News per Miccia corta

28 - 01 - 2010

Alemanno, il rito e la violenza delle ruspe

(il manifesto)

Tommaso Di Francesco



«Mi chiamo Scott Brown e guido un humvee», è la frase populista con cui si è presentato in scena il repubblicano che ha battuto in Massachusetts i democratici Usa. Parafrasando potrebbe annunciarsi «Guido una ruspa e mi chiamo Alemanno», il sindaco post-fascista della capitale d'Italia. Perché quello che sta accadendo con il sindaco «ruspante» protagonista di una feroce campagna politica elettorale che mette al centro la cacciata dei rom da Roma, è davvero grave. E ora è evidente con le scritte nazifasciste a Via Tasso e contro la Comunitá  ebraica che scoprono un «retroterra» (Forza Nuova, Casa Pound, Militia, saluti romani a profusione) del quale il sindaco di Roma è ancora interlocutore. Nell'indifferenza di una vasta enclave «intellettuale» che sembra non vedere che l'ideologia della destra sociale legata ad Alemanno la fa da padrona.
Gli avvenimenti di queste settimane parlano da soli. Anja, quasi 90 anni, s'è barricata dentro la baracca, fuori l'assedio delle ruspe al Casilino 900, il piú grande slum rom della cittá . Devono distruggere tutto e deportare gli abitanti della baraccopoli a Salone - il campo di nuovo tipo, videosorvegliato e ipercontrollato agli ingressi. Via, verso l'estrema periferia, fino alla provincia. L'idea «profonda» del mentore Alemanno è quella di etnicizzare i bisogni. E di convincere subito le vittime; alcune subiscono la cacciata aspettando il meglio - il peggio lo conoscono giá . Comunque, tutto il contrario di quello che sosteneva l'ex prefetto Mosca per il quale «il problema rom non esiste, esistono le questioni sociali». I rom chiedono case e lavoro. In quanto rom, si risponde con la cacciata. Anja, ancora bellissima, occhi verd'azzurri sul vuoto della crudeltá  umana, è fuggita dalla Bosnia in guerra, Marjana viene da Kragujevac in Serbia, è in fuga dal Kosovo dove è in corso la caccia al rom, denuncia Thomas Hammerberg responsabile dei diritti umani del Consiglio d'Europa che chiede ai governi europei di non rimandarli «a casa loro, rischiano la vita». Molti rom hanno in tasca almeno due decreti d'espulsione. In tanti sono da quarant'anni in Italia. «Lo sanno in Europa quello che succede a Roma» ha gridato una donna davanti alle ruspe che abbattevano baracche, e un'altra ha lanciato un grido lungo tutto il secolo passato e quello nuovo: «Sembra che siamo ritornati a quando ci mettevano sui treni per la Germania».
Accade a Roma a inizio nuovo millennio. Accade che il maggior rappresentante della «Destra sociale» avvii il Piano Nomadi. Una menzogna, visto che il tentativo dei rom è da cinquecento anni quello di diventare stanziali in tutta Europa, e se sono profughi non è per colpa loro, fuggono da guerre, pogrom e disperazione. Vogliono un lavoro, una casa, diritti e dignitá . Non vogliono piú stare relegati nei campi, ma non hanno cittadinanza perché non hanno reddito. «Che fine faranno i trecento bambini che andavano regolarmente a scuola qui?», è la domanda delle donne. Le ruspe ossessive anche nell'ombra che proiettano, non rispondono. Le ruspe avanzano, abbattono, seppelliscono speranze. Li aspetta, altrove, la promessa del «Villaggio della solidarietá »: un altro ghetto (non la soluzione democratica di Cacciari a Venezia), stavolta abbellito da un lessico falso-cattolico e veridicamente razzista. Gli altri campi rom di Roma ancora non coinvolti aspettano atterriti. Eppure è un popolo che ha patito un Olocausto - il Porrajmos (divoramento) con cui il Terzo Reich annientó quasi due milioni di rom e sinti - secondo solo a quello degli ebrei, da non dimenticare quindi, non solo nel Giorno della Memoria ma tutti i giorni. Intanto va in onda il rito nel tranquillo calendario politico e massmediologico, tanto che ieri lo stesso Alemanno ha celebrato l'Olocausto rom al Casilino 900 «per non disperdere questa memoria». Ma nella pratica quotidiana