è mai stato fascista; l' articolo è scritto proprio per confutare quella che lui chiama «la tenace leggenda del fascismo di Sorel».
Io non voglio entrare in questa polemica. Peró è un fatto che molti seguaci di Sorel diventarono dei teorici del fascismo. Voglio ricordare soprattutto un autore, su cui forse vale la pena di ritornare, Sergio Panunzio, che fra le altre opere (io le ricordo perché sono tanto vecchio da ricordare quando Panunzio era professore all'universitá  ai miei tempi) ha scritto un libro nel 1920 dal titolo Diritto forza violenza. Lineamenti di una teoria della violenza. Panunzio era stato uno dei sindacalisti soreliani e diventó poi un teorico del fascismo. La sua opera Dottrina del fascismo andava di pari passo con quella di Costamagna, che abbiamo piú volte ricordato. Forse il libro di Costamagna è piú interessante e varrebbe la pena di esaminarlo. Comunque il libro di Panunzio, quando lui lo scrisse nel 1920, era giá  un libro fascista.
Per dimostrare la commistione, lo scontro-incontro tra le varie ideologie, si puó ricordare che questo libro fu pubblicato dall'editore Cappelli nella biblioteca di cultura politica di Rodolfo Mondolfo, con prefazione dello stesso Mondolfo, che non era né socialista rivoluzionario, né fascista ma era un grande amico di Turati – come di Gobetti – e un teorico del marxismo interpretato riformisticamente. La tesi di Panunzio era che bisogna distinguere la violenza dalla forza: la violenza è positiva e la forza è negativa. La violenza rappresenta la rottura di una societá  e il momento di trapasso dal vecchio al nuovo, la forza è autoritaria. Questa distinzione tra forza e violenza è proprio l'opposto di quella che di solito si fa. Generalmente si attribuisce valore positivo alla forza e negativo alla violenza. Per "forza" si intende la forza al servizio del diritto, la forza dello Stato, la coazione; quando i giuristi parlano della coazione dicono forza, mentre la violenza viene considerata negativamente. Qui c'è una inversione: una inversione che deriva da Sorel. Su questo non c'è dubbio. Per Sorel la violenza è positiva, la forza negativa. La violenza è eversiva, è l'"ostetrica della storia", per usare l'espressione di Marx; la forza è autoritaria.
In questi giorni, essendomi occupato di Carlo Levi, mi sono andato a rileggere gli articoli che Carlo Levi ha pubblicato su La Rivoluzione Liberale di Gobetti. Devo dire che l'articolo piú interessante di Levi, oltre a quello su Salandra, è una recensione del libro di Panunzio, apparsa sul numero del 17 aprile 1923. Levi, giovinetto (aveva vent'anni), coglie molto bene la caratteristica fascista di questo libro. Anche se Panunzio era un soreliano e quindi veniva da sinistra, egli aveva ormai compiuto il suo viaggio da sinistra a destra. C'è una frase che mi ha particolarmente colpito e che mi pare spieghi molto bene come sia facile il passaggio da un estremo all'altro. Dice Levi: «L'unico pregio del libro è che ci permette di capire perché i sindacalisti rivoluzionari sono passati al fascismo. Gli adoratori della violenza proletaria si sono trasformati in zelatori di una violenza del tutto generica e scolorita dove il passo è breve alla violenza antiproletaria, che è appunto la violenza fascista, la violenza dei disoccupati amatori della violenza».
Si sposta il fine della violenza (inizialmente considerata mezzo lecito solo in rapporto a determinati fini), e poi, a un certo punto, la violenza diventa fine a se stessa. La violenza fascista è ormai fine a se stessa, non è piú un mezzo per raggiungere un fine rivoluzionario.
Volendo ricordare un caso clamoroso di questo passaggio, si puó fare il nome di D'Annunzio. ሠun episodio molto noto. D'Annunzio, eletto deputato al principio del secolo dalla destra, quando entró in parlamento, si sedette all'estrema sinistra, pronunciando la famosa frase: «Vado verso la vita». Badate che la parola vita è importante. Vita perché c'è (lo vedremo dopo) un elemento di vitalismo nell'estremismo sia di destra sia di sinistra.
Questo passaggio dalla destra alla sinistra e viceversa sta alla base della tesi – questo è il nostro punto – che la differenza tra destra e sinistra non esista piú o perlomeno sia sfumata. Le formulazioni di questa tesi sono molte, sostenute per lo piú – almeno sinora – da destra. Sarebbe interessante sapere perché. Non saprei dire quale sia la causa e quale l'effetto: se si ritenga che non esiste piú la differenza tra destra e sinistra per il fatto che c'è questo scambio di autori o se ci sia questo scambio di autori perché non c'è piú questa differenza. Questo è il punto che dovremmo in qualche modo esaminare. Si potrebbe dedurre che questo avvenga perché la sinistra ha perduto la sua identitá . La sinistra ha tanto perduto la sua identitá  che, si dice, non c'è piú nessuna differenza tra destra e sinistra. Ma c'è anche una variante di questa tesi sostenuta dalla destra, che forse non abbiamo mai esaminato: che non si puó piú fare la distinzione tra destra e sinistra perché ormai la destra non c'è piú. ሠtutta sinistra. ሠuna tesi di estrema destra. Si sostiene che la sinistra ormai ha occupato tutto il campo e che la famosa destra, la destra conservatrice, la destra storica, la destra illuminata, la destra che aveva rappresentato, diremo cosí, l'evoluzione dell'Europa e dell'Italia, non c'è piú.