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News per Miccia corta

02 - 02 - 2010

Spioni e cosche un accordo ``d'affari`` durato trent'anni

(la Repubblica)

 

 

 

 

ATTILIO BOLZONI


PALERMO - Le sue ossessioni sono sempre state il cemento e il mattone. E nel cemento e nel mattone il geometra Vito Calogero Ciancimino, nato il 2 aprile del 1924 a Corleone, a quanto pare avrebbe investito un po' dei suoi «risparmi». Dai palazzi di Palermo ai laghetti di Milano 2. Dopotutto, è rimasto sempre nel ramo: l'edilizia.
L'ultima veritá  sul sindaco piú famoso e piú mafioso che abbia mai avuto la capitale della Sicilia ha attraversato l'aula bunker dell'Ucciardone, la stessa dove un quarto di secolo fa don Vito entró per la prima volta da imputato. In un'altra epoca, è toccato al figlio Massimo ricordare come suo padre - e i boss di Cosa Nostra - portarono il loro denaro a Segrate dove stava nascendo una nuova cittá . Un salto di generazione e un salto nel tempo: il destino vuole peró che sia sempre un Ciancimino a descrivere quelle storie siciliane.
Le memorie di don Vito, affidate alle parole del maschio piú piccolo e scapestrato della famiglia, svelano gli affari di una Palermo ricchissima e di una Palermo torbida dove mafiosi e uomini degli apparati decidevano tutto insieme. Latitanti e spie, ministri e canaglie, assessori e assassini. Tutti alla corte di Vito Calogero Ciancimino.
Il figlio dice che il padre si faceva «annullare ordini di custodia in Cassazione», che incontrava agenti segreti, che «dava lezioni di matematica» al boss che ha fatto la piú lunga latitanza mai vista in Italia e forse in Europa. Quarantatré anni libero. Libero di circolare per Palermo e salire su a Baida per passare le vacanze con la famiglia Ciancimino, libero di andare a Roma e incontrare l'ex sindaco che era agli arresti domiciliari a Piazza di Spagna. Libero da ricercato. «Provenzano godeva di immunitá  territoriale in tutta Italia», ha spiegato Massimo Ciancimino ricostruendo tutte le visite al padre del padrino di Corleone. Un amico di famiglia: «á‰ stata una presenza costante in tutta la mia infanzia». Come uno zio affettuoso: «Una volta da ragazzino gli ho detto cornuto e mio padre dopo qualche anno me l'ha ricordato... sei l'unico che ha potuto farlo...». Un vecchio saggio: «E non come Totó Riina che non aveva lo spessore culturale di Provenzano... quando veniva a casa nostra sentivo le urla dalla stanza di mio padre».
Immunitá  in tutta Italia. Chi proteggeva chi? Tutti proteggevano se stessi e tutti proteggevano gli altri. Tutti sapevano tutto di tutti. Le spie dei mafiosi e i mafiosi delle spie. Nella casa di Vito Ciancimino in via Sciuti c'erano quattro linee telefoniche, nella sua villa di Mondello altre tre. Ma solo su un telefono - «il telefono rosso» - arrivavano le comunicazioni importanti. Quelle del ministro della Difesa Attilio Ruffini e di Bernardo Provenzano, quelle di Salvo Lima e di Totó Riina. Don Vito era il punto di incontro fra mafia e politica, fra mafia e Stato, fra mafia e mafia. Ricorda ancora il rampollo dei Ciancimino: «Mio padre ha intrattenuto rapporti con alcuni appartenenti ai servizi segreti da quando Franco Restivo era ministro degli Interni...».
Fu in quel periodo - fine Anni Sessanta - che Vito Ciancimino inizió a frequentare un personaggio che torna sempre nei racconti del figlio Massimo, quel «signor Franco» o «Carlo» che sará  ospite frequente nell'appartamento di don Vito fino alla sua morte. Era uno di quei quattro o cinque uomini - oltre a Provenzano - che poteva andare a trovare Ciancimino senza prendere un appuntamento. S'incontrarono anche a cavallo fra le due stragi, fra il 23 maggio e il 19 luglio del 1992. Un giorno don Vito vedeva «il signor Franco» e il giorno dopo Bernardo Provenzano. Il primo sapeva del secondo, il secondo sapeva del primo. E poi vennero i carabinieri dei Ros, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno a «trattare». Gli ultimi in ordine di tempo, arrivati per caso lí o mandati da qualcuno - «I ministri Mancino e Rognoni erano a conoscenza del dialogo fra loro e mio padre» - ma che in quella fogna di commistioni descritta da Massimo Ciancimino sembrano avere in quegli «scambi» un ruolo limitato nel tempo (il 1992 e il 1993) e forse anche nella manovra. Restano i misteri del covo mai perquisito di Totó Riina, restano i misteri della mancata cattura di Bernardo Provenzano negli anni successivi ma quelli dei Ros sono davvero soltanto alcuni dei protagonisti della sceneggiata siciliana che voleva la mafia da una parte e lo Stato dall'altra. Con don Vito s'incontravano pure gli Alti Commissari come Emanuele De Francesco (ricordate?, quello che aveva annunciato nel 1984 che la mafia sarebbe stata sconfitta «non prima del 2000») o come Domenico Sica, tutti e due a capo di carrozzoni governativi che in questi mesi sono sott'inchiesta di altri procuratori, quelli di Caltanissetta che indagano sulle stragi Falcone e Borsellino.
Le collusioni «storiche» e le ultime minacce. Quella del «signor Franco» che, qualche mese fa, una sera si è fatto trovare sotto la casa di Massimo Ciancimino a Bologna per ricordargli «che la strada che hai intrapreso non ti porterá  niente di buono». Lo stesso «signor Franco» che ai funerali di don Vito, nel novembre del 2002, gli consegnó un biglietto di Bernardo Provenzano. Le condoglianze per la perdita di un amico