usa le ruspe per cancellarla. «Mi chiamo Scott Brown e guido un humvee», è la frase populista con cui si è presentato in scena il repubblicano che ha battuto in Massachusetts i democratici Usa. Parafrasando potrebbe annunciarsi «Guido una ruspa e mi chiamo Alemanno», il sindaco post-fascista della capitale d'Italia. Perché quello che sta accadendo con il sindaco «ruspante» protagonista di una feroce campagna politica elettorale che mette al centro la cacciata dei rom da Roma, è davvero grave. E ora è evidente con le scritte nazifasciste a Via Tasso e contro la Comunitá  ebraica che scoprono un «retroterra» (Forza Nuova, Casa Pound, Militia, saluti romani a profusione) del quale il sindaco di Roma è ancora interlocutore. Nell'indifferenza di una vasta enclave «intellettuale» che sembra non vedere che l'ideologia della destra sociale legata ad Alemanno la fa da padrona.
Gli avvenimenti di queste settimane parlano da soli. Anja, quasi 90 anni, s'è barricata dentro la baracca, fuori l'assedio delle ruspe al Casilino 900, il piú grande slum rom della cittá . Devono distruggere tutto e deportare gli abitanti della baraccopoli a Salone - il campo di nuovo tipo, videosorvegliato e ipercontrollato agli ingressi. Via, verso l'estrema periferia, fino alla provincia. L'idea «profonda» del mentore Alemanno è quella di etnicizzare i bisogni. E di convincere subito le vittime; alcune subiscono la cacciata aspettando il meglio - il peggio lo conoscono giá . Comunque, tutto il contrario di quello che sosteneva l'ex prefetto Mosca per il quale «il problema rom non esiste, esistono le questioni sociali». I rom chiedono case e lavoro. In quanto rom, si risponde con la cacciata. Anja, ancora bellissima, occhi verd'azzurri sul vuoto della crudeltá  umana, è fuggita dalla Bosnia in guerra, Marjana viene da Kragujevac in Serbia, è in fuga dal Kosovo dove è in corso la caccia al rom, denuncia Thomas Hammerberg responsabile dei diritti umani del Consiglio d'Europa che chiede ai governi europei di non rimandarli «a casa loro, rischiano la vita». Molti rom hanno in tasca almeno due decreti d'espulsione. In tanti sono da quarant'anni in Italia. «Lo sanno in Europa quello che succede a Roma» ha gridato una donna davanti alle ruspe che abbattevano baracche, e un'altra ha lanciato un grido lungo tutto il secolo passato e quello nuovo: «Sembra che siamo ritornati a quando ci mettevano sui treni per la Germania».
Accade a Roma a inizio nuovo millennio. Accade che il maggior rappresentante della «Destra sociale» avvii il Piano Nomadi. Una menzogna, visto che il tentativo dei rom è da cinquecento anni quello di diventare stanziali in tutta Europa, e se sono profughi non è per colpa loro, fuggono da guerre, pogrom e disperazione. Vogliono un lavoro, una casa, diritti e dignitá . Non vogliono piú stare relegati nei campi, ma non hanno cittadinanza perché non hanno reddito. «Che fine faranno i trecento bambini che andavano regolarmente a scuola qui?», è la domanda delle donne. Le ruspe ossessive anche nell'ombra che proiettano, non rispondono. Le ruspe avanzano, abbattono, seppelliscono speranze. Li aspetta, altrove, la promessa del «Villaggio della solidarietá »: un altro ghetto (non la soluzione democratica di Cacciari a Venezia), stavolta abbellito da un lessico falso-cattolico e veridicamente razzista. Gli altri campi rom di Roma ancora non coinvolti aspettano atterriti. Eppure è un popolo che ha patito un Olocausto - il Porrajmos (divoramento) con cui il Terzo Reich annientó quasi due milioni di rom e sinti - secondo solo a quello degli ebrei, da non dimenticare quindi, non solo nel Giorno della Memoria ma tutti i giorni. Intanto va in onda il rito nel tranquillo calendario politico e massmediologico, tanto che ieri lo stesso Alemanno ha celebrato l'Olocausto rom al Casilino 900 «per non disperdere questa memoria». Ma nella pratica quotidiana usa le ruspe per cancellarla.

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