News per Miccia corta

20 - 04 - 2006

Polemiche a Milano per targa in memoria di Pedenovi voluta dal Comune

(da La Repubblica, GIOVEDáŒ, 20 APRILE 2006, Pagina VII - Milano)

IL RACCONTO

La gente del no: insulto ai nostri morti


PIERO COLAPRICO

Sul marciapiede è disegnato in un verdino fosforescente un rettangolo. Sotto le finestre. In una zona di passaggio delle auto posteggiate sotto gli alberi. E' l'angolino piú guardato di viale Lombardia. Si discute piú qui che nel bar. «Vogliono mettere proprio qui un palo con la lapide a un morto accanto al balcone di mia nonna? Facciano pure, vediamo quanto resiste. In macchina ho giá  il "˜flessibile' pronto all'uso», dice un giovane, con un giubbotto nero e il pizzetto. Il piú anziano del caseggiato, «arrivato qui nella pancia di mia mamma, nel '25», usa un aggettivo poco sentito in strada: «Inaudito».

E, in tanti, tra gli inquilini dei caseggiati ai numeri 65 e 67 si affannano a spiegare che non è tanto il morto, Enrico Pedenovi, consigliere di An, ucciso trent'anni fa dai terroristi rossi di Prima Linea, ad accendere gli animi. E', o meglio sarebbe, una questione di veritá  storica: «Pedenovi usciva da una casa sul marciapiede opposto, al numero 66. La vede quella corona appassita sull'albero? L'hanno messa i fascisti, insomma quelli di An, ed è dall'altra parte della strada, giusto? Non è mica da questa, no? E allora come mai adesso la lapide adesso vogliono sistemarla proprio qui?». La lapide, si sente dire, porta «manifestazioni, caos, scocciature», e non raramente «il 29 aprile, alle commemorazioni, vengono qua a fare il saluto romano».
La lapide a Pedenovi, aggiungono con spirito pratico un paio di signore, «se non possono metterla dov'è stato ucciso, e cambiano marciapiede, allora facciano qualche metro in piú e vadano a posarla sotto la casa dove quell'uomo abitava, è al numero 27, o 23, ancora piú in lá , ma poco». Oppure, suggerisce un anziano barbuto come Babbo Natale, «non siamo lontani da piazzale Loreto, lá  dove hanno appeso il capo di tutti loro... Ma perché non la mettono lá , "˜sta lapide?».
La battutaccia è utile per comprendere meglio l'anima di queste vecchie case. Quando si entra si possono notare ben due lapidi. Una ricorda gli undici inquilini, dal soldato Armandola Primo a Ricotti Giuseppe a Vai Angelo, ammazzati nella prima guerra mondiale. L'altra è dedicata alle vittime del fascismo e della sua guerra. Cita altri inquilini, come Fiocchi Angelo finito a Mauthausen e Fiocchi Alicia sepolta nei bombardamenti, c'è chi è morto in combattimento, chi per «persecuzione politica» e chi, come Allevi Enrico, per «causa partigiana». Qui dentro non sono rari i nipoti dei gappisti e non mancano le persone restie a parlare, com'è di moda tra i revisionisti, di «memoria condivisa»: i fascisti, con le leggi razziali, le torture, l'olio di ricino e il manganello, il confino e le fucilazioni, tra questi pianerottoli restano fascisti.
Ma c'è ancora di piú: forse il vicesindaco Riccardo De Corato dovrebbe sapere che questi caseggiati, vecchi di quasi un secolo, sono il secondo quartiere popolare (il primo era in via Solari) costruito dalla Societá  Umanitaria, dal socialista e possidente Moisé Loira con uno scopo preciso. «Dare – dicono i vecchi inquilini - una casa e un'istruzione alle famiglie degli operai». Queste case sono un esempio di che cosa era la Milano con il cuore in mano: in questo caso, con un cuore a sinistra. Nel 1986 tutti i beni dell'Umanitaria sono passati al Comune (all'assessorato al Demanio) e ora, su duecentoventi appartamenti belli, con i soffitti alti 3 metri e 40, con giardino interno, ben venti sono tenuti vuoti da anni: «Quelli del Comune fanno orecchie da mercante a qualsiasi richiesta e gestiscono molto male un bene prezioso come la casa», dicono in tanti.
Ce ne sarebbe abbastanza per considerare se è davvero il caso di mettere qui una lapide alla memoria del consigliere del Msi. «Questa strada è come un paese, ci conosciamo tutti. Se lei prova a informarsi sulla casa di fronte scoprirá  che è di un solo cittadino, beato lui. E che tutti quelli che abitano lá  sono in affitto. E che, quando il Comune ha chiesto a lui di mettere la lapide dove in teoria sarebbe lecito metterla, e cioè dov'è stato ammazzato, lui ha risposto: picche. Non la vuole. Un proprietario privato puó dire di no e noi che siamo inquilini dobbiamo subire?», alzano la voce.
Si tengono comizi improvvisati, si discute. Che arrivino gli operai e la forza pubblica a imporre una targa non sembra credibile: «Noi l'affitto lo paghiamo, ma non è che uno puó entrare a casa nostra se non gli apriamo la porta». Il signore anziano scuote la testa: «Molti di noi c'erano trent'anni fa, quando Pedenovi venne ammazzato. Tutti quei morti, da una parte e dall'altra, non hanno cambiato nulla e lo sappiamo tutti. Che senso ha, trent'anni dopo un omicidio, ricordarsi in ritardo di mettere una lapide?» E uno di vicini aggiunge: «Se proprio vogliono, lo facciano dove la lapide è gradita... Altrimenti, invece di commemorare una persona, finiscono per farla maledire anche da morta».
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